Conquisti lo scudetto, si goda il trionfo e se ne vada da Napoli. E' l'augurio migliore che si possa fare a Maurizio Sarri, l'allenatore che in azzurro e in Italia ha già scritto la storia dimostrando che anche in Serie A è possibile un'idea di calcio differente rispetto al pragmatismo estremo e alla logica esclusiva del risultato. L'obiezione principale è: sei bello ma non vinci, a cosa serve? L'Olanda di Cruijff – quel che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi nel calcio internazionale – è la replica da sottoporre a chi crede che avere la bacheca piena di trofei conquistati nel proprio Paese (mentre in Europa ‘tremare il mondo non fa') sia l'unica prospettiva possibile. Vinco, dunque sono. E' stato sempre così ma non per questo è opinabile.

Il tecnico dei partenopei ha già vinto la propria sfida. E dal mercato di gennaio la sua posizione – non di certo quella del club – esce ulteriormente rafforzata a testimonianza del miracolo compiuto con una rosa di calciatori allevata alla sua maniera: senza fronzoli, con studio e applicazione, passione e professionalità, competenza e ‘capa tosta'. Avesse una società alle spalle abbastanza forte da garantirgli possibilità di spesa, meno approssimazione strategica (tra il no di Verdi e il flop Politano c'è di mezzo la vicenda grottesca di Younes) e di non doversi accontentare degli scarti altrui, magari sarebbe anche un po' malleabile nella gestione del gruppo. Provate a mettervi nei suoi panni: aveva chiesto un rinforzo – non un top player, almeno un buon calciatore – si ritrova con la rosa depotenziata, che ha perso addirittura Maksimovic (un difensore centrale) e Giaccherini (esterno), un pugno di mosche in mano e sul tavolo una serie di perplessità emerse in queste settimane.

Il Napoli ha incassato: il sì del Bologna ma non ha mai avuto abbastanza appeal da persuadere Verdi (mica Gareth Bale) dopo un lungo corteggiamento; il sì di Politano ma il no del Sassuolo; il sì dell'Ajax ma il no di Younes che arriva, sorride, sale sul treno assieme al padre, adducendo gravi motivi familiari, e dà appuntamento a giugno; il sì post-datato di Ciciretti e Inglese (sigh!); il forse di Klaassen (ma serviva davvero?), ricercato e riscaricato dopo il solito intoppo sui diritti d'immagine; il no di Sarri a Deulofeu e, infine, l'ammuina (il chiacchiericcio) milionaria intorno a nomi (Keita, Oyarzabal) usati a mo' di pastura per i pesci. Tutto questo a gennaio mentre a giugno ha fatto ‘braccino'.

Pochi ma buoni e se li tiene stretti. In fondo, Sarri, l'ha sempre saputo. E' con questi calciatori che deve andare avanti scollinando tra scudetto ed Europa League. E' merito suo se Mertens s'è trasformato in un bomber vero, Insigne non è più innamorato dei dribbling e del tiro a giro alla Del Piero, Callejon rasenta la perfezione, Jorginho è cresciuto tanto da impressionare anche Mourinho. E' merito suo se, nonostante la sorte gli abbia ‘spaccato' prima Milik (due volte) e poi Ghoulam, il Napoli è riuscito a rigenerarsi, tenendo testa a un avversario (la Juventus) che ha un ventaglio di soluzioni tattiche e di giocatori a disposizione. Allegri si volta e vede in panchina Dybala, RuganiBernardeschi, Khedira, CuadradoMatuidi o addirittura Pjanic (a seconda delle necessità e della situazione) mentre in campo ha già Buffon (o Szczęsny), Higuain, Douglas CostaMandzukic. Sarri fa lo stesso ma gli sale la pressione a tal punto che comincia a fumare come un pazzo: Sepe, Rafael, Rog, Ounas, Mario Rui e Tonelli, Machach e Leandrinho (Vinicius no, è rimasto in Portogallo). E vabbe'… Maurizio, passami una sigaretta.