Nella partita che vale un anno e una quantità di milioni che può raggiungere la terza cifra, Ventura tiene in panchina 90 minuti Lorenzo Insigne. Contro una Svezia catenacciara come non mai, il miglior talento del calcio italiano può solo guardare i compagni impegnarsi, affannarsi e gettare la spugna. Sacrificato sull'altare della rigidità tattica di un tecnico che ha perso di vista l'orizzonte e il polso della squadra. Senza autorità, poco rispettato dai big in campo e fuori, Ventura è la guida di una squadra senza alcuna fiducia in lui. De Rossi che si arrabbia quando vuole inserirlo, perché non è lui l'uomo giusto per una partita da vincere, è il segno chiaro di un tecnico che non riesce più a prendere le scelte giuste né a capire che si può cambiare idea, rinnegare un progetto fallimentare e mettere i giocatori al centro nei 90 minuti che segnano un fallimento anche peggiore rispetto alla Corea. E l'alibi delle decisioni, alcune francamente discutibili, dell'arbitro non reggono. Cercare alibi, Velasco insegna, è da perdenti.

E ora chiamiamo un nuovo tecnico.

Ventura ha dimostrato confusione e scelte rigide, poca linearità tanto nella definizione dello stile quanto nelle convocazioni. Rifiuta il 4-3-3 anche nella partita più importante dell'anno, ma in rosa ha portato per la doppia sfida una sfilza di esterni (Candreva, Insigne, El Sharawy, Florenzi, Bernardeschi) che nei club interpretano questo modulo. Non fa giocare i più in  forma, su tutti Insigne, pur di mantenere la sua posizione schiera anche elementi chiave fuori ruolo o con compiti non adatti alle loro caratteristiche.

E' il simbolo di un commissario tecnico sfiduciato e scollato dal suo gruppo, incapace di forgiare un gruppo, di fatto né selezionatore né propriamente allenatore. Un ibrido di fatto delegittimato anche da De Rossi, che si rifiuta di entrare. "Dobbiamo pareggiare, che entro a fare io", si impone, e fa cambiare idea al nocchiero inesistente della nave azzurra in gran tempesta. E' tanti saluti a Giampiero Ventura.

Come sessant'anni fa.

Per la seconda volta, l'Italia manca la qualificazione al Mondiale. Come sessant'anni fa, paga la visionarietà di una guida tecnica non adatta, incapace di far esprimere i singoli secondo un piano coerente. Allora, nel 1958,  nella sfida decisiva a Belfast sarebbe bastato un pareggio per la qualificazione. Eppure Foni, che ha fama di “catenacciaro”, parte con tre punte e due mezze punte: Ghiggia, Schiaffino, gli uruguayani che avevano firmato il Maracanazo nel 1950, Pivatelli, Montuori, e Da Costa. In più a centrocampo sceglie il tecnico Segato e non il coriaceo Chiappella, e fa esordire Invernizzi, in quella che resterà la sua unica partita in azzurro.

Oggi Ventura continua a tener fuori il miglior talento del nostro calcio, e già questo basterebbe. L'Italia si fa irretire dal non gioco svedese, ma aumentano solo i cross disordinati, i movimenti slegati, un'impotenza e una confusione che crescono di minuto in minuto in un secondo tempo improduttivo e frustrante.

Bene Jorginho nel 3-5-2.

Il 3-5-2 alllunga la squadra e penalizza un po' il pressing alto nella metà campo svedese. Il centrocampo quantomeno risolve il dilemma legato all'andata alle caratteristiche e al ruolo di Verratti, che è l'uomo sbagliato nel posto sbagliato. E' una mezzala di possesso, capace di inserirsi senza palla, dentro un sistema che prevede il salto del centrocampo e lo sviluppo del gioco con i lanci a scavalcare in centrocampo.

All'Italia serviva più un elemento come Parolo, che sa come ricevere palla quasi in area avversaria, e di attaccare lo spazio senza palla. Con questo cambiamento di stile, si muove meglio anche Jorginho, che più volte chiede di essere messo al centro della manovra ed è spesso il più aggressivo a cercare la seconda palla e verticalizzare. Tocca 48 palloni nel prio tempo il playmaker del Napoli, è il terzo che effettua più passaggi fino all'intervallo dietro Chiellini e Bonucci che si fa male ma resiste e non chiede il cambio.

L'uscita bassa, croce e delizia.

Darmian a sinistra dialoga bene con Florenzi, che si impegna a restare alto pur giocando fuori posizione. A destra Candreva si abbassa anche troppo nelle fasi iniziali. La Svezia difende con le linee compatte secondo il 4-4-2 abituale e già visto all'andata e concede all'Italia una circolazione bassa del pallone praticamente senza alcun tipo di pressing. Gli scandinavi occupano il centro, e fanno in modo che gli avversari sviluppino il gioco sulle corsie, consapevoli di avere uomini come Lustig, Lindelöf e Granqvist in grado di neutralizzare gli inevitabili cross. Ventura non a caso chiede ripetutamente a Barzagli di portare palla quanto più possibile e di non cercare subito l'appoggio orizzontale, proprio per avere maggiori possibilità di innescare nello spazio, sulla corsa Candreva. I gradi di libertà dell'interista, che da quella parte deve anche neutralizzare Forsberg, miglior assistman che prevedibilmente viene ad agire dove può trovare più spazio nel ribaltamento dell'azione, creano le migliori occasioni per l'Italia nel primo tempo. Lo stile degli azzurri, la ricerca degli spazi con le palle alte, esalta i movimenti di Gabbiadini alle spalle del mediano avversario e frena invece Immobile, fin troppo fedele in azzurro al cognome che porta. E non troppo cattivo nel pallonetto al 40′ che scavalca il portiere ma non evita il salvataggio di Granqvist.

Fallimento su tutta la linea.

L'Italia crea le migliori occasioni del primo tempo quando abbandona la sterile circolazione di palla orizzontale in nome di verticalizzazioni più rapide. E' l'unica strada per far uscire una Svezia che ridefinisce i confini del catenaccio. Significativi i numeri del primo tempo: 11 tiri a uno per l'Italia, che monopolizza il 76% di possesso palla.

E' proprio contro avversari così chiusi che una squadra deve velocizzare la manovra e mettere almeno uno dei difensori di fronte al dubbio se rimanere in posizione, a rischio di essere scavalcato, o uscire sul portatore di palla e creare uno spazio alle sue spalle per un'eventuale inserimento senza palla. Claesson va a chiudere su Darmian, sempre generoso nella spinta a sinistra.

La partita, però, esattamente come all'andata, si mette sul binario preferito dagli svedesi e l'Italia non sembra in grado di imprimere un cambio di passo, un'inversione di rotta, di scartare di lato. Ventura sceglie El Shaarawy per Gabbiadini, poi chiama Belotti ma non cambia la posizione di Immobile e a sorpresa riserva l'ultimo cambio a Bernardeschi che va a fare l'interno sinistro. Senza fisionomia, l'Italia disordinata sbatte contro il portiere svedese che frustra El Sharaawy e Parolo. Ma questa Italia, ammettiamolo, non merita il Mondiale.