Grazie mister, grazie per averci aperto gli occhi sulla condizione reale in cui versa non solo la nostra Nazionale ma anche e soprattutto, il nostro movimento calcistico. Senza il suo apporto non saremmo riusciti a sbattere la faccia contro la cruda e onesta realtà, troppo pericoloso, troppi gli interessi in gioco, troppo comodo ricercare attenuanti e ricacciare la polvere sotto il tappeto dell'occorrenza. E invece, con l'uscita mesta e desolante dal Mondiale in Russia non c'è più alcuna scusa per procrastinare ulteriormente il problema o trascinarlo con sè, in attesa che prima o poi la situazione migliori col tempo.

La doppia sfida contro la Svezia, ma non solo, ci ha insegnato una crudele verità: quest'Italia, intesa non solo come Nazionale ma come intero movimento calcistico, non può andare da nessuna parte. Le fette di salame che tutti si sono messi comodamente addosso sono scivolate via davanti i tre gol rimediati nelle ultime cinque partite ufficiali tra qualificazioni e play off, l'inesistenza di un progetto a lungo termine e la manifesta inferiorità internazionale.

Il tutto condito da una assoluta lucidità nel gestire il patrimonio tecnico in dotazione. Sì, forse ai minimi storici, ma che contempla comunque una struttura oltremodo consolidata e ereditata dalle stagioni vincenti precedenti, come quella del successo mondiale 2006, composta dai senatori Buffon, Chiellini, Barzagli, De Rossi e Bonucci. E che annovera in rosa talenti quali Verratti, Insigne, Florenzi, Belotti, Immobile tutti giocatori dai piedi buoni e da idee altrettanto interessanti.

L'eliminazione dai Mondiali è stato uno schiaffo in pieno volto dal quale non abbiamo potuto difenderci. E anche per questo, grazie mister. Perché ha arrossato le guance di una Federazione inadeguata da sempre che aveva scelto il ct, a propria immagine e somiglianza, farcendo il contratto con clausole capestro, e che oggi si ritrova denudata e sempre più sola. Con lo zero a zero gli si è tolto anche l'ultimo velo alle pudenda. Zero interesse nel coltivare i vivai, zero impegno a tutelare i giocatori italiani, zero leggi per imporre alle società di versare una parte delle risorse economiche in progetti senza termine.

E così ci ritroviamo orfani di una estate Mondiale, come 60 anni fa. Peggio di 60 fa. Perché oggi è ancor più triste di quanto accadde nel '58, dove si viveva in un'altra era, con un altro calcio. Oggi la disfatta è totale, agli occhi di tutti. E tutti abbiamo perso tutto. Tranne la dignità. Almeno alcuni.