Il fatto che io creda o meno all'autenticità di tali fenomeni è del tutto irrilevante. Ciò che conta è che non mi rifiuto a priori di crederci”. Ha fatto come faceva Baudelaire, Cristiano Ronaldo. Ha scavato al fondo di se stesso per scoprir qualcosa di nuovo. È arrivato dove tutto è calma, lusso e bellezza. Ma il sole batte più forte dove più dense sono le ombre, le tenebre. Ha indagato su se stesso e scartato tutte le ipotesi possibili, potenziato il controllo di palla nel bosco di sera, è non è caduto in tentazione. Ha dedicato se stesso ad essere il migliore, gli resta il suo mestiere, come moderno Dylan Dog in maglia rossoverde, l'incubo. L'incubo di essere il più forte, il più ricco, ma non il più grande.

La bellezza del demonio

C'è chi dice che la vita di tutti è soltanto un sogno” racconta l'indagatore degli abissi notturni. Come lui, Cristiano Ronaldo, l'ombroso che a Madrid soprannomineranno “El Ansia” (Paolo Condò Docet), ha bisogno di una sfida, di un mistero. Il mistero è tutto racchiuso nell'urna che sposta i destini di un doppio esordio sospeso fra l'incubo e la speranza. Un tempo sospeso, che profuma del legno delle caravelle, di cieli dai voli liberi che liberi non saranno più nell'Angola da cui venne il papà della Pantera Nera, il campione che dal Mozambico fece grande il Portogallo con l'arte del pallone. Ma non si nascerà più un altro Eusebio, la Rivoluzione dei Garofani abbatte Salazar, che sognava di proteggere le colonie dalle conseguenze della Guerra Fredda, diceva. L'Angola diventa indipendente, e debutta in un Mondiale.

Contro il Portogallo. Nel giorno della prima di una stellina con la maglia numero 7 a cui un'intera nazione chiede di diventare l'Eusebio delle moderne generazioni. È testardo, ha buone idee, non troppa fortuna e migliorabili realizzazioni. Scolari lo fa giocare a destra, Cristiano si cambia con Figo che galleggia ovunque lo porti l'ispirazione. La traversa ne alimenta spiriti di ambizione giovanile che un cambio, preso malissimo, non permette di soddisfare.

La zona del crepuscolo

Viene da immaginarselo, Ronaldo, che discute con Scolari come Dylan col suo Groucho, di anarchia e di libertà. “Non so più chi, forse Borges, ha detto che noi chiamiamo caso la nostra incapacità di capire l'immenso meccanismo delle casualità” dice Dylan-CR7. “Gli sconosciuti sono lì apposta per essere conosciuti, prima o poi”. Si sente ancora stretto dentro un personaggio e un sogno di grandezza, Ronaldo, poco convinto di appartenere a questa o a un'altra terra. Viaggiatore d'Occidente che il suo primo gol al Mondiale l'ha segnato, a Francoforte, all'Iran, Ronaldo viene dalla guerra nazionale all'Olanda, sedici ammoniti (record assoluto in un Mondiale) ma ne ha una tutta sua da combattere, nei quarti del 2006.

Cerca il suo Groucho, l'opposto rilassato e scanzonato, la persona facile che non sembra avere dubbi mai e a Madrid troverà in Marcelo, suo migliore amico. E intanto contempla un nemico, osserva i giorni di gloria che verranno e passeranno nello spazio di un occhiolino in mondovisione. In nazionale non ci sono amici, solo avversari. Vale anche per i compagni di squadra, per Neville e Ferdinand che non lo prendono, per Rooney che fa espellere con studiate proteste. È il tradimento del compagno che sarà di altre battaglie. C'è chi vorrebbe Ronaldo via da Old Trafford. Ma non Sir Alex Ferguson. Rooney gli va a parlare. Gli chiede se è il caso di organizzare un'intervista congiunta dopo il pasticciaccio di Gelsenkirchen. Meglio di no, dice Sir Alex, e il caso si sgonfia. Quel Portogallo sarà quarto, a 40 anni dal terzo posto di Eusebio, dal miglior risultato di sempre.

Il castello della paura

I gol faranno dimenticare quell'etichetta di colpevole da proverbio. Come il maggiordomo nei polizieschi. Non li noti, ma fanno pensare e funzionare le storie. Tiziano Sclavi lo disegna così, il suo maggiordomo, Desmond. “Lo sai che significa "proprietà privata"? Che il novanta per cento della popolazione è privata della proprietà. E l'altro dieci s'appropria”. In tanti la pensano così, anche mentre si godono il contrasto fra la Corea del Nord e l'uomo da cento milioni di dollari in Brasile. Nel 1966, i coreani del nord battuti da Eusebio finirono nei lager per una condotta «borghese, reazionaria e guastata dal capitalismo». Allora come nel 2010, per mezz'ora giocano anche meglio del Portogallo. Poi però di gol ne prendono sette. Ronaldo partecipa, l'azione nasce in fuorigioco ma non se ne accorge nessuno.

Memorie dall'invisibile

A scuola, la maestra mi segnava sempre assente, anche quando ero presente. Nei giorni in cui ero davvero assente non se ne accorgeva e mi segnava assente lo stesso” disse l'uomo invisibile. “Tutti gli altri ragazzi avevano degli hobby, il mio hobby è sempre stato respirare”. Uno così, al Capo di Buona Speranza, alla fine dell'Africa e del mondo scoperto dai portoghesi, non lo aspettano. Non lo cercano nemmeno. E c'è da capirli, fissano tutti ammirati The man of the World Cup, l'uomo del Mondiale, Cristiano Ronaldo. "Non farti troppe illusioni per la partita" scrive a Sergio Ramos. Sono diventati amici al Real, ma il Mondiale è un'altra storia. "Non fartele tu, campione" gli scrive “Rambo”.

Dalla sua ha anche Piqué, perché il nemico del mio nemico è mio amico. Contro di lui, CR7 ha perso una Champions con il Manchester United e la sua prima Liga. Ha capito il segreto dell'uomo che riempie di incubi e misteri le notti dei difensori di mezzo mondo. "Quando affronti Ronaldo, non puoi concentrarti su di lui e sulle sue gambe. Devi soltanto guardare la palla, altrimenti sei fregato. É l' unico modo per fermarlo". Ma il fenomeno, come un grande illusionista, è l'uomo invisibile che si manifesta come e dove non te lo aspetti. Arriva dalle Asturie, da un paesino di minatori, arriverà fino al Barcellona che però lo sacrifica come tutti i suoi figli che adombrano Messi. Eppure segna quattro dei primi cinque gol spagnoli al Mondiale, risolve anche i problemi che non si sono ancora presentati. Si chiama David e di cognome non fa Copperfield, ma Villa. Villa maravilla.

L'eliminazione

«È arrivato tardi e se ne va in fretta, dalla porta posteriore». Quattro anni dopo Marca commenta così il fallimento mondiale dell'icona marketable che ha cambiato il senso del calcio moderno. Ha recitato da protagonista, sì, mentre la compagnia affonda. Lo eleggono miglior giocatore portoghese di sempre, per il centenario della federazione, davanti a Eusebio e Figo. Ma resta lì, a piangere lacrime amare. A pensare, chissà, alla storia finita con Irina Shayk, e c'è chi dice che la love story sia finita come finiscono gli amori di chi quelle copertine le guarda e basta e cerca di arrivare alla fine del mese, per colpa della suocera. Cerca, immagina, sogna la sua Tiffany.

Perché è sempre negli occhi di una ragazza giovane che si guardano i giorni di gloria, quelli già passati e quelli da vivere ancora. Cerca un amore che gli dica, come la Tiffany ultima fiamma dell'indagatore tormentato delle tenebre e dei misteri, che senza il pubblico “tutto questo non esisterebbe nemmeno”, che in nome suo, "siamo pronti a divorarci l'uno con l'altra, siamo i giullari di un re dalle mille facce. E tutto quello che vogliamo è la sua approvazione. Il suo amore”.

*I titoli dei capitoli e le citazioni sono riprese da albi del fumetto