La storia di Sarri alla Juve ha una data di inizio ben precisa: 22 aprile 2018, i partenopei vincono allo Juventus Stadium grazie ad un gol di Koulibaly, ma soprattutto dominano tatticamente la gara, giocando con un pressing asfissiante, grazie al quale Khedira e Pjanic non riescono a ragionare mai, e con una capacità di produrre calcio impressionante, soprattutto nel quadrilatero offensivo composto da Hamsik, Insigne, Mertens e Callejon.

Quella sera Andrea Agnelli è infuriato con la sua squadra, perché dopo aver preso a suon di milioni i due migliori calciatori delle dirette avversarie in campionato, Higuain dal Napoli e Pjanic dalla Roma, non si può essere dominati in quel modo, quasi perdendo uno scudetto che per rosa era da vincere a mani basse. Passa un anno, Sarri fa un’altra grande stagione al Chelsea, ma durante l’annata inizia a scricchiolare tutto, da Hazard che vuole il Real Madrid, ai tifosi che “si annoiano” per il Sarri-ball e i dirigenti che non alzano mai un dito in favore dell’allenatore.

In quello spazio di incomprensioni e tormenti, si inserisce proprio Agnelli e, con in testa quella partita allo Stadium, chiede a Sarri se vuole avverare un sogno: allenare il migliore calciatore al mondo, una squadra di altri grandi campioni, alcuni dei quali ancora da acquistare, per raggiungere la vittoria in Champions League e del successivo Mondiale per club. Molti si scandalizzano del percorso sarriano, del fatto che la Juve abbia preso un allenatore non “d’immagine”, anche perché per tanti i bianconeri non hanno i calciatori adatti per Sarri. Sciocchezze.

La storia della Juventus dimostra che la squadra degli Agnelli ha sempre avuto una doppia anima. Da una parte quella prettamente aziendale, del profitto e dell’efficienza. L’emblema di questa anima sono Boniperti e il suo motto, secondo il quale “vincere è l’unica cosa che conta” e le scelte come Trapattoni, Lippi, Allegri, tutti allenatori che in determinati momenti storici dovevano rendere al massimo con squadre messe insieme anche da altri e che erano arrivate al punto giusto per esplodere e raggiungere i ricavi maggiori, lo testimonia.

Ma la Juve non è stato solo questo. In momenti di svolta decisivi per la sua storia, quando la cosa più semplice era continuare a camminare con il rischio di infangarsi ma sicuramente di non andare fuori strada, la Juventus ha cambiato tutto in maniera drastica. Gli Agnelli hanno scelto allenatori come Jesse Carver, che portò le sue idee british ma che era stato a contatto già con il calcio e le idee olandesi, Paulo Amaral, quando il 4-2-4 brasiliano dominava il mondo, Heriberto Herrera, quando l’Inter gli aveva tolto lo scettro di migliore squadra d’Italia. E insieme agli allenatori, gli Agnelli hanno scelto e avallato l’arrivo di calciatori come Orsi, Sivori, Platini, Zidane, a cui oggi diamo la patente di campionissimi, ma che la Juve prende perché hanno un orizzonte davanti e non una storia dietro le spalle.

Sarri rientra a pieno titolo in quest’anima juventina, che era messa in evidenza dal carattere e i modi di Gianni Agnelli, ma che tutti quelli che in famiglia hanno toccato la Juve, hanno portato con sé. Andrea Agnelli non ha voluto essere da meno e ha deciso che invece di provare a vincere la Champions League, perseguendo un solco già arato, nella speranza che Cristiano Ronaldo e gli errori altrui portassero alla vittoria, fosse meglio scoprire una nuova terra, prendendosi un doppio peso.

Prima di tutto quello di prendere un allenatore mal voluto dalla piazza, che ha bisogno di tempo per entrare a regime, con calciatori “vecchi” legati a precedenti allenatori, i quali potrebbero anche mettersi di traverso. Il secondo peso è il dover lavorare alacremente in “comunicazione interna”, esponendosi personalmente e pubblicamente, affinché tutto cambi e si seguano altri modelli in campo e non solo. Sarri si adatterà alla Juve sapendo che Agnelli non lo ha preso per seguire pedissequamente dei valori ma per espanderli e farli fruttare.