Gli hanno detto che non può, o che non dovrebbe, allargare le braccia. Ma Moise Kean le sta aprendo verso mondi nuovi. Ogni gol è la dimostrazione che il talento non conosce colori e confini. Ne ha segnati cinque nelle ultime cinque partite, tra le sfide di campionato e quelle con la maglia della nazionale, sette nelle ultime otto. Era sceso in campo solo cinque minuti nelle prime 26 giornate di Serie A. E' esploso, segna un gol ogni 47 minuti.

E' una candidatura al ruolo di centravanti titolare della nazionale di Mancini, a suon di numeri, di quella sostanza che lascia sullo sfondo la forma.  “Moise è un patrimonio del calcio italiano, un ragazzo d’oro che sta facendo del suo meglio e non deve apparire per quello che non è" ha detto Chiellini a Juventus Tv. Un attaccante che segna così è un patrimonio positivo del calcio italiano, come lo sono Chiesa, Zaniolo, Barella o Bernardeschi.

Chi l'ha fischiato a Cagliari, chi continua ad usare i "buuh" al posto dei fischi, ha ricevuto la miglior reazione, la miglior risposta possibile: Kean continua a fare quello che gli riesce meglio, essere se stesso e segnare appena ne ha l'occasione. “Ci vogliono coraggio e pene severe per chi agisce in modo razzista e chi giustifica il razzismo, in qualsiasi modo. Non possiamo essere razzisti e italiani allo stesso tempo” ha detto il suo agente Mino Raiola. Ed è di queste ore la confessione di Danny Rose, il terzino del Tottenham che ha ammesso al Guardian di essere stanco del calcio per le continue offese di stampo e carattere razzista.

Le sue qualità, la possibilità di giocare per la Juve, gli forniscono una responsabilità e una grande opportunità. La normalità del suo stare in campo, dei suoi comportamenti in campo, la naturalezza del gesto atletico, disegna grandi destinazioni. E gli offre una piattaforma da cui farsi ascoltare anche solo con la forza dell'esempio. Senza trasformare ogni tiro, ogni rete, in un'occasione di strumentalizzazione, in una bandierina da sventolare per questa o quella causa.

Adesso, però, verrà il periodo più difficile. Perché se diventi in qualche modo un simbolo per il colore della pelle, che tu l'abbia voluto quel ruolo o no cambia poco, e se inizi a segnare con questa continuità, i "buuh" difficilmente finiranno. Magari si mischieranno a chi fischia per paura, proveranno così a destabilizzare e generare una reazione. Ed è qui che servirà il coraggio, da parte di chi deve individuare e reprimere, e da parte di chi nel resto dello stadio ascolta restando troppo spesso indifferente. Kean, intanto, continua a segnare. E a sognare una strada diversa.