Napoli, il Napoli e De Laurentiis nella città in cui nulla funziona

Napoli, il Napoli e De Laurentiis. Dalle colonne del Corriere della Sera, Antonio Polito, ne parla così: "Perfino l’unica cosa che funziona a Napoli, il calcio, sta facendo risaltare per contrasto la miseria della classe politica al comando. Per un sindaco che non sa nemmeno risolvere il problema dell’agibilità dello stadio, c’è un De Laurentiis che invece ha portato la squadra in Europa, e che sembra intenzionato a restarci a lungo". I risultati ottenuti da una squadra di calcio come forma di (de)legittimazione politica. Dal fallimento di ‘abbiamo scassato' del sindaco De Magistris, Masaniello colorato d'arancione, alla verve del produttore cinematografico 2.0.
Quello vincente, che ha il merito di aver risollevato il Napoli dal fango della Serie C e averlo portato sulla soglia dello scudetto in Italia e al tavolo delle grandi in Europa, con un bilancio in ordine e un tesoretto d'investimenti accumulato negli anni con dovizia e parsimonia. Quello che vuol dare alla Società una dimensione internazionale, stabilmente competitiva e che non sia solo una meteora, trattando alla pari col Real Madrid e sbattendo un ‘no' secco sul muso ai ricconi del Chelsea e del City quando gli proponevano condizioni poco vantaggiose nell'affare Cavani. Quello che dialoga su twitter, cerca il rapporto diretto coi tifosi e ha inventato una terza via (editoriale) alla definizione di giornalista: i tifosi-giornalisti accanto ai giornalisti-giornalisti e i giornalisti-impiegati. Perché le notizie sono sempre una rottura di cazzo e ne è consapevole anche il presidente che a Torre Annunziata – la città in cui hanno ammazzato il giornalista Siani, che non era un ultrà ma solo una persona che provava a fare bene il suo lavoro – ha le sue radici. Ecco, se il patron dei partenopei – ogni tanto – ricordasse che ci sono anche giornalisti che hanno perso la vita perché hanno osato scoperchiare la promiscuità dei traffici indiscriminati tra politica, malaffare e criminalità organizzata allora farebbe cosa buona e giusta. E gliene sarebbe grata – come gesto d'onore per la memoria di un lavoratore dell'informazione ucciso dalla camorra – non solo la categoria, ma soprattutto quella larga fetta di cittadini vesuviani (e torresi, suoi conterranei) spesso silente per paura e che lotta ogni giorno.
"Ma che cazzo avete vinto a Napoli? Due scudetti e una coppa Italia? E allora ringraziatemi, invece di criticare. A Napoli non funziona un cazzo". Così parlò qualche anno fa De Laurentiis, a margine della vittoria in semifinale di Coppa Italia contro l'Inter ed è sorprendente l'assonanza con le parole (questione di sfumature e di accenti modulati diversamente) di Antonio Polito, che dal Corriere della Sera dà l'estrema unzione al primo cittadino napoletano individuando come suo competitor non un altro soggetto politico (che non significa fare il politico per mestiere), credibile, con un programma possibile, ma il presidente di una squadra di calcio che vince. E qui casca il "ciuccio". E' considerazione triste e riduttiva mettere sul piatto della bilancia le carenze della città con i successi degli azzurri. Le finte di Maradona, i gol di Cavani, le galoppate del Pocho e le "spazzolate" di Hamsik mai hanno migliorato la qualità della vita dei partenopei. Stanno alla fantasia dei tifosi, come la passione del pubblico sta alle vittorie, alle sofferenze o alle debolezze della squadra.
E magari, ora, sull'onda dell'emotività popolare, De Laurentiis è anche il paladino del Sud – sfruttato e reietto – contro i poteri forti del Nord. Della retorica e dei luoghi comuni sul Meridione, le sue ataviche carenze, le deficienze dei suoi governanti, il tessuto sociale sfilacciato e riannodato ai margini della legalità; del "tirare a campare" e dell'arte di arrangiarsi non se ne può più, perché sono la foglia di fico dietro cui tutto resta com'è: immobile, impantanato, imbalsamato. E quando (già, quando?) l'avremo superata, quando cominceremo a indignarci un po' di più per le necessità, i diritti (e i doveri) del vivere quotidiano, piuttosto che a scaldarci per un replay alla moviola, solo allora potremo rivendicare la nostra identità e tirarla fuori dal cul del sac del provincialismo da bancarella, taroccato. E' veramente stucchevole pensare (e propinare) che le vittorie del Napoli siano da prendere come esempio di ‘qualcosa che funziona'. Già e poi diventano pure il simbolo del riscatto sociale della città. E noi davvero dovremmo stare ad applaudire? Abbiamo il cappio al collo, siamo a pezzi e ancora dovremmo credere a questa favoletta?
Da queste parti, all'epoca del Pibe e dell'ingegnere Ferlaino, quando De Laurentiis era dedito solo al cinema (e non pensava di comprare anche la Circumvesuviana, come oggi propina annuncia), sono arrivati Coppe e scudetti. Anche allora si parlava del calcio come emblema della rivincita di un popolo frustrato e indignato, ma che fotte e chiagne (piange), di baroni e vassalli, che gira la faccia dall'altra parte e aspetta, che al diritto preferisce il favore. Anche allora il Napoli era l'unica cosa che funzionava nella città capitale della ‘Terronia', coi suoi tifosi bonariamente definiti (disse Sandro Ciotti alla Domenica Sportiva) ‘emigranti che esultano' per la vittoria dello scudetto. Già perché un napoletano che vince è sempre qualcosa di altro rispetto alla madre patria: non è un italiano, ma un connazionale col trattino. Un italo-qualcosa. "Un napoletano con la valigia deve essere per forza un emigrante"?, sosteneva con molta efficacia Troisi.
Ebbene, da Diego in poi, nonostante i successi, non è cambiato niente: anzi, abbiamo "qualche" posto di lavoro in meno e un bel po' d'immondizia in più. Quella non manca mai, è ormai divenuta una costante. Quasi un marchio di fabbrica nel cliché accanto al cocuzzulo fumante del Vesuvio, al pino secolare affacciato sul Golfo e agli sberleffi padani, alla classe politica che ci siamo scelti col voto. La stessa classe politica che in questi anni ha brigato con le aziende del Nord perché scaricassero la loro "monnezza speciale" quaggiù. Passerà anche questa nuttata e poi chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdammoce ‘o ppassato simmo ‘e Napoli paisa'… La standing ovation con un classico della tradizione partenopea cantato anche dal sindaco De Magistris seduto in Tribuna accanto a De Laurentiis. Succedeva un paio di anni fa, dopo la vittoria rotonda al San Paolo sul Chelsea. Ma quelli erano altri tempi, prima della (de)legittimazione politica.