C'è molto da pensare e poco da festeggiare. L'Inter che ha chiuso la stagione con l'obiettivo minimo diventato ultima zattera per salvare la stagione è una squadra che somiglia alla Milano di Eugenio Montale: un agglomerato di eremiti. Un insieme di solisti che ha smesso di essere gruppo senza riuscire a rimanere squadra almeno dall'esplosione pubblica del caso Icardi. Ha segnato 111 gol in campionato con l'Inter, ha scritto quasi un post Instagram al giorno da quando è arrivato in nerazzurro. Ha sbagliato il primo rigore del campionato dell'Inter, immagine di una partita che sintetizza una stagione.

Spalletti, a lungo fermo in una tetragonia tattica da ostentare come un messaggio, traccia un curioso 4-4-1-1 con Perisic molto basso con l'ingresso di Keita nel secondo tempo contro l'Empoli. La sblocca proprio lui, la risolve Nainggolan che non esulta, la salva D'Ambrosio che neutralizza sulla linea il cross di Caputo e fa rimbalzare la palla sulla traversa. La vittoria ha il volto di Brozovic che segna da centrocampo senza portiere prima che il Var annulli, di Keita che viene espulso, di Handanovic che al minuto 98 blocca l'ultimo pallone. Pazza Inter. Pazza e in Champions League.

Nell'ultima partita della stagione c'è lo specchio del campionato, c'è il trascinarsi timoroso e prevedibile di una squadra che non esce dai binari. E nemmeno ci prova, almeno non nelle ultime partite. Le ultime due giornate, la resa di Napoli e il minimo sforzo da tre punti contro l'Empoli, restituiscono il quadro di un insieme di interpreti senza variabili e varianti, prigioniera di un rispetto collettivo delle posizioni che è solo esteriore esercizio di vuota disciplina.

Nel continuo rimpallo tra l'essenza e l'apparenza, nel riflesso smerigliato di vizi pubblici e private virtù si è consumata tutta la stagione nerazzurra. Quel che si vede, si sente, si legge, non sempre corrisponde alle tendenze e alle decisioni che poi si prendono dove conta di più e dove le luci non arrivano. Quel che è stato dell'Inter, e quel che ne sarà, ha inevitabilmente finito per ruotare intorno a Icardi. Il punto di fuoco della rabbia dei tifosi, l'icona di una partita doppia con l'allenatore e con la società in cui niente è mai stato come sembra.

Il sipario cala con i fischi rivolti a Mauro Icardi

"Siccome negli ultimi tempi gli organi di stampa hanno riportato notizie che non rispecchiano il mio pensiero e la mia volontà, ci tengo a informare i nostri tifosi che ho più volte comunicato alla società la mia intenzione di rimanere all'Inter. Così da oggi in poi non si creeranno equivoci di nessun genere. Forza Inter, sempre" ha scritto su Instagram prima della partita contro l'Empoli. I tifosi non gli credono, i fischi che ne hanno accompagnato l'uscita dal campo a San Siro solo in parte si devono al rigore sbagliato.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, scriveva Lapo De Carlo su Sport Mediaset, "stupisce vedere così poca chiarezza in una faccenda che ogni settimana di più, mostra interessi paralleli, situazioni interne poco chiare e titoli che rispecchiano una realtà solo parziale e di parte. Non so quali siano le vere ragioni ma il giocatore, pur avendo totalmente sbagliato nella comunicazione e nella modalità di non esprimersi mai a voce ma solo sui social, delegando sempre la moglie, come se non fosse capace o in diritto di pronunciarsi, ha comunque espresso sempre la volontà di restare".

  • Di fatto, però, Icardi non segna in casa su azione dal derby d'andata del 21 ottobre. Gli mancano sempre due gol per raggiungere Boninsegna nella classifica all time dei marcatori nerazzurri e probabilmente gli continueranno a mancare. Dovrebbe essere lui il primo nella lista dei sacrificati della nuova Inter che si avvia a salutare Spalletti e, salvo sorprese, a inaugurare l'era Conte. “San Siro dovrà essere una bolgia” chiedeva ai tifosi. Lo è stata ma non nel senso che avrebbe voluto. Ha ormai il tifo contro l'ex capitano, e non solo quello della curva che si esprime nei comunicati aggressivi dalla risonanza moltiplicata via social.
  • Messo alle strette tra le due appartenenze, Wanda e l'Inter, ha dato l'impressione di farsi scegliere. Non più capitano credibile per la squadra, non più abbastanza legato ai colori nerazzurri per i tifosi. E quando l'idea che ci si fa di qualcuno è più forte della disponibilità a cambiarla, ogni dichiarazione, ogni comportamento si traduce in una conferma del quadro. Al di là delle intenzioni, degli obiettivi, del contenuto stesso delle parole.

In una stagione che si è in gran parte condotta e decisa in pubblico, per volontà degli attori principali (Icardi, Wanda Nara e il circo di voci che ne amplificano le parole perché garanzia di audience), comprendere il fine e il limite, l'essenza delle cose che accadono al di sopra delle parole, non è mai stato semplice. Decifrare gli obiettivi, i testi e i sottotesti, i pretesti e i contesti, di ogni post su Instagram, delle risposte laterali di Spalletti nelle conferenze stampa, decrittare le scelte in campo e gli sfoghi fuori, lascia comunque delle zone d'ombra. Si è detto tanto, forse troppo, ma è nel non detto, in quello che si muove fuori scena, dietro le quinte, che disegna il significato e il futuro dell'Inter.

In cassa i 50 milioni della Champions

Senza più i freni del settlement agreement, virtuosa nei conti per l'Europa, l'Inter si assicura una cinquantina di milioni grazie alla qualificazione in Champions. Ma intanto la rosa della squadra, secondo le stime della Gazzetta dello Sport, si è deprezzata per più di 100 milioni. Il progetto che sta per nascere diventerà il parametro anche per il lavoro di Giuseppe Marotta, diventato amministratore delegato dell'Inter il 13 dicembre, subito dopo l'eliminazione al girone di primo turno di Champions League. Ma il vento di cambiamento iniziato un mese prima, con gli incontri tra Marotta e la proprietà, hanno portato un senso di precarietà che nel calcio non è mai preludio di grandi risultati.

Inizia l'era Conte, dal mercato nascerà la nuova squadra

Cambiare un dirigente importante nella prima metà della stagione è un rischio. Perché mette in discussione una strada e in difficoltà l'allenatore, che si sente a tempo. Le vibrazioni si trasferiscono alla squadra, e si rispecchia nei livelli di applicazione. Suning, il più ricco dei proprietari stranieri attualmente al vertice di società di Serie A, sembra intenzionato a sacrificare, oltre all'ex capitano sopportato ormai sempre più a stento, Perisic, Miranda, Joao Mario, Candreva, Cedric. L'investimento su Godin, 13 milioni lordi di ingaggio a stagione fino al 2022, si spiegano anche con la volontà di facilitare la transizione verso un percorso tattico più vicino alle idee di Conte. Per tante notti l'Inter si è persa. C'è da costruire un futuro in cui tornare a riconoscersi.