27 Giugno 2016
21:06

Addio all’armata spagnola, l’Italia chiude l’era del tiki-taka

Gli azzurri trionfano con la migliore applicazione del calcio all’italiana. Il cuore batte l’estetica sterile del tiki-taka. L’immagine del match è tutta nell’improduttività del simbolo del guardiolismo, Iniesta.

Non chiamatelo catenaccio. Chiamiamolo col nome che merita: calcio all'italiana. E' il contributo migliore e più duraturo del Bel Paese alla piccola grande storia delle idee del pallone. E non ha niente a che fare con le sue successive derive difensiviste, con le squadre arroccate all'insegna del primo non prenderle. E' la sublimazione moderna dell'Italia bearzotiana degli abatini, la versione moderna del calcio che ha fatto grandi l'Inter del Mago Herrera e il Milan di Rocco.

Idea di squadra – L'Italia è sempre arrivata in alto in Europa, quando non si è snaturata, quando ha giocato a calcio per com'è. Quando ha applicato un modello tanto semplice da dire quanto difficile da rendere: il miglior attacco comincia dalla difesa. Il calcio all'italiana è compattezza e occupazione degli spazi, è geometria variabile per rendere il campo più lungo e più largo agli avversari, è raddoppio e aiuto al compagno, corsa e sacrificio, un'idea di squadra al servizio di uno schema di gioco, prima ancora che di un modulo.

Il precedente: Italia-Brasile 3-2 – L'Italia delle mezzeali aveva già dimostrato che il cuore può battere l'idea, laddove l'idea è una giustapposizione di individualità che non si combinano in totalità d'orchestra. Era il 1982, era il giorno della resurrezione del figliol prodigo Rossi, o come dicevan tutti da allora Pablito, il giorno in cui Zoff sulla linea di porta cominciò a mettere le mani sulla coppa con le ali. Il giorno in cui un'idea di squadra che più italiana non si può piegò l'idea di calcio luminosa e superba del Brasile che mai era apparso così scintillante, nemmeno sotto la luce senza tempo e senza riparo dell'Azteca nel primo Mondiale in technicolor.

Parolo e Giaccherini cruciali – Quella stessa idea rivive nel 3-5-2 di Conte. La difesa non è mai passiva, è proiettata al recupero della palla. Senza arrivare alle estremizzazioni sacchiane, è il primo passo, la prima tappa della manovra offensiva. Era fondamentale evitare di portare le Furie Rosse troppo a ridosso dell'area di Buffon, era essenziale lasciar respirare il trio BBC tanto in fase di marcatura quanto in fase di avvio del gioco. Perché il calcio all'italiana non è solo difesa, distruzione del gioco avversario. E' ripartenza immediata, creatività in attacco, è capacità di ribaltare velocemente lo scenario dietro le linee nemiche. E' pensiero veloce e volontà di precisione. Ed ecco che le armi chiave dell'Italia moderna che gioca il miglior calcio all'italiana diventano Parolo e Giaccherini.

Difesa e contropiede – Sono due ma giocano per quattro, si sdoppiano, ricuciono e ripartono. Hanno il compito più importante e più difficile. In fase di non possesso, Parolo segue Iniesta e Giaccherini deve rimanere alto perché così, come già aveva insegnato la Croazia, Busquets è costretto a giocare quasi all'altezza di Ramos e Piqué e si allunga, si spezza il triangolo di centrocampo. Detto fatto, con l'applicazione di chi sente che la grande occasione è qui e ora, che le motivazioni trascendono i valori, che quest'Italia, parola di Xavi, è metà Atletico Madrid e metà Barcellona, ha lo spirito del Cholo e l'inventiva blaugrana.

L'inventiva di "Giaccherinho" che costruisce l'asse vincente in quella che rimane la principale scommessa vinta da Conte a Saint-Denis. Tenere Florenzi a destra, ad abbassarsi su Nolito e prendere la Spagna alle spalle con Jordi Alba che sovrappone. E chiamare al sacrificio maggiore De Sciglio, che deve vedersela con David Silva, il più anarchico delle Furie Rosse, che tende più verso il centro, a creare superiorità con Fabregas e Iniesta, e non all'ideale di ala pura. E' lì che la Spagna si rivela vulnerabile, perché Juanfran non aiuta in avanti e in quei 20-30 metri di spazio si crea un triangolo perfetto: De Sciglio sale, Giaccherini accompagna, Pellé viene incontro per difendere palla e dare profondità.

Annullato Iniesta – E' un'Italia dai meccanismi difensivi oliati, che annulla Morata, che si esalta nelle zone deboli degli avversari e copre, maschera, tampona le proprie vulnerabilità. Un'Italia illuminata da un De Rossi in gran giornata, finché è rimasto in campo, da un centrocampo che ha spezzato i legami del trio magico dal dna blaugrana e soprattutto ha cancellato Iniesta dalla partita. Il Cavaliere Pallido riceve 14 volte da Jordi Alba, è la linea di passaggio più frequentemente utilizzata dalle Furie Rosse in tutto il match, che però ha prodotto solo il brivido dopo il tacco di Iniesta e la conclusione di Aduriz al 70′. Tredici volte, poi, Iniesta appoggia su Fabregas, più che a qualunque altro compagno. E' l'immagine di un tiki-taka sterile. Il cervello del gioco, la mezzala di possesso che ha scandito l'evoluzione della Spagna in una squadra più aggressiva, gira a vuoto, soprattutto gira lontano dalla porta.

Segreto azzurro – E' il segreto, semplice e sempiterno, del calcio che non si arrende alla dittatura della forma per la forma, all'art pour l'art, che parteggia per la sostanza anche a costo di passare, agli occhi degli esteti spagnoli del bello ad ogni costo, per "resultadista". E' il calcio che nasce col metodo, con l'invenzione del centromediano. Il calcio che si adatta alle caratteristiche italiche, che allunga la squadra e mette di fatto le basi per il contropiede. “Per Brera gli italiani – piccoli, tarchiati ma lavoratori e ostinati – non possono competere ad armi pari con i popoli del nord, più grandi, meglio nutriti e più atletici”, ricorda Fabien Archambault nel suo libro Le contrôle du ballon. Les catholiques, le communistes et le football en Italie de 1943 au tournant des années 80.

“L’adozione del catenaccio testimonia quindi la capacità di adattamento degli italiani nei confronti dell’avversità, è la dimostrazione della loro furbizia e della loro capacità nel sapersi arrangiare”. Non è solo un gioco difensivo, aggiunge, "è prima di tutto un’idea legata alla disciplina, alla tattica – adottato prima di tutti gli altri paesi – con un ruolo preciso assegnato al capitano e all’allenatore. Il catenaccio è una risposta del debole contro il forte. E in quanto tale permette di vincere e diventa consustanziale con l’idea dell’Italia”. Anche all'idea di questa Italia, l'Italia dei nuovi abatini, l'Italia che ha sconfitto un modello, un'idea di calcio con un'idea di squadra. E ora, non chiamatelo più catenaccio.

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