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Napoli, mercato, figurine e stadio nel ‘manuale d’Aurelio’

De Laurentiis a tutto campo nell’anno della rifondazione con Benitez.
A cura di Maurizio De Santis
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aurelio de laurentiis che parla

Ai giornalisti-impiegati (che non danno fastidio e s'adeguano al contesto) e ai giornalisti-giornalisti (che hanno il brutto vizio di raccontare la verità – anche scomoda – e alimentare opinioni) Aurelio De Laurentiis preferisce i tifosi-giornalisti, gli unici che definisce "sinceri". E' la terza via dell'informazione, quella dei clippini come da Istituto Luce. Sì, perché le notizie (anche le veline lette sul gobbo) "sono rotture di cazzo". Sempre. Comprese quelle sulla cessione dei diritti d'immagine individuali (tema caldissimo per il patron) dei giocatori partenopei all'Associazione Italiana Calciatori: diritti che la Panini sfrutta per l'album delle figurine e senza i quali potrebbe compilare una raccolta senza partenopei. Incredibile. Già nella scorsa stagione, però, erano sorti problemi (con tutti i club), poi superati grazie a un'intesa tra l'Aic e la Lega Serie A: l'Assocalciatori beneficiava dei diritti di immagine collettivi di categoria, senza toccare quelli dei singoli giocatori e considerati appannaggio delle società. E' questa l'ultima sequenza del ‘Manuale d'Aurelio'. Ora che ha conquistato la folla De Laurentiis crede d'aver guadagnato anche la libertà di recitare a braccio un copione che rischia d'oscurare la crescita e l'immagine del suo Napoli. Efficace l'interpretazione, vien da chiedersi chi è che – da un anno a questa parte – gli scrive le battute e se i dialoghi siano tutti farina del suo sacco.

Incontenibile, quando sostenne che il sorteggio del calendario di serie A era stato "fatto apposta per le milanesi", e gli è rimasto strozzato in gola. Dirompente, quando minacciò davanti alle telecamere un giornalista troppo curioso e avido perché gli chiedeva lumi sul contratto di Cavani. Straripante: la gag dei tatuaggi sul pisello avrebbe lasciato senza parole pure il commissario Giraldi, alias "er monnezza". Accentratore nello show con i tifosi che arringa alla sua maniera: Benito Fornaciari, presidente del Borgorosso, scelse il balcone, lui ha preferito il palco di un teatro. Fatale per il grosso guaio a Chinatown capitato nell'estate scorsa: quasi ha sfiorato l'incidente diplomatico per l'improvviso cambio di rotta sulla finale di Supercoppa italiana a Pechino. Verace, perché quando Balzaretti scelse Roma gli venne voglia di fare un cupolone così "alla lupa e ai suoi sette ciucciatori".

Aurelio all'ultimo stadio, quando definì il sindaco De Magistris un "gran paraculo" sulla vicenda San Paolo e poi fece retromarcia. Oggi che il suo Napoli non rischia l'esilio e ha in tasca l'autorizzazione per giocarvi Champions e campionato fa sapere: "gli ho dato tempo fino al 31 luglio, se non vuole vendermi la struttura andrò a costruirla a Caserta, dove sono già pronti 60 ettari di terreno. Il sindaco fa il sindaco e quindi è ignorante in materia di sport – ha aggiunto -. Io penso al futuro". Futuro che potrebbe essere lontano da Fuorigrotta, l'impianto che fu di Diego. L'ultimo al quale sono legati gli scudetti dei partenopei. "Ho il terreno pronto a Caserta, sono pronti 60 ettari… Sarà servita bene dal punto di vista dei trasporti. Sarà un tempio del calcio. Non voglio soldi dal sindaco e dalla città. Il sindaco non ha un sufficiente peso politico per governare la città al 100 per cento".

Un presidente a tutto campo. Proprio come piace al popolo dei tifosi, che ama le vittorie e se ne infischia di tutto il resto. Un talento naturale, come si cela nell'animo di ogni produttore cinematografico che si rispetti. Anche qui è questione di sfumature. Peccato che "auanagana" e il salto sulla sella di un motorino suscitino emozioni più marcate e robuste al palato rispetto al romantico giro in vespa di vacanze romane. La risata grassa è un marchio di fabbrica che si tramanda da un Natale all'altro. Gli incassi recenti del cinepattone gli sono rimasti sullo stomaco, quelli del Ciuccio li ha digeriti bene. Piatto ricco, mi ci ficco con un Napoli da scudetto. E allora "chi si astiene dalla lotta è un gran figlio di mignotta". Questo, però, non l'ha detto Aurelio, ma Alberto Sordi nei panni del patron del Borgorosso il quale sapeva bene che "la folla è femmina, ama essere fottuta…".

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