Nessuno dei tifosi viola all’inizio della stagione 1968/1969 si sarebbe aspettato che quel 18 maggio di cinquant’anni fa sarebbe corso allo stadio Artemio Franchi per festeggiare la vittoria del secondo scudetto della storia della Fiorentina. Invece andò proprio così: quel giorno la squadra di Bruno Pesaola scese in campo già da campione d’Italia, in virtù della matematica acquisita sette giorni prima sul campo della Juventus, ma quella gara col Varese è ancora oggi intatta nei ricordi di chi c’era e per chi non l’ha vissuta è un punto di inarrivabile bellezza che ancora non ha trovato eguali. Nella lotta a tre con Milan e Cagliari la Viola dimostrò di essere più squadra e di volere fortissimamente quell’obiettivo: con il passare delle giornate acquisì una consapevolezza e grazie alle grandi doti di motivatore di Pesaola il sogno divenne realtà.

Uno scudetto nato dall’Assemblea Straordinaria dei soci del 13 febbraio 1965, quando arrivarono le dimissioni di Longinotti e venne eletto all’unanimità presidente il commendator Nello Baglini. Un lavoro fatto di tante componenti: grande attenzione ai bilanci, intuizioni sul mercato e un po’ di fortuna, che non guasta mai, riportarono il tricolore a Firenze dopo 13 anni grazie ad una squadra che aveva lasciato intravedere grandi cose al Viareggio del 1966, vittoria importantissima contro il Dukla Praga, sotto la guida di Chiappella ed è sbocciata in maniera definitiva con l’arrivo del Petisso.

Un ruolino di marcia fatto di 16 vittorie, 13 pareggi e una sconfitta ha permesso a De Sisti & co di spazzare via le critiche nei confronti della gestione societaria, arrivare dopo le cessioni di Albertosi e Brugnera, e di alcune vicende legate ad alcuni calciatori: fu la vittoria dell’equilibrio, per una squadra che realizzò pochi goal (38 goal) ma ne subì pochissimi (18), e di scelte azzeccate ad inizio anno sul mercato e nella gestione, dagli innesti di Amarildo dal Milan e Esposito dalla Primavera al modo in cui è stato responsabilizzato l’estroso Chiarugi.

La Viola campione d’Italia

Il Petisso Pesaola fece n grande lavoro sui suoi ragazzi ma lo schema su cui si basava era piuttosto semplice: Superchi tra i pali, due marcatori rigidi sule punte avversarie, Brizi e Rogora, con Mancin a controllo del tornante avversario e Ferrante libero con possibilità di offendere. Esposito dava idee e lavorava in copertura per consentire a De Sisti di giocare in piena libertà, con Merlo che rifiniva per gli attaccanti. Con Chiarugi il gioco era molto più offensivo e imprevedibile mentre con Rizzo (nato come mezz’ala)  c’era più equilibrio: gli intoccabili in avanti erano Amarildo, schierato nel ruolo di 11 ma con libertà di muoversi, e Maraschi, che trovò la sua stagione d’oro con 14 reti.