Dal retroscena sui rapporti con Maurizio Sarri, definito un "pazzo", alla speranza di vedere presto debellata la piaga nel razzismo negli stadi. Kalidou Koulibaly, impegnato in Coppa d'Africa con il Senegal, si racconta in una lunga intervista al ‘The Players Tribune'. Tanti i temi affrontati dal gigante del Napoli che nonostante il pressing di mercato del Manchester City, sembra destinato a restare in azzurro dove potrebbe formare una coppia super con il neoacquisto Manolas.

Koulibaly e il retroscena sul ‘pazzo' Maurizio Sarri

Com'erano i rapporti tra Kalidou Koulibaly e Maurizio Sarri? Il centrale del Napoli per provare a spiegare il feeling con l'ex allenatore, trasferitosi agli acerrimi rivali della Juventus ha raccontato un retroscena relativo al giorno della nascita del figlio: "Mia moglie era andata in ospedale la mattina e quella sera avremmo giocato contro il Sassuolo in casa. Eravamo in sala video ed il mio telefono continuava a vibrare. Di solito lo spengo ma ero preoccupato per mia moglie.  Mi aveva chiamato cinque o sei volte.  Il nostro allenatore all’epoca era Maurizio Sarri. È un tipo molto intenso, quindi non volevo rispondere. Alla fine uscii di corsa, risposi al telefono e mia moglie mi disse: ‘Devi venire subito, nostro figlio sta arrivando‘.

Koulibaly rimase molto sorpreso dalla reazione di Sarri: "Allora andai da Sarri e gli dissi: ‘Mister, mi scusi ma devo andare. Sta nascendo mio figlio!'. Sarri mi guardò e mi rispose: ‘No, no, no. Ho bisogno di te stasera, Kouli. Mi servi davvero. Non puoi andare'.   Gli dissi: ‘Sta per nascere mio figlio, mister. Faccia quello che vuole. Mi dia una multa, una squalifica, non mi importa. Io vado'. Sarri sembrava così stressato e fumava una sigaretta. Fumava, fumava e rifletteva e poi alla fine disse: ‘Va bene puoi andare in ospedale ma poi devi tornare per la partita stasera. Ho bisogno di te, Kouli!'.  Andai di corsa in ospedale. Se non sei diventato padre per la prima volta, non puoi capire questa sensazione. Non puoi perderti la nascita di tuo figlio. Arrivai a mezzogiorno e, grazie a Dio, alle 13:30 era nato un piccolo napoletano. L’abbiamo chiamato Seni. È stato il giorno più bello della mia vita".

Nemmeno il tempo di celebrare la nascita del "piccolo napoletano" Seni, ed ecco che il "pazzo" Sarri tornò a farsi vivo: "Alle 16 mi chiamò il mister. Questo tipo, devi capire… è pazzo. Lo dico nel senso positivo ma è pazzo!  Mi disse: ‘Kouli? Ma torni? Ho bisogno di te. Ho veramente bisogno di te. Ti prego!'. Mia moglie stava ancora recuperando le forze e probabilmente anche lei aveva bisogno di me. Ma non volevo deludere i miei compagni di squadra perché gli voglio davvero bene. E amo la città di Napoli. Mia moglie mi disse di andarci e io andai allo stadio. Stavo iniziando a prepararmi per giocare e Sarri entrò negli spogliatoi e attaccò l’undici di partenza al muro. Io cercavo, cercavo…  Non c’era il mio numero. Gli chiesi: ‘Mister, ma sta scherzando?'. Lui mi rispose ‘Cosa? È una mia scelta'.  Mi aveva messo in panchina! Non mi aveva messo neanche titolare! Gli dissi: ‘Mister, mio figlio, mia moglie. Li ho lasciati lì. Mi ha detto che aveva bisogno di me'. ‘Sì, abbiamo bisogno di te in panchina'. Tutto quel casino e non giocavo neanche titolare!  Ora che ci penso, mi viene da ridere, ma in quel momento mi veniva da piangere".

Koulibaly e la battaglia contro il razzismo

Dal sorriso per la storia su Sarri, alla tristezza per la piaga del razzismo che continua ad affliggere anche il calcio italiano. Il difensore del Napoli racconta: "La prima volta che ho veramente vissuto il razzismo nel calcio è stato contro la Lazio qualche anno fa. Ogni volta che prendevo palla sentivo i tifosi che facevano dei versi da scimmia. Mi dicevo che forse me lo stavo solo immaginando. Quando è uscita la palla ho chiesto ai miei compagni: ‘ma lo fanno solo a me?' La partita è ripresa e mi sono accorto che alcuni tifosi della Lazio facevano ‘buu buu’ ogni volta che toccavo la palla. È impossibile sapere cosa sia meglio fare in quel momento. Ci sono stati dei momenti in cui sarei voluto uscire dal campo per mandare un messaggio, ma poi mi sono detto che era proprio quello che si aspettavano che facessi. Ricordo che mi dicevo “Perché lo fanno? Perché sono nero? Non è normale essere nero in questo mondo? Stai facendo il gioco che ami come avevi fatto mille volte prima. Ti senti ferito. Ti senti insultato. Arrivi addirittura a un punto dove quasi ti vergogni. Dopo un po’ l’arbitro, il Sig. Irrati, ha fermato il gioco, mi è corso incontro e mi ha detto: ‘Kalidou, sto con te, non ti preoccupare. Facciamo finire questi ‘buu’. Se non vuoi finire la partita fammi sapere'. 

Koulibaly e le belle parole della mascotte, una speranza contro il razzismo

Fortunatamente però ci sono anche storie belle, come quelle della mascotte: "Dopo il fischio finale camminavo verso il tunnel ed ero arrabbiatissimo, ma poi mi sono ricordato di qualcosa di importante. Prima della partita c’era una giovane mascotte con cui sono entrato in campo mano nella mano, mi aveva chiesto la maglia e gli avevo promesso di dargliela dopo la gara. Quindi mi sono girato e sono andato a cercarlo. L’ho trovato sugli spalti e gli ho dato la mia maglia. E indovinate la prima cosa che mi ha detto? “Chiedo scusa per quello che è successo. Mi ha colpito molto. Questo bambino chiedeva scusa per non so quanti adulti, e la prima cosa a cui pensava era come mi sentivo io. Gli ho detto: “Non fa niente. Ti ringrazio. Ciao”.  Questo è lo spirito di un bambino. È questo che manca al mondo in questo momento. So che succedono questi episodi e non solo per il colore della pelle. Sento quello che dicono i tifosi ai miei compagni di squadra, chiamano i serbi “zingari” e chiamano pure un italiano come Lorenzo Insigne “napoletano di merda".

Radiare i razzisti a vita dagli stadi

La soluzione per il gigante senegalese è solo una: bisogna allontanare i razzisti dagli stadi con decisione: " Dobbiamo fare di meglio. Capita un episodio del genere e le società fanno un bel comunicato e poi succede di nuovo. Si vede invece quanto è cambiata la situazione in Inghilterra. Quando viene identificata la persona responsabile, viene radiata a vita dallo stadio. Spero che un giorno sarà così anche in Italia. Come fai a cambiare la gente? Come gli entri nel cuore? Sì, sono un calciatore. Sono un calciatore nero. Ma non sono solo questo. Sono musulmano. Sono senegalese. Sono francese. Sono napoletano. E sono un padre. Ci sono tre cose che non si possono comprare da nessuna parte: l’amicizia, la famiglia e la serenità. Lo abbiamo capito da bambini a Saint-Dié e voglio che anche mio figlio lo capisca. Spero che un giorno lo capiranno anche quelli che mi fanno ‘buu’. Sì, forse siamo diversi. Ma siamo tutti fratelli".