Nel cortile più ambito e temuto del calcio italiano, Mauro Icardi si è fermato. Si è stancato di seguire gli aquiloni, si è seduto tra i ricordi vicini e i rumori lontani. Sospeso nelle sue storie di ieri, come il bambino dell'allusiva canzone di De André, un ragazzo tranquillo convinto di avere delle idee, forte di un'identità cui non ha voluto rinunciare.

Un fuoco che non brucia

Non è un attaccante di movimento, Icardi, centravanti moderno e insieme antico per interpretazione del ruolo, lascia che sia la squadra a giocare, pattuglia l'area ristretta che gli consente il contatto visivo e istintivo con la porta, in una corrispondenza viscerale che è ghiaccio se lo tocchi da fuori ma è fuoco che brucia anche se per una notte, quel fuoco si è spento.

Fuoco non fatuo, che lascia cenere e alimenta nuovi percorsi verso lo stesso traguardo, collettivo eppure personalissimo. L'attaccante più decisivo della Serie A, l'atout della difesa meno battuta del campionato, dentro una partita tutta condotta sugli equilibri instabili, sui reciproci snaturamenti, resta fedele a se stesso. Resta il centravanti che tiene i centrali lontani dai centrocampisti, preoccupati di non concedergli centimetri e gradi di libertà.

Inter compatta, Icardi isolato

Finché la spinta iniziale di un'Inter propositiva funziona, la speranza ossigena la fiamma della competizione, della pressione positiva da trasformare in energia. Poi però l'Inter arretra, spinta indietro da una Juve più avvolgente, protegge il centro e salvaguarda Handanovic, ma si schiaccia. E allora comincia a giocare una partita che non è più in sintonia con quell'attaccante, capitano e simbolo, che tanto chiede al resto della squadra e tanto restituisce in termini di gol e di punti. La Juve che lascia in avvio molto, forse troppo, palleggio a un'Inter che però non porta palloni in area e sbaglia qualche passaggio di troppo negli ultimi venti metri, cambia scena. Si fa martellante sul lato destro, nella zona di Cuadrado, Borja Valero deve aiutare Miranda che a sua volta raddoppia per non lasciare indietro Santon.

L'Inter si dimostra squadra, unita, compatta, solidale. Ad ogni azione oppone una reazione, qui sta la soluzione e insieme si origina il problema. Perché l'azione la dettano gli altri, e alla lunga l'inseguimento affanna, e la distanza per saltare la prima linea di pressing e tornare dall'uomo simbolo al centro del mirino si fa atlantica.

Storia di un'attesa

L'attesa, questa sconosciuta, nella notte stellata si trasforma in compagno di viaggio, secondo pensiero che serpeggia fra la rabbia e l'amore. Storia di una vita in novanta minuti, storia dell'attaccante che volle essere se stesso e nella coerenza si perse.

Solo due passaggi, due uno contro uno riusciti sui quattro tentati, nessun tiro verso la porta. Nella serata dell'Allianz Stadium, Icardi è un non fattore. E non è certo mezzo gaudio che il destino sia condiviso con Higuain. Nessun movimento fuori linea a raccordare, a cucire, a far da ponte per moltiplicare le linee di passaggio, per alleggerire la pressione bianconera.

Tra identità e identificazione

Pressione, eccola la parola chiave che scandiva anche la vigilia. Pressione sulle spalle larghe di chi sente l'onore dell'identità e la responsabilità dell'identificazione, e spesso ha risposto con la freddezza di chi ha gli occhi speciali per vedere lo spazio e la porta senza farsi ingannare. Allo Juventus, ora Allianz, Stadium ha già segnato tre volte. Due con la Sampdoria, nella partita che lo rivela al grande calcio, epifania di gioventù e matura convinzione, di sveltezza e visione, pensiero veloce e precisione, una con la maglia dell'Inter.

Certo, le condizioni erano altre, anche la leggerezza del Maurito di allora non c'è più, sostituita da una luce diversa in fondo agli occhi che qualcuno ha chiamato cattiveria, ma solo sotto porta. Ora lo sa che l'Inter vuole tornare grande con lui, che è lui la destinazione di un viaggio che al ritorno in Europa mira non solo per le ragioni del cuore. Anzi, soprattutto per l'odore dei soldi. Per il denaro che c'è ma non si vede, un po' come Icardi stasera, per un futuro che è materia già di ieri e richiede di pensare in grande.

Ha fatto del suo meglio, ha fatto il suo meglio. Ha giocato come più gli riesce, come più sente naturale. Non ha accettato di cambiare, di confondersi dentro una partita che col passare dei minuti scivolava in una trama non voluta, subita, sofferta. La partita della gloria solo sognata si trasforma nella notte dei pensieri, nella sera dei ripensamenti. Per riaprire le braccia verso mondi nuovi. Per andare al di là dell'orizzonte e rimanere se stesso. Mentre il cuore rallenta e la testa cammina.