“Cosa succede se l’Italia non va ai Mondiali?”. Detta così, questa domanda può essere considerata come una cosa di poco conto. Nel regno del “con tutti i ca… che ho per la testa”, avere o no l’Italia ai Mondiali è l’ultimo dei problemi. In questa settimana ho chiesto molto in giro cosa pensassero di un’Italia fuori da Russia 2018 e la risposta è stata nella quasi totalità dei casi proprio questa. C’è chi con l’Italia perde l’interesse per il calcio, oppure chi, pur mantenendolo, desidera concentrarsi sulle vicende di un campionato per la prima volta dopo anni almeno un po’ avvincente.

Distrarsi ora per pensare a quello che potrà essere fra 8 mesi non ha senso. C’è stato chi una leggera tensione la percepisce, ma è una cosa fugace, che si perde nel bailamme dei pensieri quotidiani, oltre a stemperarsi data la lontananza dell’appuntamento. In parole povere alla domanda iniziale, tutti mi hanno risposto: “Non me ne frega niente”.

Siccome a me frega tantissimo ho ragionato su cosa i Mondiali di calcio mi hanno dato fino a oggi e ho tentato un esperimento di maieutica calcistica su quattro persone. Le caratteristiche con cui le ho prese sono: sesso maschile, fra i 35 e i 45 anni, padre di un figlio fra i 7 e i 12 anni di età. Chiamati o incontrati di persona una alla volta, ho rivolto la domanda classica: “Cosa succede secondo te se l’Italia non va ai Mondiali?”, avendo da tutti la risposta che ho già scritto e nessuna reazione emotiva.

Con la domanda successiva la prendevo un po’ alla larga, chiedendo: “Hai molti ricordi di quando eri bambino?”. E qui tutti si sono scatenati, passando dalle maestre con le bacchette di legno, roba che adesso vai in prima pagina su tutti i giornali, alle biciclette rosse, dalle prime fidanzatine in giovanissima età all’amore per i campioni sportivi. Avvicinandomi al tema, ho rivolto la domanda successiva: “E delle tue estati da ragazzo, intorno ai 7-12 anni, cosa ricordi?”.

Il mare sempre pulito, le partite di calcio che iniziavano alle 9 di mattina per finire alle 9 di sera, con intermezzi fatti di cazziatoni (rimproveri) da parte dei genitori perché non si andava a mangiare, le puntate di serie che andando a scuola non si riuscivano a vedere, come Magnum P.I. o i Chips, i gelati nuovi, sempre colorati e succulenti su quelle lastre di alluminio e infine… fra un ricordo e un altro tutti mi hanno parlato della loro estate mondiale, quella in cui hanno completamente messo fra parentesi la realtà per vivere un sogno che si chiamava Italia ’90 o Usa ’94 nella maggior parte dei casi.

La domanda successiva è stata: “E cosa ricordi di quei Mondiali?”. Dei Mondiali vissuti fra i 7 e i 12 anni si ricorda tutto, perché è totalizzante l’interesse e la passione, soprattutto se l’Italia va avanti nel torneo. I nomi dei calciatori più strani, da Abdelghani dell’Egitto ad Al-Owairan dell’Arabia Saudita erano ancora impressi nella memoria, come pure tutte gli aneddoti legati alle partite o ancora meglio a quel mese di paura, felicità, tensione ed emozioni ininterrotte vissute senza freni, tanto da ritornare semplicemente alla mente, senza nessuno sforzo. E qui chiudevo il discorso con la domanda: “E allora credi che anche tuo figlio dovrebbe vivere queste emozioni questa estate?”

Non vorrei farla tanto difficile, ma è giusto considerare Byung-Chul Han della “Società della stanchezza”. In una realtà contemporanea che ci obbliga all’iperattività, siamo completamente schiacciati sul presente, non solo dimenticando il passato, ma perdendo di vista anche il futuro e le opportunità che ci può dare. Presi nella ruota da criceto del continuo oggi, non ci rendiamo conto dell’importanza di qualcosa che potrà avvenire domani o fra 8 mesi.

Far perdere un Mondiale in cui gioca l’Italia a un proprio figlio vuol dire non dargli un’esperienza che definire esistenziale non è esagerato. Un Mondiale ti fa conoscere l’amicizia, l’identità comunitaria, ti fa capire anche quanto la tua felicità dipenda dagli altri e non solo da quanto bene segui una strada senza uscire dai binari o quanto corri lungo questa strada che altri hanno tracciato per te, inizia a farti capire anche che raggiungere un risultato vuol dire far fronte a tante difficoltà non sempre superabili.

Sempre nel libro, Byung-Chul Han costruisce un ponte fra la peste contemporanea (le depressioni, le sindromi di burnout e tutti quelli che lui identifica come “infarti psichici” diffusi ormai senza limiti) e la dittatura del “si può fare” in cui ormai siamo costretti a vivere. Totalmente immersi nella società della prestazione e della positività obbligatoria, non percepiamo nemmeno la possibilità di fallire o perdere. Un Mondiale ti dà anche questo, saper confrontarsi con la sconfitta e con la realtà del “non si può sempre fare”. Per chiudere, far perdere l’Italia ad un Mondiale ad un proprio figlio può essere un danno e di sicuro è un peccato, perché spuntare un potenziale ricordo da una vita è un tassello in meno nella costruzione di un uomo.