Il Real appartiene al mondo, l'Atletico a Madrid e ai suoi tifosi”. Così parlava Fernando Torres. Così il tifoso colchoneros che ha visto da avversario il trionfo di Simeone e il capolavoro tattico rojiblanco, spiegava perché il derby di Madrid, la prima stracittadina in finale di Champions League, è molto più di una partita.

Identità – Los Indios contro Los Blancos. I materassai contro i Galacticos. El Cholo contro l'allenatore che preferisce la coppa. Real contro Atletico è il potere contro il popolo, i ricchi contro i poveri, è nord contro sud, privilegiati contro perseguitati, implacabili vincitori contro romantici perdenti. O almeno così viene percepito, soprattutto dai tifosi dell'Atletico. Per capire il contrasto, e il senso di una rivalità che trascende il calcio, basta guardare gli stadi. Il Bernabeu sorge maestoso lungo il Paseo de la Castellana, in una delle zone più chic di Madrid. Il Vicente Calderon è accanto a una birreria tra la M30 e il Paseo de los Melancolics, il viale dei malinconici, e mai nome fu più azzeccato. “Per il Real, vincere è un obbligo, per l'Atletico è un donoraccontava un tifoso colchonero al magazine britannico FourFourTwo; “il Real Madrid è Disney, l'Atletico è reale e frustrante, è una questione di speranza e di emozione”. Il Real è la squadra più titolata di Spagna e d'Europa, come si legge entrando nel museo del club: “I trofei raccontano tutta la storia. I trofei sono testimonianze concrete che definiscono chi li ha conquistati senza bisogno di cliché. Ogni trofeo è il compimento di un periodo in cui il Real è stato migliore dei suoi avversari, [e insieme portano al Real] il ben meritato titolo di Squadra più forte di tutti i tempi”.

Le origini della rivalità – Sono i professori e gli studenti dell'Institución Libre de Enseñanza, tra cui c'erano molti laureati a Oxford e Cambridge, che introducono il calcio a Madrid. Nel 1895 fondano il club Football Sky, che si dividerà in due: il New Foot-Ball de Madrid e il Club Español de Madrid, da cui nascerà la Sociedad Madrid FC che nel 1920 otterrà da Alfonso XII il titolo di Real: il patrocinio della corona, molto più dei trofei in bacheca, la dice tutta sulla storia del club, per i tifosi rojiblancos. L'Atletico ha ben altra natura. Nasce come divisione dell'Atletico Bilbao, da cui si stacca nel 1907. Giocano con le maglie bianche e blu, che assumeranno i colori attuali nel 1911: erano le uniche che il presidente riuscì a trovare durante un viaggio in Inghilterra. Nei primi anni, mentre il Real gioca nella zona di Moncloa e ad attrarre tifosi borghesi, l'Atletico diventa la squadra dei quartieri operai di Cuatro Caminos e Tetuan. Nel 1916 il derby serve a decidere la finale del campionato nazionale, e la rivalità esplode: incidenti fra tifosi costringono l'arbitro a interrompere la partita con il Madrid in vantaggio 3-1.

Il capolavoro del Cholo – Negli ultimi dodici mesi, Simeone ha portato l'Atletico dove praticamente nessuno credeva possibile. La svolta comincia il 17 maggio dell'anno scorso, al Bernabeu, quando Diego Costa e Miranda firmano la rimonta sul Real consegnando ai Colchoneros la decima Coppa del Re nella storia del club e ai tifosi una notte per cui vale la pena aspettare anche tutta la vita. Mourinho, all'ultima gara sulla panchina del Real, chiude con un cartellino rosso a un quarto d'ora dalla fine dei tempi regolamentari. È un passaggio di consegne e di potere in città. Mourinho non aveva mai perso il derby sulla panchina Merengue, l'Atletico non batteva il Real da un'altra notte magica, sempre al Bernabeu, dal 3-1 datato 30 ottobre del 1999 deciso dalla doppietta di Hasselbaink e dal gol di Jose Mari. In mezzo, 25 partite giocate da 183 calciatori e 19 allenatori, con 19 vittorie dei Blancos e 36 differenti giocatori a segno. Arrivato a fine 2011 al posto dell'esonerato Manzano, Simeone ha trovato una squadra vicina a toccare il fondo. Con gli stessi giocatori, a parte le cessioni di Diego e Falcao, il Cholo ha riscritto la storia. La struttura è rimasta intatta: Courtois, uno dei migliori portieri d'Europa, Miranda e Godín difensori centrali, mediani Gabi e Mario Suarez, tra i più criticati allora e arrivato oggi nel giro della nazionale, intorno ai quali si muovono Tiago, Koke, Filipe, Arda Turan. Simeone ha cambiato la filosofia della squadra, ha estratto il meglio da tutti, ha ridisegnato la tattica e la strategia adattandola alle caratteristiche degli interpreti, così tutti si possono esprimere al meglio. Il tratto distintivo è una fase di non possesso basata su un pressing basso, con i centrocampisti che si schiacciano al di qua della linea mediana. Una difesa solida e insieme rivoluzionaria, perché l'Atletico marca a zona: tutti si muovono seguendo due riferimenti, la zona della palla e il compagno più vicino. Appena riconquistata palla, poi, si libera Diego Costa che aggredisce lo spazio dietro la difesa avversaria e avvia la fulminea ripartenza.

Ancelotti style – Con Ancelotti, il Real ha assunto un carattere per certi versi simile all'Atletico di Simeone. Le Merengues giocano un calcio paziente e controllato, lontano dalla tensione estrema, anche interna allo spogliatoio, degli anni di Mourinho. La doppia lezione al Bayern di Guardiola è la sintesi perfetta della filosofia di Carletto: il Real non corre molti rischi, pur senza imporre un ritmo forsennato ne crea più degli avversari e mantiene le giuste distanze tra i reparti. Controllo e ripartenza restano le parole d'ordine, anche perché davanti tra Di Maria, Benzema e Cristiano Ronaldo prima o poi il gol arriva. Tutto ruota intorno ai movimenti di CR7, e non potrebbe essere altrimenti. Il percorso iniziato con Ferguson, che ha convertito il portoghese alla verticalità e a una maggiore essenzialità, è compiuto e completo. Ronaldo è un giocatore universale, che parte dalla fascia ma trova e crea spazio praticamente ovunque, che ha segnato 16 gol in questa Champions, superando il record di Messi e Altafini e ora mette nel mirino i 71 di Raul, il primo nella classifica dei marcatori all time.

Il derby in Europa – A Lisbona, Atletico e Real si ritroveranno di fronte per la quarta volta in Coppa Campioni, la prima dopo la semifinale dell'edizione 1958-59. Era l'Atletico di Vavà, l'unico giocatore ad aver segnato in due finali mondiali consecutive. All'andata, al Bernabeu, rinominato così quattro anni prima, il vantaggio rojiblanco di Chuzo dura appena due minuti. Il Real, senza l'infortunato Kopa, pareggia con Rial e raddoppia con Puskas dal dischetto. Nel destino della sfida, e forse della storia, peserà il rigore che il nuovo portiere delle Merengues, Rogelio Domingues, parerà proprio alla stella Vavà. Al ritorno, con Kopa di nuovo in campo al posto di Puskas, l'Atletico vince 1-0: decide Enrique Collar a due minuti dalla fine. Con le regole attuali, l'Atletico sarebbe andato in finale per il gol in più segnato in trasferta. Ma allora le cose andavano diversamente, e il derby di Madrid 1959 è la prima semifinale nella storia della Coppa dei Campioni a richiedere “la bella”. Sul campo neutro della Romareda di Saragozza, dove 37 anni dopo Simeone e compagni festeggeranno metà dello storico double con la vittoria sul Barcellona in finale di Copa del Rey, il Real vince ancora 2-1 (Di Stefano e Puskas cancellano il temporaneo pareggio di Collar) prima di alzare a Stoccarda, contro il Reims, per la quarta volta di fila la coppa dalle grandi orecchie.

Il derby in finale – A livello nazionale, sono cinque le finali di coppa decise da un derby tra Atletico e Real. E i colchoneros ne hanno vinte 4. Nel 1960 Collar, Jones e Peirò rimontano il vantaggio di Puskas e zittiscono i 100 mila del Bernabeu e dominano quella che sarà poi conosciuta come la squadra “Yè-Yè”, dal coretto che scandisce “She loves you” dei Beatles, perché quattro giocatori posarono per Diario Marca vestiti come i Fab Four di Liverpool. L'Atletico vinse così la prima Copa del Rey, che allora si chiamava ancora Copa del Generalissimo, per volere del dittatore Francisco Franco. Un anno, firmano il bis, sempre al Bernabeu, e ancora in rimonta: dopo il vantaggio di Puskas, arrivano la doppietta di Peirò e il gol di Mendonca; inutile il 2-3 di Di Stefano. Nel 1975 si gioca al Vicente Calderon e… vince il Real, ai rigori: per l’Atletico sbagliano Irureta e Salcedo, per il Real Vicente Del Bosque. Prima del miracolo targato Simeone, l'ultima finale di coppa tutta madrilena era datata 1992. L'Atletico è allenato da Luis Aragones, cresciuto nel difficile quartiere di Hortaleza, bandiera dei colchoneros già da giocatore. Sa bene cosa voglia dire l'appartenenza alla squadra, sa bene cosa voglia dire il Real Madrid per l'Atletico. “Dovete vincere” dice ai giocatori in spogliatoio. “E' il momento che stavate aspettando da tutta la vita. È il Bernabeu, è il Real Madrid. Vi hanno fatti neri per anni, ora è il momento di ripagarli con la stessa moneta”. Risultato? Dobbietta di Schuster, uno dei più illustri insieme a Hugo Sanchez, il miglior goleador straniero nella Liga almeno finché non verrà superato da Messi, ad aver indossato entrambe le maglie, e sigillo finale di Futre. Si giocava ancora al Bernabeu. Stavolta il campo sarà neutro. Il Real gioca per il mondo e per la “Decima”. L'Atletico per la prima, per la storia, per i suoi tifosi, per la classe operaia da portare in paradiso.