La Roma degli ultimi due anni è salita sulle montagne russe, forse provando troppa paura per potersi godere l’avventura. Il 30 marzo 2017 arriva Monchi e la dirigenza con lui decide di avere un’identità precisa. Da quel momento il modello è il Siviglia, club nel quale (assieme a Emery) aveva fatto filotto di vittorie in Europa League, e prevede la costruzione di una società che sia economicamente solida – grazie anche alla cessione dei calciatori – e una squadra che sia sempre di buon livello in Italia e in Europa, capace in questa prima fase del progetto di testare campioni giovani, da rivendere con grossi guadagni.

Questo progetto poi, con la costruzione dello stadio di proprietà e l’assestamento economico magari grazie al’intervento di nuovi investitori, avrebbe portato ad una seconda fase, in cui la Roma doveva lottare per la vittoria in Italia e almeno sfidare le grandi d’Europa. Cacciare Eusebio Di Francesco e Monchi in una sola soluzione fa saltare questo piano a medio termine, uno dei pochi sensati, ben condotti e soprattutto di prospettiva (Juve a parte) nel calcio italiano.

Questa estate Monchi aveva indicato una via molto interessante per arrivare pronti allo step successivo, ovvero quello di avere un core di calciatori italiani, perché la questione identitaria nel calcio, diceva l’ex dirigente, è primaria. Non si tratta di far giocare gli italiani al posto degli stranieri (sminuente riflessione di chi non arriva alla profondità dell'idea) ma di prendere i migliori calciatori italiani giovani e farne il cuore del progetto tecnico della Roma del prossimo futuro. Monchi in poche parole sottolineava come lo stile e la storia del calcio italiano fossero i primi tasselli grazie ai quali costruire una squadra che lottasse con altri stili e altre storie.

Il progetto – adesso saltato – era vivo: i vari Zaniolo, Pellegrini, Cristante c’erano, stavano crescendo insieme e creando quell’identità prefigurata. Nel percorso si doveva mettere in conto problemi di setting generale, che avrebbero portato a picchi clamorosi (come la vittoria ai quarti della scorsa Champions League contro il Barcellona) o a crolli altrettanti rumorosi (come il 7-1 di Firenze in Coppa Italia) ma in una visione di medio termine, il progetto non doveva essere messo in discussione, ma valutato dopo almeno tre anni.

Ora la Roma è in confusione, cerca un quarto posto difficilissimo da raggiungere e questo porterebbe ad una stagione senza la vetrina della Champions League (anche) per i giovani da rivendere. E se può avere ancora la mission di squadra-vivaio per i grandi club europei potrebbe, invece, non avere più una vision per crescere e restare ai livelli necessari per riuscire a competere. Il futuro giallorosso è qui, davanti c’è una strada piena di curve e senza una rotta precisa ci si può smarrire in qualsiasi momento.