Più passa il tempo, più la delusione e l'amarezza aumentano. Ci sarà chi dirà che siamo esagerati, che in fondo è solo "pallone", ma io quando leggo o ascolto queste cose sorrido con un velo di tristezza, pensando a persone anche un po' aride, che non riescono a capire il peso delle emozioni, soprattutto in un mondo come quello odierno.  L'Italia fuori dai Mondiali, impensabile, quasi incredibile. Eppure è così. Un'estate da spettatori, senza poter tifare per i propri portacolori, senza unirsi al momento dell’inno, senza urlare, imprecare, gioire, disperarsi. Niente.

Chissà se ora mio padre a ridosso della kermesse deciderà di realizzare al computer il tabellone dei Mondiali con gironi e classifiche, o se farà i suoi pronostici studiando le avversarie. L’ho visto disincantato, lui probabilmente ha visto qualche partita più di me e aveva capito subito che questo gruppo (non parlo solo delle ultime due partite) non offriva diciamo così garanzie. Ecco allora le fughe tattiche a fumare durante le sfide, proprio quando la pazienza arrivava al limite.

Il sottoscritto invece è incazzato. Nero. E mi chiedo a prescindere dai limiti tecnici, e tattici, come sia stato possibile gettare alle ortiche lo spirito e la magia che si era creata nel gruppo legato alla gestione Conte. Una squadra quasi simile, eppure priva di anima, di feeling. Tutto andato via via scemando, anzi no. Le cose almeno dal punto di vista dei risultati andavano anche benino fino alla notte di Madrid. Alla scelta scellerata e presuntuosa di giocare con il 4-2-4 e con quegli interpreti contro la Spagna. Da lì in poi il tracollo. Certo non sono arrivate sconfitte, ma la squadra si è persa, il gruppo si è sfaldato e l’allenatore si è confermato non all’altezza fino all’incubo svedese, incastrato dalla sua stessa presunzione, alimentata dai vertici federali.

La Svezia, squadra modesta, che ha giocato esattamente come chiunque si aspettava giocasse e che ha conquistato il suo obiettivo con merito, contro un’Italia che non è riuscita a fare un gol in due partite. Male, molto male. Certo, grande generosità a San Siro, ma offensive a testa bassa, senza un’idea precisa di gioco e con scelte ancora molto discutibili. Jorginho (tra i migliori, ma esordiente in una sfida ufficiale), Gabbiadini, Florenzi in mezzo al campo, difensori invitati a portare palla, senza un briciolo di manovra organizzata.

E poi come se non bastasse, il peggio arriva persino dopo il fischio finale. Le lacrime di Buffon sono la certificazione del campione. Dell’uomo che ci mette la faccia, a 40 anni, dopo tante battaglie e non per il 6° Mondiale non disputato ma per il non essere riuscito (a suo dire) a prendere per mano la squadra e regalare una gioia a tifosi. Grazie Gigi, sei e sarai sempre un capitano. Unico.

Già perché lui comunque ci ha messo la faccia, come De Rossi, Barzagli e Chiellini. Che pagano per tutti con l’addio alla Nazionale. Chi invece non dice addio alla Nazionale subito, come forse avrebbe dovuto fare è il ct. Ventura. Il principale responsabile di una disfatta assoluta. Di un flop epocale. Come di chi ha deciso ad agosto, prima della Spagna di rinnovargli in contratto fino al 2018. Un’assurdità. Per il suo addio comunque è solo questione di tempo (speriamo), e noi siamo qui a sperare visto che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.