Come all'andata. Il Napoli concede il vantaggio, balla per un tempo ma alla fine punge, cambia la partita e danza sulle note di una musica dolce, che suona per una notte, per una stagione. Vola, il Napoli, verso un sogno che ritorna, che si replica a ogni duello, dopo ogni settimana. Senza Ghoulam, con un ottimo Mario Rui e un sorprendente Hysaj, senza Hamsik nel secondo tempo ma con Zielinski decisivo, gli azzurri trionfano nel segno del palleggio. La Lazio dura finché regge il suo centrocampo, finché Parolo, Luis Alberto e un grandissimo Milinkovic-Savic riescono a spezzare le transizioni dei padroni di casa. Ma nel secondo tempo cambia la velocità di interpretazione, il Napoli va in un luogo che la Lazio non conosce e per la settima volta vince partendo da sotto.

Milinkovic e Parolo, che primo tempo

In un trionfo di cromature simili, le giocate illuminanti, Napoli e Lazio creano uno spettacolo a più livelli, per più pubblici. Per chi, più occasionale, si limita ad apprezzare l’aspetto tecnico, le giocate, la bellezza e la purezza del gesto, e si gode il pallonetto di Insigne a metà primo tempo o i dribbling di Milinkovic-Savic, potenza fisica e classe, uno dei calciatori più dominanti della serie A. E per chi invece si diverte a eviscerare la disposizione in campo dei giocatori, i movimenti (pressing, diagonale difensiva, tattica del fuorigioco, sovrapposizioni e così via). A chi parla anche d'altro, perché chi discute solo di calcio non sa nulla di calcio, offre l'intelligenza posizionale di Lucas Leiva, che recupera ogni pallone e disturba le difficili distensioni del Napoli, e l'equilibrio di Parolo.

Il serbo, 31 occasioni create prima di stasera, trasforma la Lazio, ne aumenta le sicurezze in ogni zona del campo. Inzaghi gli ha disegnato una squadra in cui galleggiare con l'audacia delle menti libere, in cui essere via via interno, trequartista, regista, esterno. Un centrocampo elastico e mutevole per il multiforme ingegno di Milinkovic-Savic. Non lo vedi, e soprattutto non lo prendi. Non lo sposti, ma lo ritrovi sempre al centro del gioco.

Milinkovic-Savic, che si presenta con 880 passaggi riusciti su 1083 per una media di 56,4 a partita, avvia e rifinisce l'azione, in una corrispondenza d'amorosi sensi col pallone che affascina e spiazza, disarma e conquista. Tocca più di 50 palloni nel solo primo tempo al San Paolo, più di ogni altro compagno di squadra, facilitato dai 4 contrasti di Leiva e dai 2 di Parolo, che gli coprono le spalle e gli consentono di tirare fuori i conigli dal cilindro mentre gli avversari si chiedono come diavolo abbia fatto.

La risposta di Insigne

Il Napoli, appena la Lazio mostra qualche difficoltà di tenuta atletica nel rimanere alta in fase di non possesso, risponde con le pennellate rinascimentali di Lorenzo il Magnifico, Insigne di nome e di fatto. Tocca 70 palloni, completa sei dribbling e sette tiri, guida la reazione prima di lasciare il proscenio a Callejon e Zielinski. E' il segnale, la variante azurra del quarto d'ora granata. Non si alzerà le maniche ma alza il ritmo, il livello delle giocate e il dinamismo della squadra. Aumenta i gradi di libertà nell'interpretazione individuale che si fa orchestra nella somma gestaltica e non automatica dei contributi. Il risultato è superiore, diverso per stile e per natura, dalla meccanica giustapposizione dei singoli.

De Vrij sblocca come all'andata

Il Napoli paga una situazione in cui i difensori centrali rimangono fuori posizione in avanti mentre Immobile va a prendersi il pallone sulla destra. Il cross dalla trequarti velenoso esacerba lo scarso dialogo fra Tonelli e Koulibaly che permette a De Vrij, smarcato, di toccarla di suola e sbloccarla col quarto gol in stagione. Il Napoli, la squadra che rimonta di più in Serie A, cade di fronte alla legge dei biancocelesti che segnano più di tutti nei primi 15′, otto gol, con questo uno in più proprio degli azzurri di Sarri, a una panchina dalle 100 al Napoli.

Zielinski entra e cambia la partita

Se saltano i movimenti a venire incontro di Mertens, che rimane statico in mezzo, saltano i ribaltamenti rapidi. Ma la prima volta che Lulic non ne segue il taglio, e Radu col corpo proiettato verso il centro, sulla verticalizzazione lunga di Jorginho, lo spagnolo pareggia.

Sarri, espulso prima della fine del primo tempo, disegna una squadra che assorbe e riparte, non è certo una novità, bloccata bene finché la Lazio difende senza arretrare troppo. L'uscita di Hamsik, col mal di schiena, e l'ingresso di Zielinski, capovolge destini e fortune. E la fortuna, come una distrazione, come un dovere, finisce per aiutare un Napoli che però il cambio di paradigma lo cerca, lo assapora, lo merita.

Il Napoli a due velocità riscrive il canovaccio del secondo tempo. La velocità di pensiero, la volontà di precisione degli azzurri si rispecchiano nella fretta di una Lazio indotta così alla tentazione dell'errore, alla paura del ripiegamento, all'offerta del suo lato migliore. Callejon taglia, illumina mentre la solitudine divora a centro area Wallace, che con la deviazione beffa anche Strakosha, difesa ultima e vana di una Lazio cui da almeno un paio di settimane manca la tenuta, la resistenza sul lungo periodo.

L'altra, involontaria deviazione di Zielinski sul tiro di Mario Rui, sostituto di Ghoulam, racchiude i crismi della predestinazione, i caratteri di un finale già scritto eppure ignoto ai suoi stessi protagonisti, tutti inviluppati nell'infinito tendere verso la cristallizzazione dei reciproci obiettivi. Nella replica dell'andata, a campi invertiti. Zielinski assiste anche Mertens per un poker strepitoso, puntellato anche da una spinta martellante di Hysaj sulla destra.

Il campionato: e ora?

Ora, mentre il cuore rallenta e la testa cammina, resta un campionato in cui l'equilibrio resta come una corsa a due. Il Napoli gioca dopo ma allo scollinare di un'altra giornata vira ancora prima, ancora in testa, a dettare l'andatura che in quanto parziale offre solo indicazioni temporanee. I cavalli da corsa, recita un adagio non smentibile, li vedi all'arrivo e non alla partenza. Ma nemmeno a metà gara. Se Napoli e Juve sono ancora lì, a braccetto, ci sarà un perché e stasera l'abbiamo anche scoperto. Niente fini, niente grandezza, diceva Oswald Spengler. Eccolo, il segreto. Eccolo, il perché, lo spirito di grandezza tratteggiato attraverso l'essenzialità o con il regalare felicità attraverso piccoli doni.

Dietro, il diavolo delle piccole cose, che si nasconde nei dettagli, inceppa le inseguitrici, la Lazio così frenata nelle fantasie di un amore europeo forse destinato a sgonfiarsi, la Roma della presidenza americana che forse non ascolta Rugantino, qualche peccato di poca brillantezza l'avrà anche commesso ma almeno ha aiutato Dzeko a non dire di sì (al Chelsea), e l'Inter affaccendata in faccende orientali e problemi fin troppo noti ad Appiano Gentile.

Quel che resta è un duello serrato a due come quest'anno non se ne vedono nei primi cinque campionati d'Europa. E' l'applauso ritmato del San Paolo per la qualità del Napoli cruyffiano che finisce praticamente col torello. Perché il pallone è al centro della scena, e se vuoi giocare senza puoi anche darti all'atletica.