Il dandy, l’ingegnere, il professore. Mancini, Pellegrini, Benitez. Passato, presente e sempre più probabile futuro della più grande, e più ricca, incompiuta d’Europa: il Manchester City. Perché tre indizi fanno una prova: anche nel calcio moderno, i soldi hanno un’anima e non sempre danno la felicità.

Le guerre del Dandy – I segni della crisi attuale dei Citizens erano già tutti scritti nei successi, e nelle ragioni dell’addio, di Roberto Mancini. A Manchester, la storia insegna una lezione sola, che dalla storia non impara nessuno. Arrivato nel 2009, Mancini porta il City a conquistare la prima FA Cup in 35 anni, asfalta 6-1 lo United all’Old Trafford e nel 2012 al primo titolo in Premier League dal 1968. Dietro le sciarpe, dunque, c’è di più. Ma le luci della ribalta, con un presidente come lo sceicco Mansour che dal 2008 ha speso un miliardo e mezzo per vestire di Light Blue il meglio del calcio mondiale, non oscurano le ombre, le esacerbano. “Il City ha vinto malgrado Mancini” ha detto a So Foot il preparatore Raymond Verheijen, consulente per i Citizens, il Barcellona, lo Zenit San Pietroburgo, il Bayern Monaco. “Con Mark Hughes, avevamo messo in opera un sistema d'allenamento molto preciso. Una sola seduta al giorno della durata di 90 minuti, molto intensa. Perfetta per preparare le partite del campionato inglese. I nostri giocatori avevano le migliori statistiche in quanto a velocità e chilometri percorsi per partita”. Mancini, al contrario, ha “metodi preistorici”, due sessioni a ritmo lento e al freddo: “Gli interessa solo se stesso. I giocatori lo detestano”. Mancini è un allenatore divisivo. Ha vissuto storie sempre più tese con Tevez e con Dzeko, uno dei leader che hanno guidato la “fronda”, con Nasri (protagonista a marzo di una "notte brava" a Parigi con Lindsay Lohan). Kompany, Silva e Hart hanno paventato la possibilità di lasciare la squadra se il “Mancio” fosse rimasto, e hanno trovato alleati nella parte spagnola della dirigenza: il ds Beguiristain, l’amministratore delegato Ferran Soriano, arrivato dal Barcellona, il regista dell’operazione di allargamento del marchio City a Melbourne e New York attraverso la partnership con Etihad, e nell’ufficio stampa che ha alimentato il gossip giornaliero sulle bravate di Balotelli. Nel 2013 si cambia. Serve, dichiara lo sceicco, “un approccio olistico”. Per ricostruire uno spogliatoio così, pensa Mansour, non c’è niente di meglio dell’Ingegnere.

Le due facce di Pellegrini – Manuel Pellegrini ha esperienza di pressioni e fronde (al Real Madrid, Oriazi contro Curiazi è un modello intramontabile di vita). Al primo anno, il cambio di marcia e di stile non potrebbe essere più marcato. In campionato, il City segna 102 gol, vince il quarto titolo in Premier e la Coppa di Lega. Dzeko contribuisce con 16 reti, Aguero con 17, Yaya Toure tocca le 20: in tutte le competizioni, in 56 partite, il totale raggiunge i 154 gol, battuto anche i record delle 143 reti dei leggendari Busby Babes, il Manchester United del 1957-58. L’Ingegnere, però, non migliora il rendimento in Champions League e quest’anno, in pochi mesi, è cambiato tutto. O meglio, Pellegrini è sempre lo stesso allenatore pacato e largamente indecifrabile, ha la stessa filosofia, la stessa volontà di lasciare che i giocatori esprimano se stessi in campo. Ma quelle che venivano esaltati come i suoi punti di forza, ora gli vengono additate come debolezze. A Capodanno, il City era in testa col Chelsea, ora è quarto. Nelle ultime 12 partite ha collezionato 15 punti, ne ha perse sei delle ultime otto. E il 4-2 nel derby basta da solo a dare la misura dell’involuzione. È una squadra che sembra “senza spina dorsale”, che si abbatte alle prime difficoltà. Il suo futuro è ormai segnato.

Benitez nel futuro? – Possibile, probabile lo “scambio” con Benitez sull’asse Manchester-Napoli. Tra Light Blue e azzurro cambia poco, però. Potrebbero cambiare gli uomini, si parla della possibile cessione di otto uomini e dell'acquisto di Pogba, ma non cambierebbe la sostanza, non muterebbe lo stile di gestione. Rafa il filosofo, lo scienziato dei software e del turnover, come Pellegrini è un tecnico di visione costante, che traccia la sua strada e tira dritto, che più volte, a Liverpool prima e a Napoli poi, è passato da hero a zero senza far niente di così radicalmente diverso tra il prima e il dopo. I sogni, come sempre in questi casi, rimangono Mourinho e Guardiola. Ma anche i profili di Ancelotti, in rotta con la tifoseria del Real Madrid, o Diego Simeone, sembrerebbero più adatti ad un gruppo di stelle che non è mai davvero diventata una squadra.

Le ragioni della crisi – Tutto ruota intorno ai soldi: Mansour ne ha spesi troppi e ultimamente li ha spesi male. Scegliere i nomi più altisonanti, costruire una squadra come una collezione di figurine non paga. I giocatori non mettono la squadra al primo posto, manca l’attaccamento e quando i risultati scendono sotto le attese le conseguenze negative si fanno sentire di più. Anche perché in rosa ci sono solo due giocatori inglesi, Hart e Milner, che ha il cuore e la determinazione che Pellegrini esalta ma è in scadenza di contratto. Ma non ci sono più talenti cresciuti nelle giovanili del club, non ne è più emerso nessuno dopo Micah Richards. Ed è proprio nei momenti di difficoltà che conta avere figure come Rooney per lo United. Come Terry o Drogba per il Chelsea, come lo stesso Ramsey, benché giovane, per l’Arsenal. Nell’approccio olistico che tanto piace allo sceicco, dunque, non si può non tener conto delle responsabilità del duo Soriano-Begiristain. Hart, Aguero, Kompany, Tourè e Silva c’erano già prima del loro arrivo. Il nuovo ad e il nuovo direttore sportivo hanno speso più di 100 milioni per Bony, appena arrivato, Negredo, tornato in Spagna dopo una sola stagione, Mangala, Fernando e Jovetic, un terzetto che è difficile non considerare un flop. La rosa andrebbe ringiovanita: Touré, che ha accusato la società di non avergli permesso di stare accanto al fratello morente, è una versione sbiadita del centrocampista dell’anno scorso, tra i migliori del mondo, Kompany dopo l’infortunio appare sempre più nervoso, e degli undici titolari all’Old Trafford, solo Aguero e Hart hanno meno di 29 anni. Benché, su questo, abbiano pesato le limitazioni al mercato imposte dalla Uefa per violazioni del fair play finanziario, che il City ha patteggiato fino alla prossima stagione.

Il bilancio – Oltre al limite ai trasferimenti, calcolato entro un tetto complessivo di 60 milioni, il City, che ha inaugurato un nuovo centro sportivo da 200 milioni, si è impegnato a ridurre il deficit a un massimo di 20 milioni per il 2014 e di 10 per il 2015. Le sanzioni hanno comportato anche la riduzione a 21, anziché 25, del numero massimo di giocatori nella lista A per la Champions League: una restrizione che sarà eliminata l’anno prossimo se la società dovesse raggiungere il pareggio di bilancio. Nell’ultimo esercizio, chiuso il 31 maggio 2014, il City ha superato i 400 milioni di fatturato per la prima volta nella storia, ma ne restano 29 di perdite. La vittoria del campionato ha fruttato alla società 122 milioni dai soli diritti tv della Premier League, rispetto ai 74 del 2013, 167 per i diritti di trasmissione dei match in tutte le competizioni. E ha trainato l’incremento dei biglietti e degli abbonamenti, da 38 a 47,5 milioni, e delle entrate commerciali (210 milioni, +16%), soprattutto quella con Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi di proprietà del fratello di Mansour, che sponsorizza anche il GP di Abu Dhabi di Formula 1. In questo modo, il rapporto tra ingaggi e fatturato è sceso dall’86 al 59 percento. Anche nell’era del calcio-business, però, come scriveva Eduardo Galeano, il pesce piccolo può ancora mangiare il pesce grosso. E la lezione di Billy Beane, il general manager degli Oakland Athletics protagonista di Money Ball, resta valida anche all'Etihad Stadium. ""Lo scopo non deve essere comprare giocatori: lo scopo deve essere comprare vittorie".