"I difensori italiani erano mediamente tatticamente più preparati" scrive John Foot nel suo paradigmatico volume Calcio. Nella squadra che meglio rappresenta il calcio all'italiana, la Grande Inter, i due marcatori Burgnich e Guarneri hanno un solo compito: marcare a uomo l'attacante avversario. Oggi il difensore in Serie A è l'erede del libero di quel calcio antico, quel ruolo così fluido e indefinibile che racconta lo spirito di una visione non legato ai numeri dei moduli ma all'arte di arrangiarsi nell'occupazione degli spazi.

Serie A, il regno dei registi arretrati.

Non può essere un caso se finora in Serie A, fra i 10 giocatori che completano più passaggi di media a partita troviamo sei difensori centrali: Albiol, Koulibaly, pilastro da 50 milioni, Chiellini, Musacchio, Silvestre, Rugani. Solo due, Toloi e Palomino, figurano nella top 10 anche per media di tackle a partita.

La tendenza è anche più accentuata rispetto alla Premier League, dove i difensori nella classifica dei primi 10 per numero di passaggi sono solo quattro e in rappresentanza di due squadre, il City di Guardiola cresciuto con la logica del mediano abbassato fra i centrali e il Liverpool di Klopp, maestro a Dortmund di una fase difensiva orientata verso la costruzione offensiva.

La top 10 in Serie A per media di passaggi a partitain foto: La top 10 in Serie A per media di passaggi a partita

Difficile misurare l'efficacia difensiva.

Certo, il contrasto in sé non basta a misurare l'efficacia del rendimento difensivo, che è sempre complicata da misurare in quanto dipende da azioni negative non facilmente misurabili: se si possono contare i passaggi o i tiri, infatti, è più difficile codificare gli effetti della chiusura degli spazi o di un ottimo posizionamento. Un misunderstanding in cui cadde anche Sir Alex Ferguson quando decise di vendere Jaap Stam perché aveva dedotto che fosse in declino dal calo dei suoi tackle: lo definirà l'errore peggiore della sua carriera.

Per David Sally e Chris Anderson, autori di Tutti i numeri del calcio, l'arte del difendere bene è questione da cani che non abbaiano. L'esempio tipico che portano è Paolo Maldini che, come scriveva Tom Forde, entrava in contrasto una volta ogni due partite perché era sempre nella posizione giusta.

È interessante come Marco Desiati su Undici identifichi proprio nella mise en scene di un tackle di Maldini, che porta i calciatori alla vittoria contro i diavoli in un celebre spot degli anni Novanta, come uno dei momenti che sdoganano l'immagine dei difensori.

Tutto cambiò con Sacchi.

Maldini vive la grande rivoluzione che altera il paradigma del ruolo, sperimenta la diversità di visione di Sacchi. Quel Milan diventa il laboratorio del futuro, è in quel momento che il calcio all'italiana smette definitvamente di essere il calcio dei Burgnich e dei Benetti e diventa il calcio degli eredi di Baresi e Scirea. Quando Sacchi costringe proprio Baresi a vedere ore di videocassette di Gianluca Signorini al suo Parma, incontro ricostruito con proverbiale e magistrale vraisemblance romanzesca da Jvan Sica nel suo "Arrigo", gli sta chiedendo di guidare la rivoluzione, anche se Baresi non lo sa e all'inizio non gradisce quell'accostamento.

La sua difesa posizionale prevede due terzini, uno di spinta e uno che si trasforma nel secondo marcatore, un centrale puro e un libero che copre gli spazi. È il principio della linea flessibile, che passa da 4 a 3 a seconda delle situazioni di gioco, su cui si innesta la zona mista e la vocazione a difendere in avanti. Difesa attiva e movimento sincronizzato diventano le nuove parole d'ordine.

Gli esempi di oggi.

La tendenza è chiaramente percepibile nelle scelte anche dei tecnici dell'attuale Serie A.

La Juventus.

Il vento del cambiamento del pensiero sacchiano si sente forte, nonostante gli screzi ripetuti in tv fra i due tecnici, anche nella Juve di Allegri. Quest'anno, più ancora della passata stagione infatti, è evidente la ricerca del controllo del gioco attraverso la difesa alta e l'esaltazione di quella flessibilità della linea già sperimentata l'anno scorso.

La difesa dinamica, però, richiede tempi di adattamento per trovare il giusto bilanciamento fra la tendenza al controllo ravvicinato degli avversari e la contemporanea volontà di gestione degli spazi- Si spiegano così le sette “grandi occasioni”, le opportunità di segnare da posizioni ampiamente favorevoli, concesse nelle prime otto giornate (una sola, invece, allo stesso punto dell'ultimo campionato).

Milan, Inter e Lazio.

Nella diversità di interpretazione della difesa in campo aperto, con un centrocampo più votato all'impostazione ma fin troppo largo e alto, passano le difficoltà al Milan di Bonucci. È proprio la maggiore compattezza delle linee, e la possibilità di controllare con più equilibrio le transizioni positive e negative che esalta una difesa come quella della Lazio, mai così prolifica in A dagli anni '40, guidata da un leader più di lettura che di contrasto come De Vrij, e permette a Spalletti di orientare la difesa su Skriniar senza pagare alcuni difetti di posizionamento che ancora manifesta Miranda.

La Roma.

La capacità di chiudere la linea di passaggio e intervenire in contrasto dei due centrali costituisce il fondamento della Roma da record di Di Francesco, che così può permettersi l'uscita bassa del pallone orientata verso le fasce, verso l'insostituibile Kolarov, e di assorbire, pur con qualche difficoltà da naturale assestamento, gli spazi che ancora si aprono sulla trequarti fra il centromediano (De Rossi o Gonalons) e la linea difensiva.

Il Napoli.

La continuità con la storia e la visione sacchiana è più evidente nel Napoli di Sarri, nella trasformazione di Koulibaly in uno dei più completi centrali d'Europa, nel movimento coordinato che consente agli azzurri di combinare una linea difensiva medio-bassa e una posizione di recupero del pallone medio-alta.

La sfida adesso starà nell'adattare i movimenti di Mario Rui, e del resto della squadra che dovrà scivolare e occupare gli spazi diversamente rispetto a quanto era abituata a fare con la spinta a sinistra di Ghoulam. Sarri, però, radicalizza la zona anche sui calci piazzati. E proprio il proliferare di questo tipo di marcature, già a livello giovanile, può diventare un limite in Italia.

Manuale del difensore moderno.

Il difensore moderno, scrive Andrea Sottil nella sua tesi per il corso di allenatore a Coverciano, “non è costretto a interventi alla disperata, perché sarà sempre orientato in maniera corretta per intercettare la palla (lavorerà su linee di anticipo). Ricordiamoci che i difensori di una volta, compreso me stesso, difendevano su linee di anticipo perché il controllo della profondità la effettuava il vecchio libero che si posizionava circa 6-8 metri dietro gli stopper. Mettendosi su linee di anticipo il difensore non entrava quasi mai in contatto con l’attaccante”.

Cambiano le regole.

Oggi, anche per un cambio di regolamento, ovvero il passaggio dal concetto di "ultimo uomo" all'acronimo DOGSO (denying an obvious goal-scoring opportunity, negare una chiara occasione da gol), il difensore sa che è meglio provare a giocare il pallone con i piedi in area. E questo cambia il suo approccio al ruolo e alla marcatura. L'attenzione troppo sbilanciata verso la difesa collettiva e il posizionamento finisce per indebolire le caratteristiche primarie del difensore, sentire l'uomo insieme alla palla.

Cambia il mondo: Serie A campionato più prolifico d'Europa.

Non deve stupire, allora, se trent'anni fa la Serie A era il campionato più tattico del mondo e quest'anno, dopo 11 giornate, è quello in cui si segna di più fra le cinque leghe più importanti d'Europa (2.91 reti a partita). Non è un caso se, nelle statistiche del sito specializzato Squawka, fra i primi 10 giocatori per interventi difensivi (contrasti, intercetti, rinvii) nel Big 5 c'è solo un giocatore di una squadra italiana, Salamon, che pure qualche anno fa Zeman a Foggia aveva impostato come centromediano nel 4-3-3.

La top 10 per interventi difensivi nei 5 principali campionati europeiin foto: La top 10 per interventi difensivi nei 5 principali campionati europei

Il polacco della Spal è un po' l'emblema di come questa evoluzione del ruolo del difensore coinvolga anche le piccole squadre. Semplici, infatti, non ha mai nascosto di essere ispirato da Sarri e ha costruito un 3-5-2, ben analizzato dall'amico Federico Principi sull'Ultimo Uomo, il cui punto di forza è la costruzione bassa, il contributo dei difensori alla prima fase della manovra. Poi, però, viene a mancare troppo spesso il sincronismo fra gli uomini che si raccolgono in un 5-3-2 con Vicari liberi. In questa contraddizione, nel rifiuto del “resultadismo” sparagnino in nome dell'affermazione dell'identità, passa il nuovo verbo del calcio all'italiana 2.0.