Quando si muore, si muore soli. Soli, pensando all'ultima ora che arriva quando non te l'aspetti. Solo come Davide Astori, che dormiva in una camera singola nei ritiri della Fiorentina. Lo aspettavano Anna e Renato, Francesca, Bruno e Marco, la piccola Vittoria, il 4 marzo di un anno fa, una domenica mattina di speranze e di attese. Domenica di campionato e di elezioni, passioni e divisioni. Aspettavano il ritorno di un figlio, di un marito, di un fratello, di un papà. Lo aspettava Saponara, che gli metteva la testa sulla spalla quando era stanco dopo gli allenamenti. Lo aspettava Sportiello per ridargli le scarpe che aveva dimenticato nella sua camera dopo l'ultima partita alla playstation. Aspettavano tutto quello che Davide Astori era prima di Fiorentina-Udinese. Tutto quello che Davide Astori non sarà più.

"Eri il calcio dei bambini"

Sul volto dell'uomo giusto, scriveva Victor Hugo, non c'è mai sorriso cattivo. Astori sembra sorridere da ogni fotografia, nei suoi 31 anni portati come si indossa un maglione sformato. In ogni sorriso c'è una storia, c'è un regalo, c'è una traccia.  C'è il segno di chi ha illuminato e migliorato la vita di tutti quelli che con lui hanno percorso una parte del viaggio. Un segno che a un anno di distanza lascia un affetto praticamente unanime in chiunque l'abbia conosciuto. Senza nulla della retorica che addolcisce ogni spigolo ad ogni morte.

Al comparire della sua immagine al minuto 13 (come in tutte le partite di questa giornata di campionato), il numero che gli ha portato fortuna dalle giovanili, si è fermato il derby di Roma. Hanno applaudito per primi i tifosi, poi anche i giocatori in campo, e nessuno se l'è sentita per un po' di far correre il pallone. Il ricordo di un'assenza che si è fatta presenza ha toccato particolarmente Badelj, che ne ha ereditato la fascia da capitano alla Fiorentina.

Col tuo sguardo profondo sei entrato in tutti noi. E ci sei rimasto. Tutte le persone che sono qui oggi lo dimostrano. Parlavi la lingua universale del cuore. I tuoi genitori non hanno sbagliato una virgola con te, sei il figlio e il fratello che ognuno vorrebbe avere se potesse scegliere. E sei il miglior compagno di squadra che ognuno vorrebbe avere. Tu non sei come gli altri. Tu sei il calcio, quello vero, quello puro dei bambini – aveva detto nel messaggio commosso che ha letto nel giorno del funerale. Lo conserva ancora, in una bacheca nella sua casa di Zagabria.

Una grande persona perbene

Astori, ha scritto Buffon, era “una grande persona perbene, l'espressione migliore di un mondo antico, superato, nel quale valori come l'altruismo, l'eleganza, l'educazione e il rispetto verso il prossimo, la facevano da padroni. Complimenti davvero, sei stata una delle migliori figure sportive nella quale mi sono imbattuto”. Uno spirito caldo e gentile, ha scritto Bernardeschi in un omaggio su the Players' Tribune, un leader nato.

Gli piaceva definirsi un designer e calciatore per hobby. Un difensore che, in un'intervista nel ritiro della nazionale per Vivo Azzurro nel 2013, parlava della sua tranquillità in campo come del suo miglior pregio e del suo peggior difetto. Un difensore partito senza mai lasciare davvero San Giovanni Bianco, che si è affermato a Cagliari e Firenze. In quella Cagliari che, scriveva DH Lawrence, non appartiene a nessun luogo, è fuori dal tempo e dalla storia. Nella Firenze dal carattere forte, radicata nei sentimenti un po' nascosti ma poi scoperti una volta che la fiducia lascia il posto alla diffidenza. Città di esperienze profonde, di adesioni complete, di uomini che non camminano mai soli.

Viaggi e amore, un destino nel nome

Amava i viaggi, Davide. Con sua moglie, incontrata a una festa, come due ragazzini son partiti per l'India e il Nepal, il Giappone e il Perù: zaino in spalla, treni e bus, verso l'infinito e oltre. “Di una cosa sola sono certa: so di avere reso felice Davide. Il destino con noi è stato davvero ingiusto, ma reggo il dolore perché se non avessi incontrato Davide non ci sarebbe stata la gioia del nostro amore attraverso il quale lui si è realizzato e completato come uomo e come padre” ha detto Francesca in un'intervista a Walter Veltroni qualche mese fa per il Corriere della Sera.

Quando se ne è andato era nel momento più felice della sua vita, per questo sopporto il dolore. C’era una vita possibile, per me e per lui. Ora ce n’è un’altra che non ho scelto. La costante gioiosa è Vittoria, una bambina a cui ha dato le ali per continuare a volare e raggiungere i suoi sogni.

Nel suo nome c'è un istinto di rivincita, c'è un destino. Era lo stesso per Astori, che portava il nome del Re d'Israele che suonava l'arpa e uccise Golia. Un nome che vuol dire “amato”, che di amore ne ha dato e ne ha ricevuto.

Il giorno di dolore che uno ha

Lunedì sarà passato un anno da quella domenica con la neve sulle strade della Val Brembana. Un anno di ricordi e di applausi commossi, come quelli dei tifosi viola quando i calciatori della Juve arrivarono nella basilica di Santa Croce, nella piazza dove nacque il calcio fiorentino, per i funerali. Un anno di sciarpe e bandiere di tutti i colori lungo il Muro di Davide, oggi custodito all’interno del centro sportivo che prende il suo nome.

Un anno di informazioni che non spiegano cos'è, che non dicono perché il capitano della Fiorentina non si è risvegliato quella notte. Un anno di perizie, come quelle del Giorgio Galanti, direttore del centro di riferimento regionale di Medicina dello Sport dell’ospedale Careggi, e di Francesco Stagno, direttore sanitario dell’Istituto di Medicina dello Sport di Cagliari, che gli hanno rilasciato i certificati di idoneità sportiva nonostante la presenza di un'extrasistolia a due morfologie negli elettrocardiogrammi sotto sforzo.

Un anno da quella mattina in cui l'ansia si è espansa nella sala dell'hotel Là Di Moret quando alle 9,25 Davide non era ancora sceso per colazione, lui che ha costruito tutta la sua carriera sul sacrificio, sull’impegno, sulla puntualità.

Un anno di pensieri, da quella mattina in cui Firenze, la Firenze che non si duole se tutta non si muove, tutta si commosse nel giorno di dolore che uno ha. Uno di quei giorni in cui le parole sai che non ti servono più, in cui nessuno se lo spiega perché sia successo a te, quando indietro non si torna perché la vita non è giusta come la vorresti te. Firenze piange ancora l'uomo che amava il mare e Ligabue, il capitano che portava luce e amava i numeri, conservativo al punto da chiedere ancora alla mamma la stessa tovaglia di quand'era piccolo per i giorni delle feste. Ha cambiato le vite di chi gli ha voluto bene, ha dato più di quanto ha presto. Rimangono, per dirla con Guccini, le cose senza falso o vero, e la rinuncia triste a quello che lui era.