Oggi è il grande giorno, il giorno della restaurazione azzurra con Carlo I, non certo di Borbone ma dalla lontana Emilia, nuovo indiscusso monarca del Napoli dopo gli splendidi, e pure infruttuosi, dal punto di vista dei trofei, anni del bel gioco, del tiki-taka, dello spettacolo e della rivoluzione, dal basso, sarrista. Il popolo al potere con un sogno nel cuore fino alla giornata, esiziale per i campani, di Inter-Juventus e Fiorentina-Napoli. Ma questo è il passato, materiale cioè per gli archivi della Serie A con una nuova sfida, ancora più dura e difficile, per il Napoli di Ancelotti chiamato a duellare con la ‘Vecchia Signora’ di Cristiano Ronaldo e Allegri.

Una storia nuova dunque che parte oggi, col raduno sul lungomare, e comincia ufficialmente, dal punto di vista squisitamente tecnico, domani col ritiro di Dimaro come proemio di una lunga, lunghissima annata. Un’annata da preparare ad alta quota per riabituarsi alle altezze siderali di una classifica che, negli ultimi anni, ha visto il Napoli sempre ad un passo dal traguardo, ad un miglio dalla vittoria finale. Un miglio, una distanza che, con nuove strategie ed equilibri in campo, cercherà di far percorrere alla sua squadra Ancelotti chiamato, nelle prossime settimane, a rivoluzionare uno spartito spettacolare ma pure arcinoto. E così, in questo contesto e con una rosa già attrezzata, in attesa di Mertens, per l’80-85%, ecco quali sono le nuove idee di gioco del tre volte campione della Champions League Ancelotti.

Il 4-2-3-1, addio regista. Tutto sui mediani, Mertens trequartista a sostegno di Milik

Nei giorni successivi l’ingaggio di Ancelotti vi abbiamo subito parlato di come il Napoli poteva adattarsi alle idee, a questo punto restauratrici, dell’ex allenatore del Bayern Monaco che, come detto, ha sempre avuto, albero di Natale a parte, una grandissima predisposizione per il 4-2-3-1, arma utilizzata nelle ultime stagioni in 64 occasioni con Paris Saint Germain, Real Madrid e Bayern Monaco. Un’arma visti gli uomini a disposizione che il tecnico di Reggiolo sembra fortemente intenzionato a riproporre al ‘San Paolo’ con l’uscita dagli schemi del regista, del playmaker, del ‘volante’ di sola costruzione alla Jorginho.

Al di là della cessione del talento italo-brasiliano, infatti, Ancelotti punta a formare una mediana simile a quella già vista in città nell’era Benitez con due centrocampisti centrali, forti, rocciosi ma pure qualitativi e bravi nell’impostazione – in una parola: moderni – con, alle spalle della punta Milik, un triumvirato di prime scelte come Callejon, a destra, Mertens o Hamsik sulla trequarti e Insigne sulla sinistra. Insomma, il 4-3-3 rivoluzionato col terzo centrocampista spostato di punta, Milik in luogo di Jorginho, ed il tridentazo dei miracoli, specie nel secondo anno di Sarri, spostato una ventina di metri più indietro, con la difesa, rigorosamente a quattro, come unico superstite retaggio della precedente gestione.

Un albero di Natale a Napoli è tempo di 4-3-2-1

No, non è il titolo del nuovo cinepanettone di De Laurentiis ma quello che potrebbe diventare il disegno tattico del Napoli 2018/19. Il vestito che, ai tempi, condusse il Milan di Ancelotti, di Kakà e Seedorf dietro la punta Inzaghi o Gilardino a dominare l’Europa ed esaltarsi nel teatro dei sogni in semifinale nella dolce sconfitta per 3-2 col Manchester United nell’edizione della Champions, poi vinta in finale col Liverpool, 2006/07. Una edizione con un gioco di numeri, e di parole, marchiata a fuoco col 4-3-2-1, il cosiddetto: ‘albero di Natale’. Quattro difensori, con due terzini di spinta, nel caso Ghoulam alla Jankulvoski e Hysaj alla Oddo, con l'albanese che dovrà essere più propositivo e meno bloccato dietro, un regista, due mezzeali, due mezze punte a sostegno del bomber principe azzurro, al secolo: Arkadiusz Milik.

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E proprio dalla cintola in su, gli azzurri potrebbero produrre le maggiori novità rispetto al 4-3-3 della passata stagione con Hamsik, ad un passo dalla cessione e poi ritornato sui suoi passi, e nuovamente alfiere e capitano della squadra, reinventato nei panni di Pirlo, in ‘playmaking', Allan e Fabian Ruiz come suoi compagni di reparto, in attesa degli sviluppi su Di Maria o Fabregas, in luogo di Ambrosini a destra e Gattuso a sinistra e Insigne e Mertens al posto dei predetti Kakà e Seedorf con Callejon, sacrificato, ma pronto a fare anche la punta, Inglese permettendo, e Verdi in panchina in attesa di una chiamata a gara in corso e nel turnover stagionale.

Torna il turnover, Ancelotti sfrutta tutta la rosa

Infine, come ulteriore novità della gestione ancelottiana, della restaurazione che ha il sapore di Benitez che fu, sull’onda lunga della continuità dei manager internazionali, torna il turnover, croce e delizia della precedente gestione. Sarri, difatti, con il suo modo di intendere il calcio, fatto di automatismi perfetti, di geometrie e movimenti precisi e di connessioni che vanno a memoria, ha spesso sacrificato parte della rosa ottenendo il duplice effetto di svalutare alcuni e stancare altri.

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Una gestione, che ha comunque prodotto grossi dividendi sportivi, col Napoli mai così vicino al titolo come nella scorsa stagione, e che pure si è attirata diverse critiche con gli azzurri costretti, giocoforza, ad abbandonare l’Europa per il sogno scudetto. Una possibilità, questa, esclusa a priori dall’allenatore ex Real Madrid, re di Coppe, che ha fatto della rotazione degli uomini e del coinvolgimento di ogni singola risorsa in rosa un mantra nella sua brillante carriera. Una carriera che, ora, con armi differenti, ma con un entusiasmo quasi mai visto in ciascuna delle sue destinazioni, si arricchisce di una nuova, quasi impossibile missione: portare il titolo nazionale a Napoli.