Non c'è eroe senza pubblico. E a chi si veste da eroe non restano che due destini. O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Gigi Buffon si è calato nella maschera dell'eroe. Avrebbe potuto scegliere il primo, il destino di chiude una carriera da bandiera. Ma, tra questioni di sensibilità e i bidoni dell'immondizia, in un trionfo di patatine e sprite, ha preferito il secondo. In fondo, gli eroi non sono mai perfetti come le leggende che li circondano.

La maledizione del portiere

“Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni” scriveva Eduardo Galeano. Buffon, più che dai suoi errori in campo, si porta dietro le ombre dell'uomo e di una storia in cui dominano i toni del rosso e del nero. E non c'entrano le strisce delle maglie del Milan, le prime che ha visto da avversario in Serie A il 19 novembre 1995. “L’ho visto esordire contro il Milan parando anche le mosche e ho scritto che era destinato a diventare un grandissimo” scriverà Gianni Mura.

Conti in rosso

Rosso, come i conti del portiere-imprenditore che Al-Khelaifi vuole portare a Parigi anche come uomo immagine per i Mondiali del 2022. Coinvolto in due cordate, sciolte in pochi anni, nella proprietà della Carrarese attraverso la holding familiare Gvg Immobiliare srl, Buffon dal 2009 è entrato nella Zucchi. L'anno successivo la sua partecipazione è cresciuta dal 2 al 10% e via via, con successivi aumenti di capitale, arriva a detenere più del 50% delle quote. Nel 2016, ha poi ceduto la società al fondo Astrance Capital ma, scrive Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore, “avrebbe ricevuto una quota del 15% di una newco di Astrance, con un'opzione di vendita e acquisto che va dagli 1,5 ai 2,6 milioni di euro”. Sono in rosso anche l'Hotel Stella della Versilia a Marina di Massa, di cui detiene il 17%, e la Suolo&Ambiente srl, di cui possiede una quota del 20 per cento, che punta a recuperare l'ex cava Grottini ma nel 2016 ha chiuso il bilancio negativo per quasi 5mila euro.

La passione per il gioco d'azzardo

Il rosso è anche il colore del gioco d'azzardo che continua a rappresentare, raccontava a Repubblica, “un piacere e uno svago. Purtroppo in Italia non si vive con serenità questo tipo di attività e il concetto di gioco d'azzardo rimane tabù”. Certo, come scriveva Beppe Di Corrado sul Foglio, “se a 28 anni giochi diecimila euro su Arsenal-Chelsea è un conto, se le giochi su Juventus-Real Madrid e tu sei il portiere della Juve, qualcosa cambia”. La brutta figura resta, anche nell'Italia un po' bacchettona di questi anni. Perché un giocatore, anche se poi diventa testimonial di PokerStars, ha degli obblighi e delle regole da rispettare.

Portiere lo è diventato, ha ammesso, per narcisismo, per una forma di protagonismo esasperato. Il narcisismo dei flirt da copertina, delle storie d'amore con Alena Seredova e Ilaria D'Amico che brillano come il filo di una storia di famiglia. Una storia che inizia con Lorenzo, il cugino del padre e portiere del Milan anni Sessanta, che si innamorò di Edy Campagnoli, la leggendaria valletta di Mike Bongiorno in “Lascia o raddoppia?”.

La maschera e le grandi prove

Il vero eroe, scriveva Oriana Fallaci, non si arrende mai, a distinguerlo dagli altri "non è il gran gesto iniziale (…) ma la costanza con cui si ripete, la pazienza con cui subisce e reagisce, l'orgoglio con cui nasconde le sue sofferenze e le ributta in faccia a chi gliele impone. Non rassegnarsi è il suo segreto, non considerarsi vittima, non mostrare agli altri tristezza o disperazione". La fiaba dell'eroe non si esaurisce col gran gesto che lo rivela al mondo. "Sia nelle leggende che nella vita, il gran gesto non costituisce che l'inizio dell'avventura, l'avvio della missione. Ad esso segue il periodo delle grandi prove, (…) il più lungo, forse il più difficile. E lo è perché, durante quello, l'eroe si trova completamente abbandonato a se stesso, irresistibilmente esposto alla tentazione di arrendersi". E insieme, la tentazione di confondere l'identità con la maschera e credersi un campione al di sopra di ogni sospetto.

A giocare col nero, perdi sempre

Ecco allora l'uso un po' troppo naif del Boia chi molla a Parma. Il motto creato da Roberto Mieville, tenente carrista durante la guerra, tra i fondatori dei clandestini Far, i Fasci di azione rivoluzionaria e del Movimento Sociale Italiano, è una scelta di campo. “A me quel motto era venuto dal cassetto di un tavolo in collegio. Lì, a tredici anni, avevo trovato quella scritta intagliata. Erano i primi anni che ero fuori casa, era un periodo difficile dal punto di vista psicologico. Feci mia la frase come incitamento a resistere” si difese Buffon, che non evitò una multa di 5 milioni.

Si professa inconsapevole anche del numero 88, e di come quel numero volesse indicare “Heil Hitler”. “Penso che avrei potuto giocare anche con il 179. Ciò che impreziosisce la maglia è il nome sulla schiena, non il numero. Mi piacciono i dispari, penso siano un'attrazione fatale per le persone disordinate, con estro e spirito relativamente libero. I pari sono per i metodici, gli intelligenti, i razionali" spiegava. Ma Buffon è anche il portiere che ostenta la croce celtica accanto allo striscione “Fieri di essere italiani” sul pullman scoperto dopo il trionfo del 2006.

Più facile essere eroi che galantuomini

La perfezione lo infastidisce, non anela alla solitudine aulica del portiere. Mette l'uomo davanti al campione, quasi che il valore del campione basti a proteggere dai lati oscuri dell'uomo. Era così all'epoca del diploma comprato, ma di titoli “tarocchi” è piena la storia e la cronaca d'Italia. Era così il 25 febbraio 2012, il giorno del gol di Muntari annullato ma da convalidare, uno dei casi più scabrosi del nostro campionato. "Non mi sono reso conto del gol di Muntari, ma in ogni caso non avrei aiutato l'arbitro" ha detto. Arbitrava Tagliavento, quel giorno, lo stesso che Buffon ha abbracciato davanti alle telecamere dopo Juventus-Lazio del gennaio 2017.

Le dichiarazioni dopo il gol di Muntari non le rinnega. L'ipocrisia di sicuro non gli appartiene. Non ha nascosto gli anni della depressione, la conquista di una solitudine riservata, la convinzione che l'azione, la prodezza, la vittoria arrivino sempre a cancellare le parole, le omissioni, la vergogna. “È molto più facile essere un eroe che un galantuomo" diceva Pirandello. "Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini, si dev'esser sempre”.