Ha 40 anni, Totti, i capelli da ragazzo e lo stesso amore di sempre per Roma e la Roma. Perché “Roma è il giallo e il rosso. Roma, per me, è il mondo” scriveva nella lettera a Player's Tribune. Nella leggenda che non cede al tempo che passa, che chiede rispetto e con rispetto vuole essere ricordato, come i monumenti, c'è il Totti di ieri, di oggi, di sempre: la paura e la voglia, il paradosso e la gloria, l'essenza e la storia.

Epitome e totem di una Roma sempre a metà tra il futuro e il moderno, fra il cielo e l'inferno, fra l'Olimpico e il Quirinale, Totti non ha mai tradito il bambino per l'uomo. È il suo pregio e il suo limite. “Senza pallone non si è mai immaginato” scrive Emanuela Audisio su Repubblica, non ha mai voluto altro, se non giocare a calcio nella Roma. Non si è costruito un futuro, ha sempre voluto per sé un eterno presente da numero dieci”. C'è anche questo, nel suo ostinato non voler essere messo da parte. Ma c'è soprattutto, in questo mistero senza fine bello, il fascino della contraddizione che alimenta la guerra del cuore dalle cause insostenibilmente leggere. C'è un campione in grado di regalare magie e cambiare le partite. C'è un allenatore, il tecnico con cui Totti meglio ha giocato, che lo centellina e lo mantiene decisivo. Un allenatore che ha bisogno, nella sua visione dello spazio, di Totti in quanto leader e di Totti in quanto Totti, che è ancora il migliore nella rosa a giocare alle spalle delle difese alte, che velocizza e verticalizza il gioco e costringe gli avversari a difendere in campo lungo.

Ha lo stesso identico umore, Spalletti: vuole vincere le partite, come diceva in una memorabile conferenza stampa con le mani a coppa sul microfono. Ha la divisa dello stesso colore, eppure passa come il nemico che vuole mettere da parte il Bimbo de Oro. “Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa” ha spiegato Valerio Mastrandrea, tifoso di quelli che la Roma si ama e non si discute. “Sono giorni sofferti. E' come se avessimo un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato”.

 

Il compleanno coincide, nella sostanza, con un Torino-Roma che lo vede festeggiare il gol numero 250 in A in una domenica amara. E' una di quelle cesure narrative che se non ci fossero bisognerebbe inventare. Perché senza la doppietta al Torino in due minuti e 36 secondi del 20 aprile, la sua prima in Serie A da subentrato, adesso forse il compleanno l'avrebbe festeggiato negli Emirati, in India, negli Usa o in Inghilterra. E invece, come scriveva il giorno dopo Maurizio Crosetti su Repubblica, resiste questa sua “bellissima, ingannevole immortalità che vale per una sera o per qualche giorno, ma che allontana le esigenze della realtà”. Quei due gol si trasformano nella consacrazione dell'unicità di un campione oscurato dalla retorica e dalla partigianeria.

Totti a Roma è l'Amore, si legge in un lungo articolo sulla rivista francese So Foot. “Rappresenta il calcio nella sua essenza. Il calcio romantico, in cui le poesie si scrivevano con i piedi e i versi alessandrini sono le aperture e i cambi di gioco di prima”. Cambiare, però, non gli è mai piaciuto. In fondo ha lasciato la casa di papà Enzo, che ha fatto di tutto perché da bambino giocasse nella Roma nonostante l'accordo fra la Lodigiani e la Lazio e tra il serio e il faceto non faceva che ricordargli quanto suo fratello fosse in realtà più forte di lui, e mamma Fiorella, che lo aspettava sotto a pioggia agli allenamenti per fargli vivere il suo sogno, solo quando si è fidanzato con Ilary.

Due volte è stato messo di fronte alla possibilità di andar via. La prima per costrizione, quando Carlos “el Bozo” Bianchi, l'argentino che nelle partitelle di allenamento faceva sfidare romani e non romani, voleva spedirlo alla Sampdoria. “Ero già con la testa a Genova” ha confessato, “sapevo che se fossi partito non sarei tornato”. E' rimasto, Bianchi è passato presto e un altro tecnico venuto da molto lontano, Zdenek Zeman gli ha cambiato posizione e orizzonti di carriera.

La seconda per scelta. Dopo la stagione 2005, una delle peggiori nella storia moderna della Roma, l'anno dei quattro allenatori, dell'ottavo posto e della Coppa Italia persa in finale contro l'Inter, Totti è davanti a un bivio. Quell'estate, considera la possibilità di andare al Real Madrid, la squadra con cui ha debuttato in Champions League in una sera impossibile da dimenticare, era l'11 settembre 2001. Considera la possibilità di giocare al Bernabeu, dove ha segnato uno dei gol europei cui è più affezionato, “nel 2001, anche se fece tutto Candela a dire il vero” ha ricordato in un'intervista al sito della Roma, nello stadio che gli ha regalato da avversario una delle ovazioni più commoventi che si ricordino. “Quando una squadra di grande successo, forse la più forte al mondo, ti chiede di entrarne a far parte, inizi a pensare a come sarebbe la tua vita in un altro posto” ha scritto su Player's Tribune. “Ne parlai con il Presidente della Roma e quello fece la differenza. Alla fine fu la conversazione che ebbi con la mia famiglia che mi ricordò in che cosa consiste la vita”.

 

Già allora, dopo il quinquennale da 10,5 milioni di euro lordi a stagione del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” a fine carriera. Quell'estate arriva Spalletti che lo esalta da centravanti per quella sua capacità di vedere spazi dove altri non li possono immaginare. Nasce così la Roma delle undici vittorie consecutive, la Roma dei due secondo posti di fila, delle due Coppe Italia e della Supercoppa del 2008. La Roma migliore del tecnico di Certaldo, una Roma bella ma non vincente, la Roma della grande bellezza e delle occasioni perdute. La Roma piccolo mondo antico, provinciale, caput mundi ripiegato su se stesso dopo le ferite del 7-1 all'Old Trafford. È questa la Roma in cui Totti ha scelto di rimanere e su cui ha scelto di regnare, sospeso fra il desiderio di vincere davvero qualcosa di importante e la libertà di essere ancora il ragazzo ribelle e sfrontato degli sfottò scritti sulle magliette.

E' cambiato, senza mai cambiare davvero, il tribuno di Porta Metronia. Il bambino che a quattro anni faceva impazzire quelli di otto, che Sella faceva giocare da centrocampista e preferiva un assist a un gol, in campo è diventato più egoista, più attaccante. Ma molto del ragazzo che Carletto Mazzone voleva proteggere dalle attenzioni eccessive, c'è ancora nel simbolo timido e monumentale, passato e presente. Ha archiviato il Francesco goliardico, beffardo e un po' borioso, il Francesco dell'istinto e del cucchiaio che si fa ma non si pensa.

"E’ una guida, un guru, un totem della fiducia: lo vedono sbattersi per tornare in campo e s’impegnano di più" scriveva Beppe Di Corrado già nel 2010. “Se lo fa lui, lo devono fare anche loro. E’ un messaggio criptato: corre senza correre, parla senza parlare, gioca senza giocare”. E' un simbolo che si avvicina senza eredi all'ora dell'addio, alla stagione che stagioni non sente, la più difficile per chi non ha fatto altro che inseguire un pallone, che sentito chiamare il suo nome in un milione di città. Se i calciatori avessero immaginato quanto è duro l’addio, diceva Valdano, avrebbero fatto gli scultori o i pittori, per non smettere mai. Totti ha disegnato geometrie su un grande prato verde.

A chi oggi gli dice che non è più lo stesso ormai, risponde che era, è e sarà sempre e per sempre dalla stessa parte. Davanti chi pensa che, in fondo, cosa volete che sia, è solo il tuo tempo che passa, solo un abito che si indossa, Totti non può nascondersi come l'ormai anziana Josephine Baker quando dal palco di un teatro urlò a uno spettatore col binocolo: “Mettilo via, conserva almeno l'illusione”. Può solo ripetere che “Roma rappresenta la mia famiglia, i miei amici, la gente che amo. In questi 39 anni Roma è stata la mia casa. In questi 25 anni di carriera, la Roma è stata la mia casa. (E) la tua casa è tutto”.