L'ultimo giro di giostra. Almeno in giallorosso. "L'ultima volta in cui potrò indossare questa maglia". La fine di un'epoca, di un modo di vivere il calcio e l'appartenenza. Da domani Francesco Totti non giocherà più con la maglia della Roma. Dopo venticinque anni e quasi altrettanti allenatori, l'icona che Maradona definiva "il migliore che abbia mai visto", chiude l'ultimo capitolo di quella storia che batte forte in fondo al cuore, "che ci toglie il respiro e ci parla d'amore", che fa sentire re con le campane la domenica mattina.

Addio alla Roma

Questa non è e non sarà una domenica come le altre. Non può esserlo quando si chiude una vita da campione con poche coppe. "Se la Roma ha vinto così poco, dentro questi numeri c'è anche lui" rinfocola Spalletti. In un giorno di malinconia struggente, di conti da chiudere, nel mezzo del cammin della tua vita e alla fine del cammin di tua carriera, si impara anche l'amore senza cedere al rancore. La passione viscerale per una squadra che non si discute, ma si ama, senza condizioni. La Roma grande bellezza, delle rovine e dello stupor mundi, la Mamma Roma di Remo Remotti, "quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte", la Roma che tutti ci invidiano, "del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell'Altare della Patria, dell'Università di Roma, quella Roma che è meglio di Milano". Quella Roma gialla come il sole e rossa come il cuore dei tifosi e di quel suo primo tifoso che con quei colori ha scritto una corrispondenza d'amorosi sensi e la storia di una vita.

Iniziò tutto a Porta Metronia

Lo spirito di Francesco Totti aleggia per le vie di Porta Metronia, di via Vetulonia. Campeggia nel murales dell'artista e romanista viscerale Lucamaleonte sul muro della scuola Pascoli. Resiste nei ricordi di chi l'ha conosciuto da bambino, di chi lo vedeva palleggiare col caschetto biondo e il sorriso stampato sulla faccia. Era già uno spettacolo. Fra uno slalom con il pallone incollato al piede in mezzo agli alberi e la voglia di infilarlo fra le sbarre del cortile delle scuola era instancabile. È una vita tranquilla, quella del giovane Francesco, che passa dalla stessa edicola a comprare le figurine, passa i pomeriggi a giocare per poi andare a rinfrescarsi al bar della signora Piera di fronte alla scuola.  Totti cresce dentro un quartiere che comprende luoghi classici dell’immagine più antica di Roma: la tomba di Cecilia Metella, il Circo di Massenzio e la basilica di S. Sebastiano. Anticamente, la zona era costellata dalle pergole di osterie campestri, da prati, casali e ville. Era una zona di campagne e di vigne, di sepolcri e ruderi monumentali. Scopre il calcio dietro l'antica porta d’accesso lungo il perimetro delle Mura Aureliane, o meglio una posterula, un ingresso secondario, un passaggio per le guardie di ronda nei castelli e nelle fortificazioni. Da quella porta conquisterà il mondo.

Dal Principe al re

Gladiatore e bimbo de oro, inizia a giocare perché la mamma lo accompagna prima alla Fortitudo poi alla Smit di Trastevere: i nonni, che vivono in casa con loro, stanno male e non vuole che li veda soffrire. Tre sono le cose importanti nella vita, gli ricorda: la famiglia, lo studio e il calcio. Alla Lodigiani, poi, si fermano tutti per vederlo.  I suoi allenatori, Mastropietro e Neroni, non gli fanno indossare la maglia numero 10, per non farlo sentire più importante degli altri. Quella maglia che, poi, solo in cinque saranno capaci di togliergli dalle spalle. Da quando è alla Roma, l'hanno indossata solo Giuseppe Giannini, l'idolo, il Principe, di cui baciava il poster in camera, e Daniel Fonseca, che la tenne un anno per anzianità di servizio. Poi se la prese Totti. Per sempre. In nazionale, ha "ceduto" il 10 solo a Alessandro Del Piero, Massimo Brambilla (leader dell’Under 21 di Cesare Maldini) e Dario Dossi, che con Totti visse l'europeo under 16 del 1992 in Turchia (finale persa contro la Polonia) e il Mondiale under 17 dell'anno successivo, quando si aggregò sotto età anche Gigi Buffon (e ora lavora come operaio in un'acciaieria di Brescia).

E' proprio il papà del Principe, Gildo Giannini, allora dirigente giallorosso, a decidere la storia di Francesco Totti. Rinaldo Sagramola, allora direttore generale della Lodigiani, lo promette alla Lazio. Mamma Fiorella lo convince e Raffaele Ranucci, responsabile del settore giovanile della Roma in quel 1989, che poi diventerà senatore, stuzzica il presidente Viola, che non si perde certo l'occasione di strappare un ragazzo di grandi prospettive alla Lazio. Al giovane Totti, Ranucci ripete le stesse cose che diceva a tutti gli altri ragazzi. Gli ricorda quanto sia importante studiare, perché entrare nelle giovanili della Roma non è la garanzia che il calcio sia la professione futura. Con Totti, ovviamente, suonano solo come parole di circostanza, si vede subito che è di un'altra categoria.

De Rossi: "Racconterò a tutti che ho giocato con Totti"

"Giocare da romanista accanto a Totti è qualcosa di importante, qualcosa che potrò raccontare a tutti" spiega De Rossi con l'orgoglio di chi sa che quel quarto di secolo percorso in giallorosso dal capitano non è una storia normale, che averne fatto parte con l'etichetta ormai quasi parodistica di Capitan Futuro è uno di quegli onori che non si scambiano con qualche trofeo in più in bacheca. Perché nella Citta Eterna, la città delle eterne contraddizioni e delle troppe bandiere, una bandiera così non tornerà mai più. Per nessun altro, tifosi australiani scriveranno lettere appassionate, nessun altro campione potrà raccontare cosa significhi Roma al mondo e far sì che perfino un'icona globale, senza luogo e in ogni dove come Beckham, potesse desiderare di venire a giocare nella Roma. Perché in fondo la Roma si ama, e Totti non si discute.

 

Icona del tifo

La devozione per il capitano si vede, si sente, si tocca. "Per loro, non era solamente il più grande attaccante della storia del calcio italiano. Mi dicevano che si rivedevano in lui: un vero romano, un tifoso che li rappresentava sul terreno di gioco" ha scritto il presidente Pallotta nella lettera di saluto al capitano per l'ultima pagina della sua storia da calciatore con la maglia del suo cuore. "Ero molto giovane quando una leggenda come Bill Russell frantumava record con la maglia dei Celtics. All’epoca, era come un Dio per me e per i miei amici. Ha giocato 11 anni per i Boston Celtics" aggiunge, "e dopo di lui si sono susseguiti altri grandi giocatori: Carl Yastrzemski, Bobby Orr, Larry Bird. Un elenco lungo, molto lungo. Pensavo che 13 anni nella stessa squadra fossero un’eternità, ma molti dei tifosi che domenica saranno all’Olimpico vedono giocare Francesco da 25 anni, un quarto di secolo".

Pallotta: "Non ci sarà mai un altro Totti"

Tifosi che riempiranno l'Olimpico, pieno come non si vedeva da dieci anni, perché qui si fa la storia e il secondo posto da difendere non c'entra. C'è un'icona da salutare, e l'assaggio di Trigoria, il pellegrinaggio di centinaia di tifosi all'ultimo allenamento, non è che un pallido antipasto. Saranno in 67 mila a salutare il Pupone diventato gladiatore. Il Pupone che si è fatto uomo e ha cancellato ogni record di reti e di presenze, in campionato e in Europa, nella storia giallorossa. Avranno occhi solo per lui, l'unico giocatore ad aver segnato più di 300 gol in Serie A con la stessa maglia. E' una fine e un inizio, una festa e un addio. "Godetevi questo momento" scrive Pallotta a quei 67 mila che ci saranno all'Olimpico e ai tanti di più che comunque sentiranno quella corrispondenza d'amorosi sensi e continueranno per 90 minuti e più a ringraziare il simbolo della Roma che fa abbracciare ancora, che sono diventati persone nuove. "Cantate, gioite, piangete e ricordate. È un momento unico per voi. Non ci sarà mai un altro Totti".