“And Solskjaer has won it”, “E Solskjaer l'ha vinta”. Clive Tyldesley, la voce di punta di ITV, avrebbe potuto ripeterla quella sua frase-manifesto per il 5-1 del Manchester United al Cardiff, alla sua prima da allenatore dei Red Devils. Da vent'anni la sua voce risuona nei ricordi dei Red Devils come il "barrilete cosmico" di Victor Hugo Morales nei cuori degli argentini e dei cuori d'avventura. Risuona da quando Solskjaer ha completato una rimonta impossibile, in finale di Champions League, da 0-1 a 2-1 nel recupero del secondo tempo. Mai il suo soprannome, Baby-faced Assassin, fu più adatto. Il Bayern, sconfitto quel 26 maggio di quasi vent'anni fa, ha silenziato il profilo Twitter della Champions League dopo l'annuncio del suo ingaggio come traghettatore perché il video tornava ancora e ancora a ricordare una ferita sportiva che il tempo non ha ancora guarito.

Manita al Cardiff

I Red Devils non segnavano cinque gol in una sola partita di Premier League dal 5-5 al West Bromwich del 2013. Era l'ultima sulla panchina dello United di Sir Alex Ferguson, e il filo dei ricordi riannoda trame interrotte dopo il passaggio di cinque tecnici diversi. Solskjaer ha rimesso Pogba al centro del progetto, ha riproposto Luke Shaw e Phil Jones in una difesa che ha concesso il 30mo gol della stagione, il peggior record difensivo del club dal 1962. Ha liberato l'estro di Rashford, al quarto gol quest'anno, e di Martial, coinvolto in 70 reti per lo United. Alla centesima presenza in campionato, il francese ha segnato il gol numero 5oo di questa Premier League. "Con i calciatori di talento" ha detto Solskjaer, "il calcio è semplice".

La finale del 1999

Wayne Rooney gli ha consigliato di lasciare che i calciatori si esprimessero liberamente in campo, gli ha detto di farli divertire. La vittoria è anche merito della sua premonizione. Vent'anni fa, prima della finale da leggenda al Camp Nou, Solskjaer ha sperimentato una sensazione non troppo diversa. Ha chiamato il suo migliore amico, un infermiere che lavorava a Trondheim. “Non potrò vedere l'ultima mezz'ora della partita domani, ho il turno di notte” gli spiega. “Ho fatto in modo che qualcuno lo sostituisse” racconterà Solskjaer anni dopo al Telegraph, “gli ho detto: Succederà qualcosa di grosso”.

Eppure, all'intervallo Sir Alex Ferguson parla soprattutto con Teddy Sheringham, che entra a metà ripresa. Solskjaer continua a riscaldarsi, a cercare di attirare l'attenzione del tecnico, anche per quella strana premonizione che si porta dietro. Entra a 9′ dalla fine per Andy Cole. Ne manca uno e mezzo alla fine quando Sheringham pareggia. Tutti vanno ad abbracciarlo, tranne lui che è già corso dietro la linea di metà campo. Si sta concentrando sui supplementari. Da bambino, chiuso nella sua camera, tante volte si è immaginato mentre segnava il gol decisivo in una finale di Champions.

L'occasione di realizzarlo arriverà molto prima dei supplementari. Causa un calcio d'angolo che batte Beckham, l'ha definito il miglior numero 7 con cui abbia giocato allo United, Sheringham devia, Solskjaer la tocca da tre metri. “Nove volte su dieci, sarebbe finita tra le braccia del portiere o sulla testa dell'uomo sulla linea” ha spiegato. Invece succede qualcosa di grosso. Finisce dentro, e Solskjaer scivola sull'erba come se non dovesse fermarsi più. Finirà per danneggiarsi un legamento del ginocchio. Ma il più prezioso dei 126 gol in 366 partite al Manchester United vale un paio di settimane di stop.

E lo chiamarono Super-Sub

Ne ha segnati 29 da subentrante: nessuno ha fatto meglio partendo dalla panchina nella storia dei Red Devils, compreso il pallonetto a sette secondi dal suo ingresso in campo che evita la sconfitta contro un Bordeaux in dieci in Champions League il primo marzo 2000. Coltiva dall'esordio la fama di “suber-sub”, sostituto di lusso. Quando arriva allo United nel 1996, dopo 31 gol in un anno e mezzo al Molde per un milione e mezzo di sterline che serviranno anche a costruire il nuovo Aker Stadion dove Solskjaer vincerà il primo campionato alla prima stagione da allenatore nel 2011, non è il norvegese più atteso a Manchester.

Nella conferenza stampa di presentazione, insieme a Jordi Cruyff, Raimond van der Gouw e Karel Poborsky, è il difensore Ronny Johnsen (150 presenze in sei anni) ad attirare più attenzione. Ma Ferguson sa di aver trovato una gemma. Lo capisce anche Beckham dai primi allenamenti. “Ogni volta che ha la palla, fa sempre qualcosa” commenta. Lo fa anche alla prima partita in Premier: entra e firma il 2-2 contro il Blackburn, così da allungare a 32 gare di fila la striscia di imbattibilità all'Old Trafford.

Quattro mesi e due giorni prima della finale di Barcellona, il Liverpool assapora per 86 minuti la prima vittoria in FA Cup sullo United dal 1921. Ma Yorke pareggia e Solskjaer, entrato a 10′ dalla fine, nel recupero inganna David James: è al limite dell'area, guarda alla destra del portiere poi tira verso l'altro palo. Game, set and match Manchester United.

Il 6 febbraio 1999, anniversario del disastro di Monaco e prima partita di Steve Mclaren da vice di Ferguson, i Devils dominano 4-1 al City Ground sul Nottingham Forrest quando Jim Ryan dà le ultime istruzioni a Solskjaer che entra al 72′ per York. “Gioca semplice, ci basta controllare il possesso palla” gli dice. Baby Face fa di testa sua e dall'80', in poco più di dieci minuti, ne segna quattro: l'8-1 resta la più larga vittoria esterna in Premier League nella storia dei Red Devils.

Tre anni di buio, poi l'addio

Non è facile per Baby Face giocarsi il posto con un finalizzatore implacabile come Van Nistelrooy, che spesso Ferguson fa giocare come punta unica con Paul Scholes alle spalle. Così nel 2002, anche come conseguenza dell'infortunio di Beckham, Solskjaer inizia a giocare da ala destra. L'infortunio contro il Panathinaikos nel settembre del 2003 divide in due la sua esperienza allo United. Torna a febbraio, fa in tempo a vincere la FA Cup ma salta tutta la stagione 2004-2005. Non giocherà comunque in Premier fino al 23 agosto 2006. Il destro a porta vuota che completa il 3-0 al Charlton non è certo memorabile, l'inchino ai tifosi e l'abbraccio a una generazione di compagni più giovane di lui decisamente sì.

Quell'abbraccio racconta il valore unificante di Solskjaer, che ha chiuso la carriera con la finale persa in FA Cup contro il Chelsea di Drogba, che i tifosi ricordano ancora per la rincorsa con tanto di fallo da espulsione su Rob Lee contro il Newcastle nel 1998 (gli costerà un hairdryer, un asciugacapelli, una delle celebri sfuriate di Ferguson negli spogliatoi e una multa). L'ultimo abbraccio, nel match d'addio contro l'Espanyol all'Old Trafford, racchiude il senso della sua storia in rosso.

"You are my Solskjaer"

Bernt Jakob Oksnes, suo amico e famoso giornalista norvegese, ha compreso cosa volesse dire essere Ole Gunnar Solskjaer il 5 dicembre 2006. Il Manchester United affronta il Benfica, Ferguson lo fa scaldare e poi subentrare a Paul Scholes. Dalla Stretford End parte uno dei cori più belli mai dedicati a un calciatore, colonna sonora del suo percorso in rosso con la maglia numero 20 sulle spalle. “You are my Solskjaer, my Ole Solskjaer; you make me happy when skies are grey…”, adattamento di You are my sunshine, inno ufficiale di Stato della Louisiana e una delle canzoni più programmate, anche nelle infinite cover successive in versioni meno country, sulle radio statunitensi.

In quell'occasione Oksnes raccoglie una confessione di Solskjaer. “Ogni volta che i tifosi la cantavano, anche quando ero infortunato, mi sentivo orgoglioso e anche un po' imbarazzato. Pensavo: perché proprio io, un piccolo uomo di Kristiansund, ero diventato una leggenda all'Old Trafford? Allo United non puoi andare lontano solo col talento. Arrivi in prima squadra solo col duro lavoro e una volontà di ferro”.

Solskjaer allenatore: il titolo al Molde, fallimento al Cardiff

Il Manchester United, ha detto nella sua prima intervista alla tv del club dopo esser stato scelto come traghettatore fino a fine stagione, “è una famiglia. Poi si è evoluto, si è sviluppato e percepisci la mentalità vincente. Quando allenavo al Molde, lo United era il mio modello. Hai l'idea di famiglia, la tradizione, la storia, la possibilità di dare una chance ai giovani, la voglia di vincere giocando un calcio offensivo”. Al Molde, l'altro suo grande amore per cui è ancora sotto contratto, così ha vinto il campionato nel 2011. Tornato nel 2016, ha ottenuto un quinto e due secondi posti e una sorprendente qualificazione alla fase a eliminazione diretta di Europa League nel 2015-16.

In mezzo, le esperienze nella squadra riserve del Manchester United e al Cardiff, con cui ha vinto solo 9 partite su 30 senza evitare la retrocessione in Championships nel 2014. Ai più scettici, resta la preoccupazione per la media di 1.31 gol a partita che le sue squadre hanno concesso di media nella sua carriera di allenatore. Gli ottimisti ne apprezzano una filosofia di calcio come forma di espressione, sintetizzata al magazine norvegese Josimar. “In allenamento cerchiamo di usare quanto più possibile il pallone. I giocatori dovrebbero fidarsi delle proprie qualità. È importante che prendano decisioni, noi dobbiamo guidarli a fare le scelte giuste”. Un calcio espressivo, con un talento come Pogba libero di esprimerlo. Il suo Manchester United ricomincia da qui.