È costato 24 milioni più Santon e Zaniolo, ma l'affare finora l'ha fatto la Roma. Ha segnato solo due gol in campionato, vuol dire 19 milioni a rete, 13 con il centro in Champions League di Eindhoven. Spalletti contava sul Nainggolan che aveva messo al centro del progetto nel periodo giallorosso. Ma da Roma a Milano il fattore Nainggolan si annacqua, le parole non coprono uno stile fuori dal campo che si può tenere in secondo piano solo finché in campo il rendimento in un certo lo consenta.

Nella prima metà della stagione, al di là dell'audio in cui avrebbe detto di voler tornare alla Roma, lascia l'impressione di un giocatore perso dentro i fatti suoi, non del tutto capace di tenere insieme tutte le puntate della storia che sta contribuendo a scrivere. E Spalletti dovrà dimostrare di saper pescare un uomo caduto in un mare di contraddizioni. Prendendolo per il collo, prendendolo per mano.

Inizia tutto con un infortunio

Una storia che inizia con un episodio da manuale di sceneggiatura. Sembra una coincidenza, può diventare a rileggerlo con la lucidità della dietrologia, come la pistola di Cechov, quella che se la mostri all'inizio poi prima o poi dovrà sparare. Nainggolan gioca 24 minuti nella seconda amichevole stagionale contro il Sion poi esce per infortunio. Una distrazione muscolare al retto femorale, la diagnosi. L'epifania nella tessitura di una stagione che si alimenta di discorsi già sentiti e di evasioni (innocenti o no), di parole e distrazioni, non solo muscolari.

Tre gol sui 44 di squadra

Sarà anche vero che il periodo migliore dell'Inter, le sette vittorie consecutive tra il 2-1 al Tottenham all'1-0 nel derby, coincidono con il più elevato minutaggio del belga. Ma tra i due fattori c'è poca correlazione. L'acquisto più costoso dell'estate nerazzurra ha giocato solo 1093 minuti spalmati in 19 presenze, il 41% del totale possibile. Il rigore sbagliato contro la Lazio in Coppa Italia, nel quarto di finale sbloccato da Immobile proprio pochi secondi dopo l'ingresso del belga, fotografa la sua stagione finora più nera che azzurra. Solo tre i gol segnati sui 44 di squadra. Ha segnato al Bologna, alla prima da titolare, ad Eindhoven nel successo in Champions contro il PSG, e di testa nella goleada contro il Genoa. Era il 3 novembre 2018, da allora non ha più contribuito a nessuna rete dell'Inter, nemmeno come assist-man.

In stagione, ha tentato 24 tiri, 2,74 ogni 90 minuti (la sua media più alta nelle ultime cinque stagioni), ma si tratta in gran parte di conclusioni non semplici: secondo il modello degli expected goals di Opta, infatti, avrebbero dovuto portare solo a 1,13 reti, il dato più basso nei suoi ultimi cinque campionati in Serie A. Ha segnato entrambi i gol dall'interno dell'area ma due terzi delle conclusioni le ha provate da fuori (18 su 24).

Lontano dal gioco, lontano dal cuore

Quel che emerge con più evidenza, però, è il poco coinvolgimento nel gioco della squadra. Il belga completa infatti 25,8 passaggi a partita sui 29,9 tentati: in Serie A non ha mai partecipato così poco alla manovra dalla stagione del debutto in Italia, a Cagliari nel 2009-10. Anche negli ultimi anni con la Roma, in cui il cambio di posizione l'ha portato a scendere da oltre 40 a poco più di trenta passaggi a partita. Distribuisce solo 1,1 passaggi chiave, gli appoggi che portano un compagno al tiro, il dato più basso dal 2014-15. è poco dinamico, completa solo 0.5 dribbling a partita (suo record negativo in Serie A) e non va nemmeno meglio nella fase difensiva. Il belga registra solo 1.1 contrasti e 0.4 intercetti medi a partita: mai così pochi in Serie A nella sua carriera. Nella sua stagione pochi falli e nessun cartellino giallo: per un giocatore di temperamento, di forti accensioni, decise passioni, non un buon segno.

Amarezze di Natale

Dicembre è il suo mese crudele. Prima di Natale denuncia la clonazione dei codici del suo libretto degli assegni. Si scopre così che frequenta con certa costanza il Casinò di Montecarlo: uno degli assegni clonati doveva servire a ripagare una perdita di 150 mila euro. Quella sera, ha detto lei a Fabrizio Corona, c'era anche Ginevra Sozzi, soi-disant amante del giocatore che raccontava di una storia durata quattro mesi e finita a metà dicembre.

La sospensione per i ritardi agli allenamenti, l'esclusione da Inter-Napoli di Santo Stefano, uno dei primi effetti dell'arrivo in società di Marotta, disegna un cambio di rotta per ora solo accennato e non certo compiuto. La decisione, condivisa con Ausilio e Spalletti, avrebbe dovuto servire a dare un segnale: sul rispetto verso il club e la squadra non si può derogare.

Dopo la decisione, presa per motivi disciplinari come ha subito spiegato la società, Nainggolan ha chiuso il suo profilo Instagram e si è presentato alla prima sessione di allenamento, il giorno successivo, con un quarto d'ora d'anticipo. Un gesto di buona volontà, una dichiarazione d'intenti. Poi si ferma a lungo per selfie e autografi con i tifosi, ma il dubbio, la rabbia, la delusione per il colpo di mercato su cui Spalletti si potrebbe giocare la riconferma non si cancellano con una fotografia. O con un allenamento notturno in Sardegna.

L'ultimo rigore

Non è da questi particolari, insegna De Gregori, che si giudica un giocatore. Nainggolan almeno non ha avuto paura di tirare un calcio di rigore, il quinto della serie contro la Lazio in Coppa Italia, anche se l'esecuzione non ha fatto che confermare lo scollamento tra l'esecuzione che già la rincorsa, il body language, lasciavano intuire. Lo fanno notare anche a Spalletti, nella conferenza stampa della vigilia contro il Bologna.

"Vuole dire che i giocatori giocano di proposito così per lasciare le cose a metà?" ha detto Spalletti. "Lei ha voluto alludere che Nainggolan nella rincorsa per il rigore non ha messo quella caratteristica di voler consumare una volontà. Bisogna stare attenti a dare interpretazioni, a me sembra che la squadra se la stia giocando, bisogna fare di più ma mi sembra se la stia giocando".

Ma il calcio moderno non è un passatempo per gentiluomini per cui la voglia di vincere sia un accessorio volgare. E giocarsela non basta più.