Se come calciatore vale dieci, come uomo vale quindici”. Un ritratto firmato Samuel Eto'o. Incastonato come un regalo, ai tempi del Triplete, per chi a quell'impresa ha messo l'ultima griffe, la doppietta al Bayern Monaco nella finale di Champions al Bernabeu. Un regalo buono ancora adesso, per festeggiare i 40 anni di Diego Milito. Lo chiamano ancora Principe. Hanno iniziato perché somigliava a Enzo Francescoli, l'uruguagio di eleganza superiore che ha incantato Cagliari, Torino, River Plate. Il soprannome però ha finito per somigliare a lui, centravanti machiavellico, sottile nell'arte di dissimulare nel ristretto universo dei sedici metri. È diventato un marchio: racconta molto ma non racchiude tutto.

Rivalità di famiglia

Il destino non fa errori” ha detto una volta. “Sono stato sempre felice in tutti i club in cui ho giocato”. A partire dal Viejo Bueno, la sua prima squadra. Cresce a Bernal, dipartimento di Quilmes, periferia di Buenos Aires. La famiglia è di origine calabrese, il nonno Salvatore partì con la moglie Caterina Borrelli da Terranova da Sibari, terra di Magna Grecia, di culture e storie che si incontrano. Il padre Jorge ha fatto fortuna nella sua industria metallurgica. È da sempre tifoso del Racing Avellaneda. Oggi vicino allo stadio della squadra, per tutti El Cilindro, gli hanno intitolato una via: calle Milito, appunto. Il fratello Gabriel, 15 mesi più giovane, con cui condivide due anni a Saragozza, ha seguito il nonno Antonio e la parte materna della famiglia, che tifa per l'Independiente, i rivali storici del Racing. I tifosi della Academia fischieranno Gaby nella sua partita di addio al calcio, quelli dell'Independiente faranno lo stesso nel giorno del saluto di Diego al Cilindro, ufficialmente intitolato a Juan Sebastian Peron.

Si sono sfidati e insultati, i fratelli Milito. Il 9 marzo 2003 toccano il punto più basso nel derby che divide la famiglia. Diego alza in mano la scarpa e chiede all'arbitro Elizondo, che espellerà Zidane nella finale mondiale del 2006, il rosso per Gabi per un fallo da ultimo uomo. Il fratello reagisce e tira in ballo anche la mamma, Mirta, che è in tribuna. "Sono stata malissimo – ha detto -, ero seduta in mezzo alle due fidanzate dei miei figli. Ero così in difficoltà che non ressi alla pressione e me ne andai".

Gli inizi al Racing: la crisi poi il trionfo

Il Principe completa tutta la trafila delle giovanili del Racing alla fine degli anni '90, i peggiori per il club, l’unico capace in Argentina di vincere sette titoli nazionali di seguito (tra il 1913 e il 1919). Gli spogliatoi cadono a pezzi, la doccia è sempre fredda. Una mattina i ragazzi non sentono più il canto del gallo che li svegliava ogni mattina: sarebbe diventato il loro pranzo, da mangiare non c'era nient'altro. Milito debutta nel torneo Apertura del 1999, segna il primo gol alla quinta partita, un destro che vibra e scalda il Cilindro contro il Colón. “Amo il Racing, i tifosi sono splendidi; adoro giocare qui nonostante i problemi”. E sono tanti: fa il record negativo di punti, rischia di retrocedere, si salva anche per un suo gol decisivo, ancora al Colon, nonostante fosse entrato in campo con 40 di febbre. Il Principe segna 3 gol nelle prime 49 presenze. “Mi ossessionava questo pensiero, sbagliavo gol incredibili, mi ponevo male perché sapevo che nel mio ruolo dovevo andare in gol, che quei gol erano per la gente”.

Poi, a gennaio del 2001, arriva Reynaldo "Mostaza" Merlo come direttore tecnico, Milito firma il primo contratto, 2500 pesos, e cambia tutto. Merlo imprime una mentalità vincente racchiusa in uno slogan, "paso a paso": "un passo alla volta", senza pause e senza ansie. Così il Racing vince l'Apertura 2001, il primo titolo in 35 anni. L'Argentina è paralizzata dalla più grave crisi economica della sua storia, scatenata dalla falsa conversione del peso, uno per ogni dollaro. Dicembre inizia con il quartiere del "Microcentro", la zona bancaria di Buenos Aires, nel panico e finisce con la festa di una delle tifoserie più calde del mondo, con il suo inno basato sulla marcia peronista.

La prima fase al Genoa

Nel Clausura 2002 gioca la partita perfetta contro il Boca Juniors. Segna due gol: prima tunnel al portiere Abbondanzieri, poi diagonale affilato e letale. “Diventerà un grande goleador” dice Humberto Maschio, uno dei tre “angeli dalla faccia sporca” insieme a Sivori e Angelillo.

Segna 37 gol in 148 partite, vive la grande paura per il sequestro lampo del padre, rapito a mezzogiorno del 29 agosto 2002, rilasciato alle 7.30 della mattina dopo dietro pagamento di 100 mila dollari come riscatto. Il richiamo dell'Italia e l'offerta del Genoa, irrinunciabile per il presidente del Racing, portano il Principe in Serie B nell'inverno del 2003. Per lui, il calcio italiano voleva dire Maradona al Napoli in televisione. Le telefonate a papà Jorge hanno sempre lo stesso tono. “Sai, oggi giochiamo contro l'AlbinoLeffe”, o il Treviso, il Como, il Catania. “E chi sono questi?”. Il Genoa evita la C poi l'anno successiva festeggia sul campo una promozione trasformata in retrocessione coatta dopo Genoa-Venezia e le accuse di combine al presidente Preziosi. Dopo 34 gol in 63 partite, il Principe saluta Genova, ma non per l'ultima volta.

Saragozza, la quaterna al Real e la retrocessione

Si riunisce col fratello Gabriel a Saragozza nel 2005. Al primo anno è capocannoniere della squadra: segna 21 gol. I difensori del Real Madrid che hanno la sfortuna di incrociarlo nella semifinale d'andata di Copa del Rey l'8 febbraio 2006 lo stanno ancora cercando. È il Real dei Galacticos, ma c'è una sola stella alla Romareda. Minuto 14: 1-0. Minuto 21: 2-0. Minuto 34: 3-0. Minuto 55: 4-0. Li ha segnati tutti lui, il primo a realizzare quattro reti in una sola partita al Real Madrid dai tempi. “Milito ha ricambiato con quattro gol l'amore della Romareda, vivrà per sempre negli altari del Saragozza” scrive il Pais. Il Saragozza vince 6-1, passerà in finale nonostante lo 0-4 del ritorno, ma perderà contro l'Espanyol.

  • Milito non viene convocato per i Mondiali. È strano il suo rapporto con la nazionale, con cui realizza appena 4 reti. Soffre la concorrenza di altri bomber, gioca solo 25 partite tra gennaio 2003 e ottobre 2010, con frequenza più intensa nella gestione Maradona, ma non resta mai in campo per tutti i 90 minuti.
  • L'anno dopo è vice capocannoniere della Liga. Firma reti da tre punti contro Betis (2-1), Siviglia (2-1), Villarreal (1-0), Atlético Madrid (1-0). Barcelona (1-0). Il suo centro numero 23, a un quarto d'ora dalla fine dell'ultima giornata, vale un posto in Europa League. Nella storia del club, solo un giocatore aveva realizzato più reti in una sola stagione, Seminario nel campionato 1961-62.

Sembra l'inizio di una grande storia, è un ultimo giro di giostra. Frank Rijkaard, a cui serve un difensore capace di impostare dal passo, porta Gabriel a Barcellona. Il tecnico del Real, Schuster, lo chiama più volte per averlo a Madrid. Diego però firma un nuovo contratto ma i suoi 15 gol non evitano la retrocessione. Finisce dopo 61 reti in tre anni il regno del Principe alla Romareda.

Ritorno a Genoa: Milito uomo derby

È tempo di tornare al Genoa. È agosto, ma i tifosi hanno già una data segnata sul calendario. “Diego, mi raccomando il derby”, gli dicono. Si gioca a dicembre, il Grifone non batte la Sampdoria da sette anni. È una partita, si sarebbe detto una volta, spigolosa: 11 ammoniti, 58 falli. L'equilibrio dura fino al quinto della ripresa: punizione dalla destra, palla tagliata a centro area e fantastico colpo di testa di Milito sotto la curva rossoblù in delirio. La partita di ritorno è una corrida, una caccia all'uomo. L'eleganza del Principe illumina una partita senza respiro con una tripletta tutta pensiero veloce e volontà di precisione. È un “regalo d'addio”, ha detto due anni fa alla Gazzetta dello Sport. "Lo feci al Genoa per ringraziare di tutti quelli che il Genoa aveva fatto a me. La stagione che mi cambiò la carriera. Quella del Triplete ne fu la prosecuzione".

La lettera di addio al Grifone

“Vorrei guardarvi negli occhi e stringervi in un abbraccio che è un arrivederci e non un addio” scrive ai tifosi genoani in una commovente lettera aperta. “A voi tutti, a questa città, a questa gente, a questa maglia, mi lega un rapporto che va oltre la professione e l’impegno. Ho giocato a football in tante città, in paesi diversi. Ovunque mi sono trovato bene, ho avuto soddisfazioni, ho scritto pagine della mia storia. Ma mai come nelle tre stagioni in cui ho indossato la maglia del Genoa. (…)

Certe immagini con la maglia del Genoa, certi momenti di gioia ed emozione, l’affetto che mi avete sempre dimostrato, rimarranno nella mente dell’uomo Diego, non solo del calciatore. E mio figlio crescerà con i valori della genoanità che ormai ho tatuati sulla pelle”. Non lascia, aggiunge, “con l’amarezza che accompagna gli abbandoni, ma con la serenità di lasciare il Genoa dove merita”.

Triplete, quando il Principe diventò re

Lascia il ricordo di 60 gol e dei due derby da condottiero e va all'Inter. Il tecnico Jose Mourinho gli telefona per dargli il benvenuto. “Suppongo vorrai giocare col numero 22”, che aveva mantenuto al Saragozza e al Genoa. “Mi piacerebbe ma non è una di quelle cose che mi toglie il sonno” gli dice. In quel momento, è il numero del terzo portiere, Paolo Orlandoni. “Mi devi fare un favore, non puoi dirmi di no” gli chiede lo Special One. Il Principe giocherà con la maglia numero 22.

A Milano trova tre grandi amici: Walter Samuel, uno dei difensori più duri che abbia affrontato, Nicolas Burdisso e il “Cuchu” Cambiasso. Si diverte con Javier Zanetti, “el Pupi”, che col soprannome ha giocato nell'acronimo della sua fondazione. Mourinho diventa un tecnico chiave per la sua storia, come Marcelo Bielsa che al Racing lo fa lavorare sugli smarcamenti in area, su come ingannare il difensore perché parte sempre in svantaggio rispetto all'attaccante.

Sul campo il numero nove deve pensare i suoi movimenti per far sì che la squadra possa giocare sempre o lungo o corto. Devi muoverti in modo da essere una preoccupazione constante per due centrali, e non solo uno dei due. Non è il talento che ti insegna questo tipo di movimenti, ma piuttosto la tua comprensione del gioco e la tua implicazione mentale – ha detto a Undici.

Il suo movimento tipico inizia suadente, ingannevole, come l'armonia di un tango. È ordinato ma non casuale. Crea l'atmosfera. Permette ai compagni di entrare in area, è l'illusione del prestigiatore: distrae lo sguardo mentre prepara il trucco. E il trucco è una sterzata secca, verso l'interno. Spezza così l'equilibrio dell'ottavo contro il Chelsea, fa divergere Van Buyten nella notte di Madrid, nel contropiede del 2-0. “La firma lui probabilmente questa finale, questa Coppa” esulta in telecronaca Massimo Marianella “El Principe diventa Re nella notte di Madrid!”.

È il trionfo del gruppo e dell'intelligenza, dell'esperienza e dell'entusiasmo. L'Inter ha vinto scudetto, Coppa Italia, Champions League Dopo i due gol, però, Milito sciocca tutti. “Non so se resto” dice. Resterà. All'Inter vincerà anche la Supercoppa Italiana, il Mondiale per club (2010), una seconda Coppa Italia nel 2011. Segna 75 gol in 171 partite in nerazzurro.

La nuova vita del Principe

Negli ultimi tempi, però, gli diventa impossibile lasciare chiuso il pensiero di tornare dove tutto è iniziato. Vuole concedersi un'ultima parte di carriera al Cilindro di Avellaneda, anche se in Argentina, diceva, “quando invecchi ti considerano un peso, uno che ruba lo stipendio ai più giovani”. I suoi gol però spingono l'Academia al titolo del 2014.

Prosegue fino al 2016, alla notte di un giorno speciale. Nasce la terza figlia, Morena, gioca l'ultima partita e segna anche l'ultima delle 254 reti in carriera, nel 2-0 al Temperley. "Mi ritiro come ho sempre sognato, nella mia casa e con la mia gente. È stato molto difficile giocare questa partita, mi stanno passando un sacco di cose per la testa", ha detto Milito. Sui social parte l'hashtag #GraciasDiegoMilito. Suo figlio, Leandro, è diventato socio del Racing. È un tifoso ancora più fanatico del Principe, che ha festeggiato da dirigente la vittoria nell'ultimo campionato. Un regalo anticipato, una festa del cuore per il Principe dell'Academia.