“Mi misi a correre e urlare, ero fuori di me dalla gioia perché quel gol era importantissimo per tutti i salvadoregni”. È un gol che fa la storia, quello di Salvador Zapata, per tutti Pelè. È il primo, e finora unico, mai realizzato dalla nazionale di El Salvador in Coppa del Mondo. È un gol che resta nella storia, perché l'Ungheria è già avanti 5-0 in quel match che segna l'esordio a Spagna '82, e in 19 minuti ne segnerà altri cinque. Il 10-1 finale resta la vittoria più larga di sempre nella fase finale dei Mondiali. Ma esserci, per la nazionale salvadoregna, è già una grande vittoria.

L'avvicinamento al Mondiale

Il Salvador affronta il percorso delle qualificazioni insanguinato da una guerra civile che lascia oltre 70 mila vittime. I calciatori guidano per le strade della capitale e si abituano al macabro spettacolo dei corpi abbandonati al margine delle strade. Il vice-commissario tecnico Salvador Mariona promette che si lascerà crescere i baffi molto a lungo se la nazionale dovesse raggiungere la fase finale: se li taglierà solo dopo vent'anni.

Il viaggio verso la Spagna è una assurda, inspiegabile, corsa a ostacoli. Otto giorni prima dell'esordio, la nazionale affronta in amichevole i brasiliani del Gremio. Poi prendono un volo per il Guatemala, dormono una notte in aeroporto, volano in Costa Rica, da lì in Repubblica Dominicana e infine a Madrid. Qui alcuni giocatori rischiano di perdere l'aereo perché chiedono il pagamento di sei mesi arretrati: la visita in banca rischia di costare cara.

La nazionale è l'ultima ad arrivare in Spagna. Il presidente della federazione, Félix Mayorga Castillo, impone che vengano registrati 20 giocatori e non 22: Gilberto Quinteros e Miguel González partiranno, grazie a una colletta dei compagni di squadra, e saranno al Mondiale solo come spettatori.

Arrivano con le borse del Mondiale 1974, senza riuscire a riprenderi dal fuso orario e scoprono di non avere nemmeno palloni. Per il primo allenamento, un giorno prima della partita, devono chiederli in prestito agli ungheresi.

Non gli piace il soprannome “Pelè”

“Quante persone al mondo hanno segnato un gol ai Mondiali?” si chiede Zapata in una lunga intervista a Diario 1 in cui racconta la sua storia di passione e disciplina per il calcio iniziata a sette anni. Una storia culminata con un'esultanza di felicità pura, per quella conclusione precisa alla sinistra del portiere ungherese.

Non gli piace quel soprannome, “Pelè”. Gliel'ha dato un ex attaccante dell'Aguila, la squadra di cui diventerà un'icona, "Tentación" Ramírez, perché gli ricordava O'Rey ai Mondiali del 1962. è il classico attaccante che impara nelle infinite partite per strada, nel cortile della scuola svizzera di San Miguel, e fuori, fino alla sera.

Debutta in prima squadra all'Aguila contro l'UCA, l'Universidad Centroamericana: qui il 16 novembre del 1989, i soldati del battaglione anti-guerriglia Atlacatl, addestrato negli Stati Uniti, assassinarono il rettore, Ignacio Ellacuría, e altri cinque gesuiti. È una squadra importante, Zapata è nervoso e spreca diverse occasioni. A 17 anni, è matricola dell'anno. L'anno successivo, nel 1972, vince il titolo.

Rifiuta un'offerta del Murcia

Evolve da ala sinistra, a centravanti, per poi spostarsi da trequartista. Nel 1977 riesce a trasferirsi all'estero, in Costarica, al Cartaginés per dieci mila dollari. L'impatto è difficile, Cartago è in una delle zone più fredde dell'isola. Ci rimane un anno e mezzo, per poi spostarsi al Puebla in Messico. Ma torna in patria e quando inizia il Mondiale contro l'Ungheria è rientrato già da due stagioni a casa, all'Aguila.

Durante il Mondiale, il tecnico spagnolo Fernández Siguí, che aveva allenato la Selecta salvadoregna, gli offre di firmare un contratto pr il Murcia, ma vorrebbe per sé una percentuale del 60%. Zapata è solo, senza qualcuno che possa dargli un consiglio, e rifiuta. Sigui non gli parlerà per anni e l'opportunità di venire in Europa sfuma: il Murcia acquista l'honduregno Roberto Macho Figueroa.

"Andai al Mondiale per acclamazione popolare"

Al Mondiale, ha raccontato a Diario 1, viene convocato praticamente per acclamazione popolare. Non gioca i tornei di preparazione, ma i tifosi spediscono lettere a giornali e programmi radio e alla fine convincono il ct. Ma la maglia numero 9 è già assegnata, dovrà accontentarsi della 14. Durante uno dei primi allenamenti, poi, avverte un risentimento muscolare alla gamba sinistra, come una puntura che si fa sempre più forte e che ovviamente nasconde a tutti. “Non avrei certo detto che stavo male, mi sarei perso il Mondiale” spiega.

Cronaca di una disfatta annunciata

La partita contro l'Ungheria inizia subito nel peggiore dei modi. Nylasi, alla cinquantesima presenza in nazionale, segna dopo tre minuti: è il secondo gol più veloce del torneo. E i problemi non fanno che aumentare, come racconta Martin Mazur su The Blizzard nel 2014. “El Magico González”, che poi giocherà nel Cadice e nel Valladolid, soffre di problemi di stomaco e disidratazione, Rugamas subisce un colpo e resiste 27 minuti, Jovel prende un calcio in faccia e non sente per diversi minuti.

Il tecnico Pipo Rodríguez aveva suggerito alla squadra di attaccare, come la nazionale aveva fatto nell'amichevole pre-Mondiale contro il Paris-Saint Germain. È il suo più grave errore. Dopo il 4-0 fa scaldare il portiere Pipo Rodríguez ma, per non rovinare il morale di entrambi, tiene in campo Mora, il numero 1 più giovane della competizione. El Salvador ha il solo sussulto del gol della bandiera. László Kiss diventerà l'unico panchinaro a segnare una tripletta ai Mondiali, la più veloce di sempre.

Lascerà la nazionale nel 1989

Per la stampa salvadoregna, la delusione è totale. Raul Alfaro, radiocronista fra i più celebri del Paese che ha raccontato anche la storica partecipazione a Messico '70, nessuno avrebbe pensato che la sconfitta avrebbe assunto questa dimensione catastrofica e che l'applicazione della squadra sarebbe risultata tanto catastrofica. “Questi punteggi non sono naturali in un Mondiale” commenta, come rivela il quotidiano spagnolo ABC dopo il match.

Il capitano Norberto Huezo riunisce i giocatori. “Da oggi l'allenatore non decide niente, giocheremo in difesa e salveremo il nostro orgoglio: possiamo farlo solo così, da soli”. Mauricio Rodriguez, il tecnico più giovane a Spagna '82, non allenerà mai più. E la squadra salverà l'orgoglio. Perderà, ma con punteggi meno umilianti, e riuscirà a tenere a secco Diego Armando Maradona, fin troppo tronfio nelle dichiarazioni della vigilia.

Il Mondiale lascia gran parte dei componenti di quella nazionale nell'anonimato. Zapata lascia la nazionale nel 1989, dopo lo 0-2 contro Trinidad e Tobago, con 16 gol all'attivo. Passerà agli Washington Diplomats nella American Professional Soccer League che in quel momento era il più importante campionato di calcio degli Stati Uniti ma non ha mai ricevuto dalla federazione il riconoscimento come campionato di prima divisione, e a dieci anni da quel gol chiuderà la carriera nell'Atletico Marte. “Due gol sono speciali per me” racconta. “Una mezza girata contro il Saprissa, quando giocavo all'Aguila: vincemmo 2-1, erano dodici anni che non battevamo una squadra costaricana. E una punizione contro il Canada nel 1977, nel campionato CONCACAF”. Non c'è, invece, la prima rete salvadoregna in un Mondiale. “Avevo sognato tante volte quel gol” ammette malinconico, “ma nel ricordo di tutti è rimasto solo quel maledetto numero 10”.

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