Tifosi, vi hanno ristretto il VAR. E già si può intuire che vivremo una stagione con più errori e più confusione, come ci spiega Luca Marelli, avvocato, arbitro di A e B fino al 2009, che gestisce un autorevole blog su questioni regolamentari. Non è un caso se nelle prime otto partite di Serie A si sono visti solo tre interventi del Virtual Assistant Referee, per annullare il gol di Mandzukic in Chievo-Juventus e di Iago Falque in Torino-Roma, e per assegnare il rigore all'Udinese a Parma.

VAR solo per "chiari ed evidenti errori"

Da quest'anno l'IFAB, l'International Football Association Board che stabilisce le modifiche e le innovazioni alle regole del calcio, ha infatti imposto un'interpretazione più restrittiva dell'utilizzo del VAR, che può intervenire soltanto in caso di "chiaro ed evidente errore""Sono i casi che un tempo si chiamavano sviste. Si tratta di episodi sfuggiti all'attenzione dell'arbitro, oppure in cui è talmente evidente l'errore di valutazione da richiedere l'intervento del VAR. Per il resto, è passato il concetto per cui quel che l'arbitro vede non si può discutere. Un'interpretazione diversa rispetto all'anno scorso, quando in Italia si è visto un uso un po' estensivo del VAR. Non stupisce che in questa prima giornata si siano viste on field review solo per falli di mano".

Cancelo e Asamoah: perché niente review

Questo spiega perché il VAR non sia intervenuto in occasione del fallo su Cancelo all'inizio di Chievo-Juventus e nemmeno, in un caso del tutto simile, per il fallo su Asamoah in Sassuolo-Inter. Due possibili episodi da rigore che un anno fa avrebbero almeno portato alla review, ma su cui quest'anno vale l'interpretazione dell'arbitro. E continuerebbe a valere, senza possibilità di intervento, anche se la valutazione di episodi simili fosse difforme: se uno di quei due contatti fosse stato considerato da rigore e uno no, il VAR non sarebbe comunque intervenuto.

Inter-Juve: Vecino oggi resterebbe solo ammonito

Con la nuova impostazione voluta dall'IFAB, spiega Marelli, "non ci sarebbe intervento del VAR su un episodio come quello che portò ad assegnare il rigore al Cagliari contro la Juventus nella prima giornata. E ancor di più su un episodio come l'ammonizione, poi trasformata in espulsione, di Vecino in Inter-Juventus l'anno scorso: già allora fu un errore l'intervento del VAR, a maggior ragione quest'anno su questo tipo di episodi non vedremo mai il VAR".

Restano gli interventi in caso di simulazione

Le simulazioni, invece, "rientrano nei casi di chiaro ed evidente errore, quando sono lampanti. L'anno scorso, in Torino-Bologna, Verdi viene inizialmente ammonito, ma il contatto in realtà c'è, l'arbitro rivede l'episodio, cancella l'ammonizione e assegna il rigore. Casi simili si potranno rivedere anche quest'anno".

Gli arbitri contrari alla restrizione

Se da una parte la valutazione di quel che è oggettivo, anche con l'introduzione di una tecnologia tridimensionale che consente di valutare senza più possibilità di errore le posizioni di fuorigioco, è stata portata a livelli di certezza praticamente assoluta, sulle interpretazioni soggettive si è fatto un passo indietro. Una regressione, rispetto all'avvio della sperimentazione, che gli arbitri hanno subito. Non voluto. "Gli arbitri italiani" spiega Marelli, "volevano mantenere il protocollo, addirittura Rizzoli e Collina volevano introdurre i challenge, la possibilità per gli allenatori di chiedere la review al VAR una o due volte a partita".

Nemmeno i cosiddetti "silent check" possono aiutare a correggere eventuali errori che non siano "chiari ed evidenti", in quanto i dialoghi fra il Virtual Assistant Referee e l'arbitro sono registrati, e ci sarebbero comunque conseguenze negative in caso di utilizzo della tecnologia al di là dei limiti consentiti dal regolamento.

Difficile cambiare la forma mentis di un arbitro

Certo, si potrebbe obiettare, resta la possibilità che sia l'arbitro a richiedere l'aiuto tecnologico su un episodio poco chiaro. Ma è poco realistico che accada, spiega Marelli, in quanto "l'arbitro quando decide è certo di quel che vede. E' un po' come per gli avvocati: quando scrivono una memoria difensiva, sono sicuri della loro tesi, ma poi c'è un giudice che decide. Per gli arbitri è lo stesso. I migliori, come Rocchi, l'anno scorso hanno chiesto meno il VAR perché sbagliano di meno, perché decidono meglio. Ma in generale un arbitro oggi dovrebbe chiedere l'intervento dello strumento tecnologico su quella che per lui è una certezza. Ma è difficile che un arbitro, abituato a decidere, arrivi in serie A e cambi il suo meccanismo di decisione, la sua forma mentis".

Il futuro del VAR

Questa parziale modifica al protocollo, sottolinea Marelli, "è una evoluzione naturale, e non credo sarà l'ultimo cambiamento che vedremo. Non dimentichiamo che la prima lega a introdurre la tecnologia, l'NFL, ha impiegato vent'anni per arrivare a definire tutti i meccanismi dell'instant replay. Ci saranno tanti aggiustamenti, probabilmente l'anno prossimo si tornerà indietro perché si capirà che questa impostazione restrittiva non funziona. Perché una nazione abituata a vedere il VAR che funziona, come nella scorsa stagione, non capisce questo passaggio".

Nel breve o medio periodo, è auspicabile che il VAR venga introdotto in Champions League, viste anche le polemiche per le decisione sbagliate nelle semifinali della scorsa stagione, magari a partire dagli ottavi. Il principale ostacolo, spiega Marelli, al VAR nelle coppe europee "riguarda le squadre piccole: sarebbe difficile per loro, e molto costoso, dotare il proprio stadio della tecnologia necessaria per usarla tre volte e poi magari mai più per anni".

E' ottimista, però, sul futuro del VAR. "Secondo me si arriverà alla review per gli episodi che possono costituire possibili errori, a un utilizzo più ampio e all'introduzione dei challenge per gli allenatori. Ma all'inizio i problemi di crescita sono inevitabili, non sarà un processo immediato. Se si dovesse arrivare a definire il protocollo in sette, otto anni sarei già contento".