Per chi non conosce Mané Garrincha basta fare una cosa molto semplice. Trovare 20 minuti di tempo per andare su Youtube e guardarsi le azioni salienti delle partite del Brasile nel vittorioso Mondiale di Cile 1962. In quel campionato del mondo Garrincha era davvero devastante, sembrava un uomo del futuro per quanto fosse superiore in senso tecnico, per la sua velocità di base e con il pallone fra i piedi e per le sue idee profuse senza limiti su un campo di calcio.

Ma chi era questo Garrincha? Era un ragazzo cresciuto nella periferia di Rio de Janeiro, a Pau Grande, dove la città diventava giungla. Imparò il calcio giocando su terreni impossibili, ancora più difficili per lui che aveva una malformazione. Da piccolo ebbe la poliomelite, il medico curante disse che non avrebbe mai camminato, il padre di Mané gli costruì una carrozzella grazie alla quale rinforzare le articolazioni. Mané riuscì a camminare e giocare ma il danno era comunque grave, aveva una gamba più corta dell’altra di sei centimetri.

Nonostante fosse zoppo divenne un grandissimo calciatore, vincente con il Botafogo del suo grande amico e compagno anche in Nazionale, Nilton Santos. Questo davvero in breve quello che era calcisticamente Garrincha, ma il libro “Garincia” di Jvan Sica parte da questo assunto, per parlare di una fase specifica della vita di Mané.

Nel 1969 i problemi fisici di Garrincha erano al culmine, riusciva a malapena a stare in piedi e solo per poter camminare senza sentire un dolore insopportabile beveva sempre di più, riducendosi a svenire anche per strada durante le sue tanti notti brave. La sua compagna di allora era Elza Soares, famosa cantante di samba che per il 1970 ebbe una serie di scritture in Italia ed entrambi vi si trasferirono. Il libro parla proprio di questo periodo randagio, in cui Mané Garrincha, chiamato Garincia dalla maggiore parte delle persone che incontrava nella sua esperienza romana, viveva a mille all’ora fra bevute colossali, partite in strada con i ragazzi incontrati per caso, disavventure senza fine e un po’ di calcio, giusto per racimolare qualcosa in partite fra dopolavoristi, spesso accompagnato da un suo grande amico e compagno al Botafogo, Dino da Costa.

Quello che Jvan Sica fa emergere con grande forza nel libro è l’incredibile rapporto con la natura che aveva Mané Garrincha. Per lui tutto era un dono di Dio (un Dio cristiano, ma che veniva anche dai vecchi culti afro-brasiliani dei suoi avi) e tutto doveva essere rispettato (ormai famosa la storia che salutasse i cani randagi per strada). E questo suo fortissimo attaccamento alla natura lo portava a vivere male il mondo che lo circondava. Mentre lui voleva giocare per divertirsi, intorno a lui c’erano solo persone che volevano che giocasse per vincere e guadagnare soldi, mentre lui voleva stare in un posto in cui respirare l’aria della sua infanzia, continuava a vivere in città che lo tenevano lontano dai suoi desideri.

Il Garrincha di Jvan Sica è un uomo che cerca in tutti i modi di aggrapparsi ad un mondo che stanno spazzando via, un ragazzo di vita pasoliniano, che sa giocare meravigliosamente al calcio e che vive senza difese il contrasto fra una passione naturale per il gioco e i suoi doveri di campione mondiale. Ne emerge un romanzo pieno di sensazioni e sentimenti, in cui scopriamo i tanti lati di un campione finito troppo presto e che troppo presto tanti hanno dimenticato.