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Francesco Totti triste, solitario e finale

L’intervista alla Rai avvicina il finale di partita di Totti. La rivendicazione di un blasone passato. Un presente fatto di tanta panchina e poche prestazioni di valore. Un futuro sempre più difficile da accettare. Tra vecchie ruggini e una nuova società distante dagli antichi legami.
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“Quando gli anni son fucili contro” cantava Renato Zero, “i pensieri tolgono il posto alle parole”. E quando le parole scendono pesanti a rivelare pensieri che dividono e detonano, la maschera cade, il ruolo decade, resta solo l'uomo, davanti ai fantasmi di un futuro che è difficile capire cos'è ma deve essere strada. Francesco Totti ha scelto la via pubblica per un disagio privato, Spalletti ha scelto la mossa eclatante, che più pubblica non si può, di cacciarlo dal ritiro per guadagnarsi le mostrine e le stelle. Dentro, resta tutto il detto e il non detto di una storia ancora lontana dal finale, che era acqua corrente un po' di tempo fa e ora è ritornata qua.

Totti al bivio – Una storia di sguardi bassi e di paura di ritrovarsi soli, ora che la curva dei giorni calcistici ancora da passare non è più in salita. Totti è a un bivio, lo sa, lo sente eppure chiede per sé il rispetto che si deve all'icona, al simbolo che non si arrende all'età. Ma i cimeli che ha lasciato scolpiti nei cuori dei tifosi giallorossi brillano ancora e brilleranno sempre come sulla parete della stanza a Trigoria in cui conserva i suoi trofei. E rendersi conto che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, che è l'imperfetto il tempo giusto per raccontare ormai la sua storia, non sarebbe una resa né una diminutio.

Simbolo del tifo – La frattura libera ruggini represse e illumina almeno due aspetti problematici della Roma americana. Da una parte c'è il ruolo di bandiera “atipica” di Totti. Atipico perché è singolare l'intrico di emozioni che deriva dall'essere romano e romanista nella Roma, dall'essere insieme simbolo dei tifosi e primo tifoso. Una miscela di devozioni e di affetti che rende difficile il distacco necessario a valutare il proprio ruolo, la propria posizione, i gesti e le parole. Il selfie dopo il gol del pareggio provvisorio nel derby è un'epifania perfettamente rivelatrice di un intreccio gordiano: perché è l'immagine di una simbiosi perfetta con la curva nella partita che a Roma vale una stagione, e insieme racconta bene i limiti di un ambiente dalle troppe fanfare e con troppi spifferi, che festeggia con quella coreografia così ostentata un gol a partita nemmeno finita, un gol che avrebbe potuto anche non valere niente.

Peso o opportunità – Dall'altra c'è una società che rimane estranea, per scelta e politica, ai vincoli e alle appartenenze, con un presidente che marca la distanza e resta negli Stati Uniti, e se il collante si allenta, se la presenza si fa labile, è più facile che le uscite pubbliche finiscano per diventare strumento di rivendicazioni che troverebbero nel privato dello spogliatoio lo scenario migliore per la ricomposizione. In mezzo, un campione che sembra diventato un peso, dentro una squadra in cui non si riconosce e una società che forse non lo tutela, che magari vorrebbe vederlo già da subito dietro una scrivania, con un ruolo da dirigente. Un campione che già con Ranieri aveva accettato una sostituzione a fine primo tempo in un derby, ma che Zeman prima e Garcia poi avevano riportato al centro del villaggio giallorosso. E con Pallotta made in Usa, servirebbe eccome un anello di congiunzione in grado di conoscere anche l'altro lato della medaglia e di farsi rispettare dalle due parti in causa.

Un campione che si ritrova in uno scenario complesso, al di là delle questioni anagrafiche – Non è affatto la ricerca di un vento del cambiamento, di uno spirito di rottamazione a tenerlo fuori dal campo. Al di là dei 4′ in Champions, che ricordano tanto da vicino i 6 concessi a Rivera nella finale mondiale dell'Azteca contro il Brasile di Pelè, c'è un giocatore che non è più nella condizione di garantire il livello di mobilità e di rapidità che si richiede a un attaccante inserito nel contesto di questa Roma. Perché in un 4-3-3, o in un 4-2-3-1 come nella prima era spallettiana, a un falso centravanti come lui si richiede un interscambio continuo con le ali e i trequartisti, altrimenti l'effetto è solo uno statico allungamento della squadra che apre spazi di vulnerabilità al resto della squadra. Se Totti corresse ancora come a vent'anni, o come l'ultimo Javier Zanetti prima dell'infortunio nella gara d'addio, a nessuno verrebbe il dubbio di tenerlo fuori.

Glory days – Nell'inverno degli opposti egoismi, però, Totti rivendica per sé un ruolo diverso, invoca una tutela per l'uomo e per il campione che è stato, quasi a voler spingere la notte più in là, anche se la sente la notte che sta per venire. Che fare? Essere o non essere, questo il problema. Come affrontare adesso i dardi delle alterne fortune? La pervicacia del capitano giallorosso è la testardaggine di chi non si arrende al futuro e resta aggrappato ai giorni di gloria che forse non torneranno mai più. “Non ce lo vedi Francesco commentare una partita in televisione e nemmeno debuttare nel campionato indiano” scrive Enrico Sisti su Repubblica. “Così si è arrivati al paradosso di vedere Totti entrare nel dopo-Totti da calciatore ancora in attività”. Quei quattro minuti in Champions raccontano un altro capitolo della storia. “Doveva essere l’unico a potersi permettere il lusso, dopo tanta luce regalata, di anticipare gli eventi, di prevenire le delusioni e il buio dell’addio con un arrivederci più maturo” aggiunge.

Vecchie ruggini – E invece si spinge dove non avrebbe dovuto. L'attacco pubblico è la forma più destabilizzante per attirare l'attenzione, perché le luci dei riflettori non si spengano, non ancora. Chiede un ultimo giro di giostra ma i modi son quelli che avvicinano l'addio, che accelerano l'inevitabile e insieme rivelano sei anni di rancori sopiti e anche allora, dopo il primo divorzio di Spalletti, consumati a mezzo stampa. In poche settimane, Spalletti passò dall'essere “l'allenatore con cui voglio chiudere una carriera” a un tecnico “che non capivo più, le sue battute mi davano fastidio”“Gli ho dato tutto quello che avevo e anche di più. Se volete chiedermi del contratto, lui e Pallotta devono parlare in maniera diretta, senza il filtro di un allenatore. E' giusto che io non possa influenzare” diceva Spalletti nella prima conferenza stampa dopo l'esonero di Garcia. “Lo considero talmente tanto un giocatore che lo valuto al pari degli altri” spiegava ancora, dopo la promessa di un posto da titolare. Ma a Rai Sport, il capitano riannoda i fili di un passato che non passa. “Con Spalletti è un rapporto buongiono e buonasera, però lo stimo sia come persona che come allenatore. Speravo che tante cose lette sui giornali me le avesse dette in faccia”.

Finale di partita – “Lasceranno che i tuoi passi sembrino più lenti” canta ancora Renato Zero, “disperatamente al margine, di tutte le correnti. Vecchio, diranno che sei vecchio, con tutta quella forza che c'è in te”. È il grande incubo di chi ha vissuto vent'anni al centro della scena. Di chi ora si trova a girare e rigirare, senza sapere dove andare. Di chi si trova trascinato in un viaggio personale al termine della sua notte pallonara. E in fondo, per dirla con Celine, “è forse questo che si cerca nella vita, nient'altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”.

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