Quasi trenta anni fa vedemmo il futuro del calcio. Il 19 aprile 1989 il Milan di Sacchi distrusse il Real Madrid di Leo Beenhakker per 5-0 e da quel momento ci fu un passaggio di consegne. La squadra di Sacchi impose un nuova filosofia di gioco e un nuovo modello a cui tutti poi si sono ispirati. Oggi, dopo la vittoria contro il Real Madrid vincitore di tre Champions League consecutive, l’Ajax a Torino ha mostrato ancora una volta qualcosa di nuovo, a cui tutti ora devono guardare con interesse. Ci sono tanti elementi nell’Ajax di Erik ten Hag che vediamo nelle squadre di vertice e che i lancieri sanno mettere in campo con grande energia e dinamismo.

  • C’è il pressing assatanato, costante, mai domo fino a quando non si porta all’errore l’avversario, che è tipico delle squadre di Guardiola.
  • C’è la ri-aggressione dopo pochi secondi dalla perdita del pallone, momento fondamentale per non far riassestare le squadre avversarie e renderle pericolose, fondamento tattico che viene esaltato dal Liverpool di Jurgen Klopp.
  • C’è la costruzione dal basso che si muove subito per linee verticali, grazie ai piedi e alla sapienza dirigistica di Frenkie de Jong, concetto che anche la Juve spesso applica grazie a Bonucci.

Tanto di questo Ajax è la summa del calcio contemporaneo, ma c’è qualcosa di più, qualcosa che si ispira all’antico ma guarda al futuro, dove ancora nessuna squadra in questo momento è. Quello che davvero ha impressionato della squadra olandese è la sopraffina e splendente tecnica di base in tutti gli undici calciatori messi in campo. Il modo di trattare la palla dei calciatori dell’Ajax non è solo saper giocare al calcio, ma unisce consapevolezza nei mezzi tecnici e coraggio micidiale nel proporre sempre la giocata più difficile. Tadic, Ziyech e Neres prima di tutti gli altri, scovano corridoi di gioco che gli altri calciatori neanche guardano, e soprattutto provano ad esplorarli perché l’idea non è avere un possesso palla conservativo, che non scomponga le linee per evitare le ripartenze in spazi aperti, ma quello di mettere in disordine gli altri, per stanarli.

Questo Ajax prova sempre ad inventare spazi, a tracciare linee di gioco inconsuete, a ridefinire le geometrie tradizionali della giocata soprattutto offensiva. Se qualsiasi manuale del calcio non scritto, ma chiaro per tutti, vuole che Tadic spalle alla porta debba appoggiarla per Donny van de Beek di fronte a sé, il serbo ha la sfrontatezza di colpire la palla di tacco e servire Neres che sta tagliando dentro l’area. Qualcosa che soprattutto noi italiani penseremmo come folle e insensato.

Tecnica, tecnica, tecnica quindi, una sorta di ritorno al futuro se pensiamo che da sempre ci arrovelliamo sulle difficoltà del saper giocare la palla che abbiamo da molti anni in Italia rispetto ad un passato in cui la tecnica era la base essenziale di tutto, perché portava a precisione e velocità nel gioco. Ma come bisognava stare attenti 30 anni fa con le idee di Sacchi che divennero presto sacchismo, con le tonnare a centrocampo a colpi di pressing e difese alte, anche adesso bisogna stare attenti a comprendere le novità di questa squadra.

Ritornare sì alla tecnica, anzi è ancora più giusto esaltare soprattutto gli elementi unidimensionale del concetto di tecnica stessa, come il saper stoppare la palla, il saper posizionare il corpo rispetto al pallone e all’avversario, cose che vengono ancora prima del saper passare o tirare in porta, ma tornarci con lo sguardo verso il futuro, unendovi corsa, coraggio e fantasia. Stasera abbiamo visto un gioco che odora di passato ma dal sapore di futuro. Dopo Guardiola e Klopp, forse la cosa più nuova mai vista da sette-otto anni a questa parte.