Il 20 febbraio del 1979 se ne andava Nereo Rocco e tre mesi dopo il Milan di Gianni Rivera conquistò la "stella", ovvero quel decimo scudetto che il Paròn avrebbe voluto vincere in campo e invece si è visto dedicare da alcuni suoi vecchi calciatori e dalla sua ex squadra. Quando questo allenatore triestino arrivò a Milano non aveva ancora 50 anni ma dal punto di vista calcistico si portava già dietro un bagaglio tale da essere paragonato ad un "santone". La sua ars oratoria, i suoi motti e il suo modo di comunicare lo hanno reso un personaggio già unico che raro subito: Rocco, come racconta Mario Sconcerti in ‘Storie delle idee del calcio', "usava il campo come una famiglia, le stesse gerarchie" e, difatti, aveva una commissione interna con i più anziani dello spogliatoio con cui si confrontava. In realtà lui aveva già tutto bene in testa, e grazie al suo carattere teneva sempre in mano la situazione, ma doveva fare capire ai suoi uomini più fidati di essere partecipi alle decisioni e in questo modo li rendeva sempre più leader. "Conosco i miei giocatori due ore prima dei loro padri", diceva.

"Andava in campo in giacca, cravatta e con le scarpe da calcio. Non è chiaro perché. Una volta glielo chiesi e mi rispose che era per il fango. In realtà, come tutti quelli del calcio, era rimasto profondamente calciatore": sempre Sconcerti ci ricorda che prima di essere l'uomo che ha portato la Coppa dei Campioni in Italia, Nereo Rocco ha giocato a calcio di mezzala con le maglie di Triestina, Napoli e Padova e ha collezionato anche una presenza in Nazionale (contro la Grecia nelle qualificazioni ai Mondiali del 1934).

Nereo Rocco viene considerato come l'uomo che ha introdotto in Italia il "catenaccio" ma secondo lui non era affatto così e rispondeva in maniera netta a questa accusa ("Mi fazo catenaccio, lori xe prudenti"-"Io gioco con il catenaccio, gli altri, se lo fanno, sono definiti prudenti") perché lui non si è mai sentito davvero un difensivista puro, altrimenti non avrebbe mai schierato contemporaneamente gente del calibro di Sani, Rivera, Danova, Altafini e Barison oppure Rivera, Lodetti, Sormani, Prati e Hamrin. Grazie a questo modo di giocare portò nella bacheca del Milan due scudetti, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, due Coppe delle Coppe.

I dualismo con Helenio Herrera era una sfida nella sfida che portò a scontrarsi ancor di più le due sponde dei Navigli ma, in cuor loro, i due presunti rivali si stimavano e accettavano di buon grado la parte poco goldoniana di "Maestro Nereo" e "Don Helenio". A Rocco va dato atto di aver portato ovunque è andato un calcio giocato con fervore, agonismo e correttezza; tutte qualità che facevano parte del suo bagaglio di origini mitteleuropee cresciute partendo da Trieste, da poco tornata all’Italia, e passate per Milano, Padova, Napoli, Treviso, Torino e Firenze. Ancora oggi quando qualcuno afferma "Vinca il migliore", il riflesso incondizionato porta sempre a rispondere "Ciò, speremo de no!". E certamente non è un caso, Paròn.