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16 Marzo 2011
19:36

L’Italia Mundial e quell’urlo tra storia e mito: i Campioni del 1982

1982: l’Italia diventa Campione del Mondo per la terza volta. E’ il segnale del ‘risveglio’ di una Nazione che si rivede dietro l’urlo di Tardelli, urlo di rabbia, di gioia. Di rinascita.
A cura di Alessio Pediglieri
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L'esultanza del Presidente Sandro Pertini in tribuna, il capitano Dino Zoff con la Coppa del Mondo rivolta al cielo, il CT Enzo Bearzot portato in trionfo in mezzo al campo dai propri giocatori, il bomber Paolo Rossi capocannoniere dei Mondiali, il primo storico "silenzio stampa" della nazionale, le partite a carte durante il ritiro, il calcioscommesse degli anni '80, la diffidenza e la contestazione verso una Nazionale mai amata fino in fondo. Ma soprattutto l'urlo di Marco Tardelli, nella finalissima contro la Germania, un urlo di liberazione collettiva, di un’intera nazione che tornava a sognare. Questi sono alcuni dei fermo immagini più significativi di una vittoria storica, epocale per l'Italia, non solo dal punto di vista calcistico che vi raccontiamo in altre storie di Noi italiani

I Mondiali di Spagna arrivarono in un momento socioculturale molto particolare sia per l’Italia che per l’Europa. Il clima politico in cui si svolse questo campionato era abbastanza disteso, nonostante un tentativo di colpo di stato del colonnello Tejero circa un anno prima proprio nella penisola iberica. L’evento dell’anno fu sicuramente la guerra delle Falkland (o delle Malvine, nome argentino di quelle isole) tra Argentina e Regno Unito, ma anche l'Italia visse una stagione difficile: si era reduci da tragedie come la strage di Bologna e il disastro aereo di Ustica, dall’assassinio di Aldo Moro, da anni di difficoltà economiche crescenti, dagli “anni di piombo”. Venne assassinato dalla mafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, con la moglie Emanuela Setti Carraro e la  morte di Roberto Calvi, responsabile del crack del Banco Ambrosiano, aprì uno dei grandi misteri italiani del dopoguerra.

Dal punto di vista calcistico, il Mundial di Spagna fu anche il primo mondiale dell'"era moderna", con l'incremento del numero delle formazioni partecipanti: da 16 a 24 squadre. Ciò permise a ben 14 Paesi europei di prender parte alla competizione e per la prima volta scesero in campo le rappresentanti di tutti i 5 Continenti e delle 6 Confederazioni. L'incremento del numero delle formazioni partecipanti comportò anche uno stravolgimento nell'organizzazione del torneo. La prima fase dei gironi, infatti, prevedeva 6 gironi composti di quattro squadre ciascuno. Le prime due squadre classificate di ciascun girone venivano inserite in ulteriori quattro gironi, composti, a loro volta, di 3 squadre ciascuno. Le vincitrici di questa seconda fase, avrebbero dato vita alla due seminifinali che definivano le partecipanti alla finalissima.

In tutto questo "fermento" calcistico, si era presentata anche la Nazionale italiana. Una Nazionale contestata dal proprio Paese, figlia del calcioscommesse con la presenza di Paolo Rossi, reduce da due anni di squalifica. Un CT, Enzo Bearzot, mai amato fino in fondo, fedele al "blocco Juventus" in quegli anni indiscussa Signora del calcio italiano. Alcuni mesi prima era scoppiata la bufera del calcio scommesse, nel 1980, che coinvolse moltissimi giocatori di serie A, tra cui colui che sarebbe stato il "fenomeno" di Espana 82, "Pablito" Rossi, insieme agli altri giocatori del Perugia in cui al tempo militava. Rossi si dichiarò sempre estraneo ai fatti, venne squalificato per due anni, nel 1981, la Juventus gli diede fiducia ingaggiandolo nonostante l'inattività, una fiducia da lui ripagata giocando le ultime tre giornate del campionato e trascinado la squadra allo Scudetto.

L’atmosfera del nostro calcio era anche minata da altri eventi poco positivi: gli incidenti negli stadi erano cresciuti per gravità e frequenza, e nel 1979 ci fu la morte assurda di un tifoso della Lazio, Vincenzo Paparelli, a causa di un razzo sparato dalla curva opposta nello stadio Olimpico.

La rosa della squadra italiana, futura Campione del Mondo per la terza volta, era formata al completo da: 1 Zoff, 2 Baresi, 3 Bergomi, 4 Cabrini, 5 Collovati, 6 Gentile, 7 Scirea, 8 Vierchowod, 9 Antognoni, 10 Dossena, 11 Marini, 12 Bordon, 13 Oriali, 14 Tardelli, 15 Causio, 16 Conti, 17 Massaro, 18 Altobelli, 19 Graziani, 20 Rossi, 21 Selvaggi, 22 Galli. Una formazione di tutto rispetto, inserita nel girone iniziale con Perù, Polonia e Camerun, squadre di basso rango rispetto agli Azzurri, sebbene contestati in Italia.

Il disamore verso una Nazionale "indigesta" al grande pubblico venne avvalorato dalle prime tre gare della prima fase, con il pareggio a reti inviolate contro la Polonia, e il doppio 1-1 con Perù e Camerun. Due partite che misero in evidenza le difficoltà di un gruppo che si fece largo con il minimo sforzo alla seconda fase grazie alle reti di Bruno Conti e Ciccio Graziani. Poco gioco, risultati vicini allo ‘zero' e critiche feroci dall'Italia portarono anche alla decisione storica del primo "silenzio stampa" in una competizione così importante: Enzo Bearzot, recentemente scomparso, colui che poi venne immortalato come il "Grande Vecio", era semplicemente un incapace selezionatore marmorizzato ad un gioco oramai superato, radicato in una visione che risaliva ancora al 1978, anno in cui aveva iniziato la sua ‘avventura' mondiale come Ct della Nazionale italiana. Dal quel giorno fino a fine competizione con la stampa parlò  solamente il capitano, Dino Zoff. Tutti gli altri restarono lontano dai microfoni della nostrani e internazionali.

Fu però proprio quella decisione impopolare a far sì che nel gruppo Italia scattasse la scintilla dell'orgoglio e del sentimento nazionale: contro l'Argentina prima e il Brasile poi, avvenne una trasformazione nel gioco e nella mentalità tanto da far scrivere sulle prime pagine dei giornali "miracolo Italia", osannando quali eroi nazionali coloro che solamente una settimana prima erano stati definiti giocatori sulle soglie della pensione calcistica. Tardelli e Cabrini misero in ginocchio l'Argentina del primo Maradona (che colpì un palo) all'esordio Mondiale. Poi con il fenomenale Brasile di Socrates e Falcao scoppiò il mito di "Pablito" Rossi, che siglò tutte le tre reti di quel 3-2 rimasto negli annali della storia e che è ancor oggi viene ricordato come la "tragedia del Sarrià", un'autentica disfatta per i giocatori verdeoro, che fino a quel momento erano così sicuri di passare il turno al punto di aver già prenotato l'albergo a Madrid.

Da quel momento anche in Italia si cambiò atteggiamento verso gli Azzurri e verso quel ragazzo, Paolo Rossi, riabilitato dal pallone mondiale, che riuscì nel miracolo di depurarlo dallo scandalo del totonero. Tre reti al Brasile, due gol alla Polonia in semifinale e infine la rete dell'inizio della goleada nella finalissima dell'11 luglio 1982 al Bernabeu contro la Germania: 3-1 perentorio con le altre reti di Marco Tardelli e "Spillo" Altobelli.

Una partita che è rimasta ancor oggi nella memoria collettiva di tutti gli sportivi, con l'urlo mondiale di Tardelli al momento del gol del momentaneo 2-0: un urlo di gioia per lo spendido gol segnato che divenne poi l'icona di quei Campionati del Mondo e delle successive avventure della nazionale italiana.

Un urlo che fu il segnale della rinascita e della ripresa dell'Italia intesa come Nazione, prima ancora che come Nazionale calcistica, facendo capire che era possibile "vincere", uscire dal buio. L’immagine dell’Italia nel mondo ebbe una scossa positiva straordinaria. Il Paese si svegliò "vincente" nella vita sociale di tutti i giorni e anche nello sport, perchè nel 1982 vincemmo 45 titoli mondiali in discipline diversissime tra loro. Da Uncini nel motociclismo a Saronni nel ciclismo, dai fratelli Abbagnale nel canottaggio a Masala nel Pentathlon Moderno, l'Italia maturò una consapevolezza sepolta da troppi anni. Il 1982 e quella vittoria Mondiale iniziò una nuova era calcistica: incominciarono i “Processi” sportivi televisivi, si diede spazio alle moviole e alle polemiche nei salotti del calcio parlato, aumentò il pubblico negli stadi e il campionato italiano divenne il più ambito dai campioni stranieri.

Ma soprattutto quella vittoria e quell'urlo di Marco Tardelli ci insegnarano la lezione più importante: quella di non rinunciare mai ai sogni.

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