Vent'anni fa il mondo del calcio cambiava per sempre. Il 15 aprile 1995 resta una data storica. La Corte di Giustizia Europea liberalizza i trasferimenti dei calciatori, alla scadenza del contratto, all'interno dell'UE. È l'effetto della rivoluzionaria sentenza Bosman. “I calciatori erano animali in gabbia, io li ho liberati” ha detto in questi giorni alla Gazzetta dello Sport. “Se tornassi indietro non cambierei una virgola di ciò che ho fatto. Mi dispiace che le nuove generazioni non sappiano della battaglia che ho portato avanti a nome di tutti i calciatori. Ho fatto arricchire tutti e adesso non guadagno niente”.

I fatti – La vicenda che porta allo spartiacque dell'era calcistica moderna inizia cinque anni prima. Jean-Marc Bosman gioca dal 1988 con il Royal Club di Liegi. Ha un accordo fino al 1990, ma ad aprile di quell'anno gli viene proposto un nuovo contratto con un ingaggio decurtato del 75% (30 mila franchi belgi, il minimo sindacale), che il calciatore rifiuta. Viene iscritto nell’elenco dei calciatori trasferibili e, come da regolamento federale, viene stabilita un’indennità di trasferimento. Nessuna squadra si fa avanti, e Bosman contatta l’US Dunkerque, una squadra di serie B francese, che lo ingaggia per 100 mila franchi, con un premio di ingaggio di 900 mila franchi. Il 27 luglio 1990 Liegi e Dunquerque firmano un accordo che prevede il trasferimento temporaneo, per un anno, dietro versamento di 1,2 milioni come indennità; più un’opzione irrevocabile per il trasferimento definitivo di 4,8 milioni di franchi. Perché il contratto diventi effettivo, la Federazione belga deve inviare il transfer a quella francese entro il 2 agosto 1990. Il Liegi, però, dopo l’accordo, torna sui suoi passi: non è convinto che il Dunkerque possa pagare, e non richiede alla federazione i documenti necessari per il transfer. La squadra sospende per azione illecita Bosman, che fa causa al club: crede la richiesta di una indennità di trasferimento da parte della sua ex squadra, con cui non è più sotto contratto, costituisca un ostacolo alla sua libertà di circolazione. Il caso finisce alla Corte d’Appello di Liegi che rimanda, in via pregiudiziale, alla Corte di Giustizia Europea.

La sentenza europea – La sentenza applica al calciomercato l'articolo 48 del Trattato di Maastricht e stabilisce che: le associazioni sportive non possono introdurre norme secondo cui un calciatore di uno Stato membro, alla scadenza del contratto, possa essere ingaggiato da un’altra società di uno Stato membro solo previo pagamento di una qualsiasi forma di indennità; e sono considerate contrarie alla norma europea anche le regole che impongono limiti al numero di calciatori comunitari utilizzabili dalle squadre. Nascono così i trasferimenti “a parametro zero”, che fanno impennare le spese per gli ingaggi. Curiosamente, l'avvocato che difendeva Bosman, Jean Louis Dupont, ha rappresentato anche l’agente Fifa Daniel Striani davanti alla Corte Europea che ha parzialmente allentato i vincoli del Fair Play Finanziario Uefa.

Gli effetti – “La sentenza Bosman ha rappresentato un cambiamento epocale”, ha detto al Foglio Paolo Ciabattini, consulente Uefa per il benchmarking. “Sino ad allora, le società più forti disponevano del futuro del giocatore che doveva accettare lo stipendio che gli offrivano. Oggi il fatturato di un club è decisamente più alto, ma gli stipendi rappresentano quasi i due terzi dei costi totali delle società”. Secondo molti la sentenza Bosman ha avuto un’influenza negativa sui vivai. In Inghilterra nel 1995 i giocatori stranieri erano 178, oggi 436, in Spagna 262 e 327, in Germania 194 e 343, in Francia 264 e 345, in Italia 259 e 366. Cambia un modo di pensare, e forse non è un caso che proprio in quel 1995 l'Ajax vincerà la Coppa dei Campioni per l'ultima volta. In pochi anni, i giocatori in campo quel giorno andranno a rinforzare la Juventus, il Milan, l'Inter, il Barcellona.

L'articolo 17 Fifa – Il 31 gennaio 2008, la libertà di circolazione dei calciatori viene ulteriormente favorita dalla decisione del Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di Losanna sulla vicenda di un altro giocatore non esattamente di primo piano, il difensore scozzese Andrew Webster. Sotto contratto dal 2001 fino al 30 giugno 2007 con l'Hearts of Midlothian, nel 2005 rifiuta di prolungare l'accordo e il 26 maggio 2006 decide di separarsi dal club, unilateralmente e senza giusta causa. Il 9 agosto 2006, firma per tre anni al Wigan, ma gli Hearts fanno ricorso alla Camera di conciliazione della Fifa e ottengono il pagamento di un risarcimento che include il totale degli stipendi residui, l’indennità di formazione e i danni per un totale di 837 mila euro. Il Tas, però, respinge l'ulteriore richiesta degli Hearts di vedersi riconosciuto, a titolo di risarcimento, anche il valore del cartellino del giocatore (5,3 milioni). Con la sentenza Webster, un giocatore può decidere di rompere il contratto, anche senza giusta causa, terminato il periodo di stabilità: 3 stagioni fino al 28 anni, poi due. Il centrocampista brasiliano Francelino Matuzalem e l'attuale portiere della Roma Morgan De Sanctis hanno avuto però minor fortuna. Nel 2007 hanno risolto il contratto, rispettivamente con lo Shakhtar Donetsk e l'Udinese, per passare al Real Saragozza e al Siviglia, dando origine a battaglie legali durate anni e dall'esito sfavorevole. L'Udinese ha ottenuto 2 milioni di risarcimento, mentre il mediano oggi al Verona ha rischiato la squalifica per non aver pagato al club ucraino il risarcimento stabilito dal TAS. Per questo oggi è molto difficile che un calciatore scelga di risolvere unilateralmente il contratto.

FIFPro, libertà totale – Il FIFPro, il sindacato mondiale dei calciatori, vorrebbe spingersi ancora più in là e sogna di abolire, di fatto, il prezzo del cartellino: come ogni lavoratore, sostiene FIFPro, i giocatori dovrebbero poter cambiare squadra dando un preavviso e senza che il club possa pretendere un euro. “La nostra posizione è ovvia, quasi banale” spiegava Leonardo Grosso, membro del comitato esecutivo, l'anno scorso all'Espresso: "oggi lo squilibrio tra calciatori e società è tutto a favore di queste ultime e la situazione non è sostenibile. Se un club vuole liberarsi di un calciatore prima della scadenza, basta che gli paghi lo stipendio residuo. A questa cifra, però, si deve sottrarre lo stipendio che il calciatore andrà a guadagnare nel nuovo club. Il risultato? Le società non pagano quasi mai un soldo. Al contrario, a un calciatore che vuole lasciare il club vengono imposte penali assurde”.

Il futuro – Così, i calciatori resi liberi di muoversi dalla sentenza Bosman, sono semplicemente passati da un vincolo all'altro: se prima erano le squadre a decidere il futuro dei giocatori, oggi sono i procuratori (Mino Raiola muove da solo 24 milioni l'anno) o i fondi di investimento, le terze parti (la Gestifute di Jorge Mendes, potenza da 80 milioni l'anno, o il fondo Doyen su tutte) ad avere in mano il destino dei campioni. “I giocatori guadagnano cifre astronomiche” commenta Bosman, “i contratti però non vengono rispettati. E spesso dietro ci sono società private che acquistano giocatori in mano ai manager. In qualche modo così si blocca la libera circolazione”. E si torna al punto di partenza. Vent'anni dopo.