Nel calcio è importante credere a quello che si fa. I giocatori determinano un lavoro portato avanti per settimane ma è tutto racchiuso in 90’.

Dal piede leggiadro e dal grande temperamento, il numero 7 della Fiorentina dello scudetto del ’69 non è stato un calciatore come tanti e ha espresso le sue idee sempre in modo chiaro. Luciano Chiarugi  è stato l’uomo che, dopo l’infortunio e le esclusioni forzate di Bruno Pesaola, ha dato una grossa mano alla Fiorentina nell’ultima parte del campionato 1968/1969 per arrivare dove nessuno si immaginava: al secondo tricolore della sua storia. Calciatore forte, la Freccia di Ponsacco, che quell’anno regalò ai suoi tifosi 7 reti (6 nelle ultime 10 partite) e nonostante il costante ballottaggio con Rizzo fu determinante per quello storico trionfo. Era il 18 maggio del 1969 quando l’Artemio Franchi di Firenze si riempì di tantissimi tifosi per l’ultima con il Varese (vinta 3-1) dopo l’aritmetica vittoria del tricolore a Torino e l’estroso calciatore viola, in esclusiva per Fanpage.it, l'ha ricordata così:

Emozioni e sensazioni bellissime anche a distanza di 50 anni perché dopo un campionato straordinario avevamo raggiunto un traguardo che nessuno si aspettava. Sono talmente tante le componenti che hanno permesso questa vittoria e nessuno aveva ipotizzato un esito così in virtù della squadra giovane e del mercato che ci aveva portato via prima Bertini e poi Albertosi e Brugnera. Nonostante gli attacchi al presidente Baglini la squadra ye-ye costruita da Chiappella, che per noi era come un padre, e valorizzata da Pesaola ha fatto la storia.

La Viola vinse lo scudetto a Torino anche grazie ad un suo goal, quello che sbloccò la partita con la Juventus, “il più importante di tutto l’anno” e Chiarugi ricorda bene come il Petisso Pesaola preparò la gara prima (“Siamo qui e siamo una grossa squadra, giochiamocela”) e poi nell’intervallo caricò ancora di più i suoi (“Vedete che siamo forti come loro“) che alla fine centrarono uno scudetto davvero indimenticabile nella culla del Rinascimento. Chiarugi racconta che non furono le affermazioni con le grandi squadre a dare consapevolezza alla squadra ma “la sconfitta in casa col Bologna per 1-3 alla quinta giornata, quando meritavamo di vincere ma non ci andò bene, e capimmo che giocando così avremmo fatto strada. ”

L’elogio di Pesaola: Fu importantissimo il suo lavoro

La Fiorentina di quella stagione era una squadra giovane e con ottime individualità ma, secondo Chiarugi, fu Bruno Pesaola che riuscì a plasmare il gruppo e a farlo crescere con il passare delle giornate:

Fu importantissimo il suo lavoro sulla mente dei calciatori e il suo modo innovativo di farci lavorare a darci qualcosa in più e maggiore sicurezza in noi stessi. Il nostro gruppo, a parte qualcuno, era formato da buoni calciatori e veniva fuori dalla squadra che aveva trionfato al Viareggio nel ’66 ma ci mancava quello scatto in avanti che lui ci ha permesso di fare.

Chiarugi non fu sempre sotto le luci dei riflettori in quella squadra e, come racconta lui stesso “la squadra aveva trovato un modo di giocare con Esposito, Merlo, De Sisti e Rizzo a formare un  centrocampo straordinario con Amarildo e Maraschi ma io detti il mio apporto dopo un infortunio e qualche momento difficile in cui Pesaola, nonostante il pubblico mi invocasse, riusciva a farsi capire solo con uno sguardo e senza bisogno di parole. Un giorno mi disse ‘Li sente questi, speriamo  che ne tragga beneficio e arriverà il suo momento’”. Quel momento per Chiarugi arrivò e le due reti contro il Vicenza aprirono la fase più dolce e decisiva di quella stagione per i viola.

“Cavallo pazzo” o “Freccia di Ponsacco”?

C’era un periodo in cui i soprannomi per i calciatori si sprecavano e un calciatore estroso e con il temperamento di Chiarugi non poteva rimanerne fuori. Se da tutti era conosciuto fin dagli inizi come la Freccia di Ponsacco, al buon Luciano venne affibbiato anche il nomignolo di Cavallo pazzo per il suo modo di essere e alcuni suoi modi, ma lo stesso ex numero 7 ha dichiarato:

Tutto è nato da una testata giornalistica. Da giovani si è esuberanti e c’è voglia di emergere ma, prima rispetto a oggi, non c’erano dirigenti comprensivi, agenti o manager, eri solo e dovevi cavartela per i fatti tuoi. Per una esultanza neanche troppo esagerata rispetto a quelle di oggi arrivò quel soprannome e poi dicevano che ero un vagabondo in campo perché alternavo prestazioni buone e altre negative, non ero sempre costante.

La Viola oggi: Nessun capisce cosa sia successo negli ultimi mesi

Chiarugi è rimasto molto affezionato alla Fiorentina e la segue con grande ardore, tanto che nel parlare della stagione che sta per finire si intuisce un po’ di delusone:

Siamo passati da un bel girone d’andata, che ci ha fatto credere di poter tornare ad essere competitivi per i piazzamenti europei, a un ritorno brutto e nefasto senza capire motivi reali di tutto ciò. Probabilmente l’attaccamento dei calciatori a Pioli ha creato una situazione non proprio agevole nel momento dell’addio e tutto si è sgretolato. L’arrivo di Montella era evidentemente un preludio per costruire il futuro ma i risultati e le prestazioni della Fiorentina sono deludenti e si fa fatica a credere che sia la stessa squadra dell’andata.