“Per me l'Atletico Madrid non è solo uno stemma. È un modo di vivere la vita. È umiltà, lavoro, sacrificio, unione, spirito di squadra”. Parole e musica di Saúl Ñíguez, elemento chiave, volto del cholismo che vorrebbe firmare a vita per i rojiblancos perché all'Atletico ha trovato una casa dopo essere uscito deluso dalla “Fabrica” del Real. Un ragazzo che ha vissuto tante vita in una, che alle parole ha dato consistenza, nella gioia e soprattutto nel dolore.

Lasciò il Real Madrid per bullismo

La Fabrica, “un piccolo mondo metrosexual” come lo ha descritto su Vice Ignacio Martin, un altro fuoriuscito deluso, lo forgia. In campo va tutto bene, ma fuori molto meno. “Mi rubavano le cose, mi han tenuto in punizione due settimane per qualcosa che non avevo fatto” ha raccontato al Mundo. A 12 anni lascia il Real. “Avevo grande fiducia in me, sapevo che non era crollato il mondo. Sarei andato a giocare da un'altra parte”. La nuova casa è la più vicina. Pepe Fernandez, il suo primo allenatore che poi diventa un amico, gli propone di passare all'Atletico perché lì è tutto diverso. Di sicuro, diverso lo sarà.

Esordisce nell'Atletico a 17 anni

Brucia le tappe, Niguez, vuole tutto e subito, prima e meglio degli altri. “Ho sempre cercato le sfide difficili per mettermi alla prova. Da piccolo, e poi nelle giovanili dell'Atletico, giocavo con i puoi giocatori più grandi, a volte anche fuori posizione, e andavo avanti finché non li battevo. Le conquiste più difficili mi rendono felice. È questo che ti fa maturare e migliorare. Più presto raggiungi il tuo massimo, più a lungo puoi rimanere a quel livello. In genere dicono che si raggiunge il picco a 28 anni: io volevo arrivarci a 22, 23”.

Debutta in prima squadra a 17 anni e 108 giorni. Vince nel 2012 i Mondiali under 19 poi nell'estate del 2013, dopo 11 presenze, accetta il prestito al Rayo Vallecano. Il padre Jose Antonio, attaccante con più determinazione che qualità bandiera dell'Elche negli anni Ottanta, non è d'accordo. Ha già visto la carriera di Aaron, fratello maggiore di cinque anni di Saul, naufragare per prestiti andati male prima di un infortunio ai legamenti del ginocchio: l'aveva cercato anche il Valencia, il Barcellona, il Chelsea, ma da quel momento spariscono tutti. “E' una mossa sbagliata, non tornerai all'Atletico” gli dice il padre. Ma a 19 anni, Saul ha già preso la sua decisione. “Non avevo paura di niente”. La dura, Saul, e la vince.

Gioca una rivelatrice stagione completa e torna all'Atletico. In meno di un anno arriva fino al debutto in Champions League. Ha un segreto, però, che si rivela nel modo peggiore proprio nella sera più bella.

La notte più dura

È il 25 febbraio 2015. Simeone gli regala la prima da titolare in Champions League alla Bay Arena nell'ottavo di finale contro il Bayer Leverkusen. In 42 minuti, la festa si trasforma in un incubo. Subisce un colpo da Kyriakos Papadopoulos e non si regge in piedi. Il medico della squadra deve portarlo fuori a spalla mentre Niguez si ferma per vomitare sette volte prima di raggiungere lo spogliatoio. Da due anni, ha un rene che non funziona bene. Gioca e si allena con un catetere interno, vedere urina mista a sangue è ormai un'abitudine. Non ha mai smesso, però, di dare tutto in campo. Quella sera, però, sembra crollare. “Ricordo tutto, come è successo, dove sono caduto, quante volte ho vomitato. Mi ricordo le convulsioni, mi ricordo in quale letto di ospedale mi hanno ricoverato”. Ma più di tutto ricorda le lacrime di suo padre. “Sono un toro” lo rassicura, “posso superare anche questo”.

“Toglietemi il rene"

Per tutto questo, arriva al punto di non ritorno. “Toglietemelo il rene” chiede al medico che lo cura, “tanto ne ho un altro”. Qui però entra in scena un personaggio chiave, German Burgos, il secondo di Simeone, l'altra faccia del cholismo. Da sempre, da quando vinceva campionati d'Argentina e coppe Libertadores al River Plate, lo chiamano “Mono”, “la scimmia”, per i capelli lunghi e i calzettoni tirati su sopra i pantaloni. Da giocatore, all'Atletico lo ricordano per il rigore parato nel derby a Figo di faccia, e la successiva conferenza stampa con i guanti insanguinati e il naso gonfio. Showman, cantava in un gruppo hard-rock che porta il suo nomen “voce roca, da oltretomba, testi minimi, e tanta batteria e chitarra”, raccontava Valerio Clari sulla Gazzetta dello Sport allora.

La lezione di "Mono" Burgos

Nel 2003 scopre di avere un cancro benigno al rene. È il terzo caso nel calcio spagnolo, dopo il bulgaro Penev e il portiere del Deportivo Molina. Burgos, che non avrà paura ad affrontare, da assistente di Simeone, Mourinho durante un infuocato derby (“Non sono Tito Villanova, io la testa te la stacco” gli urla al culmine di un confronto teso), va a parlare con Niguez. “Il dottore mi ha detto che gli parlavi di farti togliere il rene” gli dice. “Ma sei pazzo? Hai 22 anni! Cosa stai dicendo? Usa la testa”. Niguez gli spiega che il suo unico pensiero è per il calcio, che così magari sarebbe stato più facile, che avrebbe risolto il problema. Burgos gli racconta tutto quello che ha passato, lo guarda negli occhi e gli dà il miglior consiglio. “Pensa alla tua vita” gli dice, “se dovessi avere un problema in futuro all'unico rene rimasto? Non esiste”. Il rene, e il catetere interno, tornano al loro posto.

Simeone: "Può essere uno dei migliori centrocampisti al mondo"

Torna anche Niguez, con quella maturità così lontana dalla leggerezza dei vent'anni. “Saul ha tutte le qualità per essere uno dei migliori centrocampisti al mondo: etica del lavoro, visione, tocco, ritmo, ed è forte anche suoi contrasti aerei”. All'Atletico han capito subito il suo valore, lo schierano da “numero 8”, da mezzala d'attacco. Simeone, però, inizia a trasformarlo in un “nuovo Gabi”, un centrocampista difensivo.

“È sempre stato quello il suo ruolo, è lì che si sente più in fiducia” ha spiegato Simeone. “Copre moltio campo, sa tirare dalla distanza, ha grande intensità, è forte in difesa. È fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro”. In fondo, quel che non uccide, rende più forti. E nel suo caso non è solo un cliché.