Abbiamo visto il calcio del futuro, e il futuro si chiama Kylian Mbappé. Con la corsa folle a 32 chilometri all'ora contro l'Argentina e il destro da fermo in finale per il 4-1, Kylian Mbappé ha stregato la Russia e il mondo. Il tempo di Mbappé, il più giovane marcatore di questa edizione del Mondiale, ha preso velocità già dai tempi del Bondy, la squadra della banlieu di Parigi dove ha vissuto e ha cominciato a giocare allenato da papà Wilfred, ex calciatore dilettante arrivato in Francia dal Camerun.

Mbappè: "Il calcio è molto più di uno sport"

Il calcio, ha detto a Le Monde Mbappé, il secondo under 20 dopo Pelè in gol in una finale mondiale, “è molto più di uno sport. La gente viene allo stadio per dimenticare i problemi per 90 minuti e sta a noi dar loro soddisfazione. Quando ero più giovane, c'erano giocatori che mi davano questo piacere, ora in quel ruolo ci sono io”

Deschamps, il Napoleone che ha guidato da giocatore e poi da allenatore la Francia in quattro delle sei grandi finali della sua storia, disegna la formazione più giovane vista in una finale Mondiale dal '78. E' la squadra di Pogba, discontinuo in copertura e primo francese a segnare in tre diverse edizioni di Europei e Mondiali dopo Henry, di Kante che recupera più palloni di tutti, di Griezmann infallibile rigorista e quarto miglior marcatore dei Bleu nei principali tornei internazionali, che scatena il balletto ispirato al videogioco Fortnite anche in finale.

Croazia: deludono i singoli, perde come squadra

Ha fatto e disfatto la Croazia, che rimane una delle nazionali migliori viste in Russia, contro una Francia in vantaggio prima di aver tirato in porta. Modric tocca più di 60 palloni ma gravita intorno alla linea di metà campo, Mandzukic è isolato a pressare Lloris che gli regala un 4-2 per nulla consolatorio. Perisic, gol splendido il suo, libera spazi, chiede palla in profondità alle spalle del centrocampo, evidenzia qualche limite nella lettura e nell'anticipo in campo aperto di Pogba. Ma i movimenti fra le linee non si vedono, gli uomini faro galleggiano troppo lontano dalla porta. E il sogno della tredicesima nazione a giocarsi una finale mondiale svanisce.

Difese chiuse e l'effetto Guardiola

Con Griezmann, terzo a segnare nella finale di una coppa europea e di un Mondiale nella stessa stagione dopo Gerd Muller nel '74 e Jorge Valdano nel 1986, Mbappé lascia intendere la direzione che il calcio sembra destinato a prendere. O almeno apre una delle opzioni possibili, di fronte alla diffusione di difese estremamente chiuse, come ha spiegato Marco Van Basten nella conferenza stampa del Technical Study Group FIFA. "Abbiamo visto partite in cui per gli attaccanti è stato impossibile incidere sul risultato, oggi è più difficile giocare fra le linee, i metri quadri disponibili per giocatore in attacco son sempre di meno". Una prima reazione, spiegava in passato, ha portato alla rivoluzione del ruolo del centrocampista, all'emergere di registi arretrati come Pirlo o Xabi Alonso che, con più spazio e più visione, si incaricano di quel compito creativo prima affidato ai numeri dieci.

Possesso palla flessibile e verticale

Il proliferare di questo tipo di schieramenti chiusi richiede, in chi attacca, pensiero veloce, flessibilità nell'occupazione del campo, quello che Andy Roxburgh del TSG ha definito effetto Guardiola, e un possesso palla con idee più chiare, di tipo verticale, mirato a penetrare e non a spostare il gioco in orizzontale. Su questi adattamenti si muoverà il calcio del futuro, e i primi indizi si vedono proprio in giocatori non facilmente inquadrabili nei canoni di un ruolo, che sanno come uscire dalle prerogative classiche del ruolo, si muovono dentro gli spazi stretti con la velocità dello scattista e la mente dello scacchista, un tempo di gioco avanti ai difensori.

L'Uruguay del Maestro Tabarez

Forse la vera eccezione è l‘Uruguay del Maestro Tabarez, che ha trovato come far convivere due punte vere come Suarez e Cavani, con quella stampella come limite, come confine, come simbolo di resistenza. “Magari gli mancano risorse che altre nazioni nel continente hanno in abbondanza” ha scritto Jorge Valdano sul Guardian, “ma possiedono qualcosa che anche le potenze del continente farebbero bene ad abbracciare. Ed è quello che consente all'Uruguay di durare, di competere, di essere una lezione nella vita e anche nella sconfitta. Combattono per ogni centimetro, uccidono per ogni palla, non si sentono mai fuori casa in nessun posto”.

Il "treno dell'amore": quanto contano i calci piazzati

Anche per questo, Russia 2018 è il Mondiale con più gol su punizioni e corner (42% delle reti totali). Nell'ultima Champions, ha spiegato Roxburgh, “si è segnato un gol ogni 45 calci d'angolo, qui uno ogni 30”. E 15 delle 32 squadre hanno realizzato più della metà dei gol su calcio da fermo. Lo stile iper-difensivo delle nazioni più piccole, per cui è più facile allenarsi a chiudere gli spazi, l'attenzione alla fase di non possesso e la maggiore possibilità di individuare i falli anche per effetto del VAR moltiplicano le possibilità su corner e punizioni. Niente succede per caso.

Kane, capocannoniere e delusione

Se l'Inghilterra ha segnato più gol su calci da fermo che in qualunque altra edizione, il merito è dell'apertura di orizzonti di Southgate. È sua una delle novità più interessanti, il “treno dell'amore”, i quattro giocatori disposti in linea per evitare i blocchi dei difensori su punizioni e corner, che poi si aprono a ventaglio. Southgate ha ripreso l'idea del Lincoln City, ha studiato gli schemi del basket NBA e gli allenamenti specifici dei Seattle Seahawks, che hanno vinto il titolo NFL nel 2014. Ma esce dal Mondiale con tre sconfitte, e al Mondiale ai Tre Leoni non era mai successo: eppure gli inventori del gioco lo festeggiano col giorno del panciotto. La coppa non sta tornando a casa, niente titoli siamo inglesi. Un paradosso come Harry Kane, sei gol nei primi sei tiri in porta, capocannoniere uscito però male per aver smesso di giocare quando il gioco si è fatto duro.

Hazard, la star del miglior Belgio di sempre

Han perso due volte contro il Belgio, “la squadra più bella da veder giocare in Russia” ha detto Witsel. Sarà anche un giudizio di parte, ma qualche ragione ce l'ha. Con Meunier, sua la più veloce rete ai Mondiali nella storia della nazionale, son diventati dieci i Diavoli Rossi in Russia: un record, condiviso con la Francia del 1982 e l'Italia campione del mondo del 2006. Tra gol e assist, sette vedono coinvolto Hazard, il più influente nella storia della nazionale in Coppa del Mondo dopo Ceulemans, stella del quarto posto del 1986.

Intorno a loro Martinez ha vinto una scommessa per niente scontata, rendere efficace un 3-4-3 estremamente offensivo e apparentemente senza piani B, non avendo terzini di ruolo a sinistra in rosa. L'inserimento di Fellaini e l'avanzamento di De Bruyne portano la prima evoluzione. Ma la sorpresa arriva contro il Brasile. Arretra Mounier, disegna un 4-3-3 con l'incredulo Chadli, in campo più in Russia che in tutta una stagione di infortuni ricorrenti, titolare e Lukaku in costante movimento, quasi da falso centravanti, e aprire gli spazi. Il primo tempo contro i brasiliani resta l'immagine più folgorante di una generazione d'oro che già sente la fine dell'inizio o l'inizio della fine.

L'età media della difesa rimane il vero limite di una squadra che si prepara all'Europeo con la convinzione che il meglio non sia già alle spalle.

Senza Casemiro, si scioglie il Brasile

“Del futuro che c'è, nelle mani che hai, nel coraggio che ancora non ho. Se mi concentro il Brasile lo invento”. Il Cin Cin dei Baustelle non guardava certo a Tite e Neymar, ma sembra fotografare bene la reinvenzione di un Brasile stile-Saldanha, di una squadra che si è messa nelle mani di Alisson e O'Ney, sciolto però fra simulazioni irrispettose e meches bionde presto abbandonate. Così, ha capito troppo tardi che la vera stella insostituibile era Casemiro. “Per vincere i Mondiali” ha detto Parreira, deve funzionare tutto al momento giusto. Non basta avere il talento. Serve passione e organizzazione. Quando c'è fame, impegno, organizzazione, talento, programmazione, vinciamo. Stavolta avevamo buoni giocatori ma mancava esperienza in un mondiale, che è una competizione di dettagli”.

Messi e Ozil, mal comune nessun gaudio

Dettagli in cui è naufragata la Germania, terza nazionale campione del mondo a non passare i gironi nell'edizione successiva, affondata nell'assenza di spirito di squadra e nell'eccesso di fiducia verso la tenuta di una struttura offensiva senza alcuna stabilità. Di soli campioni, di soli nomi non si vive e non si vince.

Chiedere a Jorge Sampaoli, che ha lasciato imporre a Messi la sua aura su una nazionale mediocre di giocatori deresponsabilizzati dall'affidarsi fideistico a un salvatore della patria incapace di salvare se stesso, nonostante i quasi sei dribbling riusciti a partita.

Poi, se fosse vero come scrive il Clarin che Messi avrebbe ottenuto che Lo Celso non giocasse perché gli aveva fatto un tunnel in allenamento e l'aveva battuto a calcio-tennis, avremmo l'epifania della profondità delle ragioni del fallimento argentino.

Il Mondiale traina lo sviluppo del calcio

Fallisce la Spagna di Hierro catapultato ct, fallisce il Portogallo cui non basta la tripletta d'apertura di Cristiano Ronaldo che sembrava aver alzato il sipario su sorti diverse, magnifiche e progressive, per i campioni d'Europa. Festeggia la Russia, con i rigori che bisognerebbe smettere di chiamare lotteria. Ma la lezione che arriva dai russi e grazie al lavoro di Cherchesov va al di là del quarto di finale. Organizzare o giocare il Mondiale, per una nazione che non sia fra le potenze del pallone, comporta un trasferimento di conoscenza per i coach e per i calciatori. Vale per il Giappone, che con la stessa inappuntabile disciplina ha pulito lo spogliatoio e confermato che i bravi ragazzi non vincono mai. Vale per le nazioni africane, o per le piccole caraibiche. Incontrare il mondo fa la differenza, Vuol dire un trasferimento di conoscenza per i coach e per i calciatori, spinge alla riorganizzazione di campionati, anche giovanili, al potenziamento di strutture. E' l'occasione per un salto in avanti. La competizione al livello più alto traina sempre lo sviluppo. Anche questo è il calcio del futuro.