Il calcio sa essere di tutti. Una forza di cambiamento che scrive nuove logiche e traccia orizzonti inattesi. Vale per Ucraina e Corea del Sud, che per la prima volta hanno raggiunto la finale di un Mondiale Under 20. Vale per la Polonia che ha organizzato l'evento con l'obiettivo di riavvicinare un'intera nazionale alla bellezza primigenia del calcio.

La finale

La finale racconta lo scontro tra due filosofie. Più difensiva l'Ucraina, che poggia sul portiere Andriy Lunin, stellina del Real Madrid in prestito quest'anno al Leganes, che ha concesso tre gol in cinque partite (naturalmente senza contare la rete annullata con il VAR a Pinamonti nell'amara semifinale contro gli azzurri): si è unito alla nazionale maggiore per le qualificazioni europee, ha saltato il quarto di finale ma resta uno dei volti di questa nazionale, sempre bloccata agli ottavi nelle tre precedenti partecipazioni al Mondiale Under 20.

Semifinalista un anno fa all'Europeo Under 19 in Finlandia, l'Ucraina di Oleksandr Petrakov, che con questo gruppo di giocatori lavora da cinque anni, sfida una delle nazionali meglio organizzate viste in Polonia. La Corea del Sud, che mai a livello maschile aveva raggiunto una finale mondiale, ma al femminile ha conquistato già nel 2010 il titolo Under 17 in finale sul Giappone, è un trionfo paradigmatico di disciplina e preparazione. “La nostra forza, come squadra, è l'approccio mentale” ha detto dopo la vittoria in semifinale contro l'Ecuador il portiere Lee Gwangyeon, che pure aveva iniziato la carriera come terzino destro, riporta il sito della FIFA. “Qualunque cosa accada, cerchiamo sempre di rimanere uniti, di avere la stessa mentalità. È questo il segreto del nostro percorso”.

L'Ucraina, ha scritto Paul Gardner su Soccer America, “non è una squadra divertente da guardare. Ha ottenuto un pareggio e cinque vittorie, di cui quattro per 1-0. Ha giocato un calcio solido, austero, a volte triste”. Non è una nazionale iper-difensivista, ma una squadra cauta, che sbaglia poco e sa come passare velocemente dalla difesa all'attacco. I coreani, invece, “prendono più rischi, anche un po' per ingenuità. Il 3-3 contro il Senegal ai quarti, poi battuto ai rigori, è stato un vero thriller dall'inizio alla fine” aggiunge. Comunque, anche la Corea ha vinto tre partite su cinque in Polonia per 1-0. Il valore della difesa nel calcio che verrà emerge chiaramente.

Sikan e Buletsa, jolly ucraini

“Nella mia squadra non ci sono stelle” ha ripetuto come un mantra il ct ucraino Petrakov. C'è però un talento creativo che di sicuro si farà. Non indossa la maglia numero 7, come il ragazzo con le spalle strette della classe '68 nella canzone di De Gregori. Gioca da sempre con la 10, da quando era piccolo: un piccolo aiuto, ha detto, una gratificazione che poco toglie al suo valore e molto aggiunge alle possibilità della squadra. È Serhii Buletsa, il più influente dei giocatori offensivi dell'Ucraina, inserito l'estate scorsa nella top 11 dell'Europeo Under 19. Ha servito due assist, il fantasista della Dinamo Kiev, e aggiunto tre gol compresa la punizione che ha reso vano il volo di Alessandro Plizzari in semifinale.

In gol già contro Francia e Turchia l'anno scorso all'Europeo Under 19, e contro la Juventus a febbraio in Youth League, Buletsa si pone come il fattore che innesca l'uomo-gol, il diciottenne Danylo Sikan, vice-capocannoniere del Mondiale con quattro reti, solo perché il norvegese Erling Haland ne ha segnati nove, tutti contro l'Honduras.

“Stiamo giocando per noi stessi, per le nostre famiglie e per l'Ucraina” ha detto Sikan dopo il gol-vittoria nel quarto di finale contro la Colombia. Il più giovane dei convocati, è il riferimento offensivo nel 5-4-1 di Petrakov. Punta rapida che dribbla bene nello stretto e detta la profondità in campo aperto, dopo gli inizi al Karpaty Lviv per poi passare l'anno scorso in prestito al Mariupol. In poco tempo ha attirato l'attenzione dello Shakhtar Donetsk e di Paulo “Zorro” Fonseca, nuovo tecnico della Roma. Sikan, che ha segnato otto gol con l'Under 17 e l'Under 19, ha confermato già dopo i quarti di finale le ambizioni chiare della squadra. “L'obiettivo che avevamo all'inizio del torneo è lo stesso che abbiamo ora” diceva, “vincere il titolo”.

Lee Kangin, dal reality allo show

I più giovani hanno un passo in più. Hanno l'età per stupire, e non c'entra la carta d'identità. Lee Kangin, il più precoce nella rosa del ct Chung Jungyong, ha imparato da bambino a convivere con la celebrità. A sei anni, gli scout del Valencia l'hanno infatti scoperto in tv, durante il reality show Shoot Dori. Lo scorso gennaio, a 17 anni, 10 mesi e 24 giorni, ha esordito nella Liga contro il Valladolid. È il secondo più giovane debuttante nel campionato spagnolo quest'anno, dietro Ander Barrenetxea della Real Sociedad (16 anni, 11 mesi e 24 giorni). I due assist nella semifinale senza respiro contro il Senegal ne sintetizzano l'intuito e la fantasia.

È il pensiero laterale, la scintilla dei giovani Guerrieri Taeguk. “Sapevo che saremmo potuti arrivare lontano” ha detto il ct Chung Jungyong, che ha forgiato una squadra difficile da battere, fulminea nelle transizioni, lucida nella gestione dei calci da fermo. “I ragazzi hanno fatto un'esperienza importante e costruito lo spirito di squadra che aiuta a raggiungere il successo in queste situazioni. La nostra organizzazione non si ottiene dal giorno alla notte, richiede anni di lavoro. Per questo guardo alla forza mentale nei miei giocatori e cerco di dare a tutti le stesse opportunità”.

Alla quindicesima partecipazione al Mondiale Under 20, la Corea è destinata a migliorare il quarto posto del 1983 in Messico, finora la prestazione di maggior successo nella manifestazione. Allora, dopo la sconfitta iniziale contro la Scozia, la Corea vinse contro i padroni di casa davanti a 70 mila increduli spettatori e continuò a migliorare battendo l'Australia e l'Uruguay. Solo il Brasile, poi campione, avrebbe fermato la Corea. Fino al secondo posto del Giappone nel 1999, resterà il miglior risultato di una nazionale asiatica al Mondiale Under 20.

Passione nazionale

La finale certifica anche l'entusiasmo di tutta la Polonia, che ha vissuto il Mondiale come una grande occasione. Non è casuale nemmeno la scelta delle sedi. A parte Gdynia, le altre città che hanno ospitato il Mondiale non hanno una squadra nel campionato locale di prima divisione, l'Ekstraklasa. Il basso livello del campionato, tuttavia, non soddisfa il desiderio di calcio dei polacchi, che spesso fanno il tifo prima per una squadra straniera, magari una big della Premier League, e poi per il club della città. Dopo l'Europeo 2012, organizzato proprio insieme all'Ucraina, e quello Under 21 di due anni fa, al terzo evento internazionale la Polonia conferma un'organizzazione rodata. Un plus non da poco in vista della finale di Europa League a Danzica la prossima estate. Un segno di unione, nel segno del calcio.