Dalla Spagna al Giappone, dal Barcellona al Vissel Kobe. Un cambiamento radicale, professionalmente e a livello personale: Andres Iniesta ha deciso di raccontare i suoi primi sei mesi di vita nel Paese del Sol Levante, tutt'altro che facili come qualcuno avrebbe potuto pensare, trattandosi di un campione assoluto, un idolo incontrastato a livello internazionale. Invece, anche Don Andres ha vissuto il suo momento negativo, un lunghissimo periodo di adattamento che non è ancora finito e che ha inciso, ovviamente, anche sul piano tecnico.

Eppure, a sentire le dichiarazioni dell'ex stella del Barcellona e della nazionale spagnola, nell'intervista rilasciata a Equire, la sensazione di fondo è di aver compiuto comunque e malgrado tutto la scelta più corretta per sè e la propria famiglia. Quando è arrivato in Giappone e ha iniziato a scendere in campo le cose non sono andate bene con una serie di sconfitte consecutive che be avrebbero potuto mettere in discussione la scelta.

Dalle tensioni spagnole alla pace d'Oriente

Invece, Iniesta racconta come nel momento della massima difficoltà personale e professionale, abbia capito di essere nel posto giusto al momento giusto: " In Spagna, mi ero svuotato di tutto, corpo e anima. Non avevo più niente. Giocare a calcio nel nostro paese è molto impegnativo a tutti i livelli, non solo per lo sport. La pressione di essere in un club come il Barça era altissima. Quando ho preso la decisione di andare al Vissel Kobe, mi sono liberato da quella tensione".

La cultura della sconfitta

Un cambiamento radicale soprattutto nella mentalità, nell'approccio allo sport, alla vittoria e soprattutto alla sconfitta: "Sono sempre stato molto competitivo, non mi è mai piaciuto perdere, è difficile per me accettare la sconfitta ma qui è diverso. I tifosi  traggono altre conclusioni dalle sconfitte, tutto è più sereno, calmo, meditato e così capisci di dover cambiare anche il tuo approccio, in meglio".

La barriera linguistica e le lezioni di giapponese

Tra tante difficoltà, di certo c'è stata anche quella della lingua, completamente diversa, da imparare subito, senza tregua: "Sono arrivato con la mia famiglia qui  dopo la Coppa del Mondo in Russia, senza il giusto tempo e  spazio per organizzarmi. La barriera linguistica c'è stata e c'è ancora: lezioni un paio di giorni a settimana. Ma quando si tratta di conversazioni più profonde, lavoro sempre con un traduttore e alcuni miei compagni provano a parlarmi in spagnolo".