kevin prince del milan

Un calciatore all'Onu per raccontare come si combatte il razzismo sui campi di calcio, laddove lo sport dovrebbe unire e non dividere. Kevin Prince Boateng non pensava che, dopo quel 3 gennaio a Busto Arsizio, potesse arrivare tanto lontano dopo aver sfilato la maglietta e calciato il pallone in tribuna per protesta contro chi lo offendeva per il colore della pelle. "Il più grande errore che possiamo commettere è pensare che ignorare i razzisti sia una medicina: è un virus che si trasmette, una sorta di malaria per la quale non bastano gli antibiotici. Bisogna prosciugare le paludi", ha detto il centrocampista del Milan, invitato a parlare dall'alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay. Alla sede ginevrina delle Nazioni Unite, si celebrava la giornata mondiale contro le discriminazioni razziali, dedicata alle decine di vittime della strage dell'apartheid, a Sharpville del 1960. Con Uefa e Fifa, con Patrick Vieira e la sudafricana Pillay, c'era Boateng, il primo calciatore ad aver detto "basta" e ad aver fermato una partita.

La fiducia di Blatter. Il presidente mostra su Twitter grande entusiasmo nei riguardi del centrocampista rossonero: "E' stato un piacere incontrare Boateng. L'ho invitato a far parte della task force Fifa contro le discriminazioni e ha accettato. Abbiamo bisogno di personalità forti come la sua per avere esperienza e credibilità".

Madame Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani,

Eccellenze,

Stimati colleghi relatori ed esperti,

Signore e Signori,

Il fatto che abbiamo appena visto nel video è accaduto lo scorso 3 gennaio a Busto Arsizio durante una gara amichevole disputata tra il mio Club, l’AC Milan, e una squadra di quarta divisione. Ho deciso di interrompere la gara e ho scagliato la palla sulle tribune perchè mi sentivo profondamente arrabbiato e offeso dalle ingiurie razziste a me indirizzate dagli spalti. Di per sè questo gesto non avrebbe avuto particolare risonanza. Tuttavia i miei compagni di di squadra dell’AC Milan mi hanno subito seguito fuori dal campo senza neppure un attimo di esitazione. La cronaca del fatto che l’intera squadra dell’AC Milan avesse proprosto in campo un risoluto e univoco atteggiamento contro gli atti di razzismo in essere ha generato titoli di prima pagina nei media di tutto il mondo. Questa è la ragione della mia presenza qui oggi. Vorrei ringraziare l’alto Commissario per i diritti Umani, la Signora Navi Pillay, e la Sezione Anti-Discriminazione del Suo Ufficio per il cortese invito. E’ un onore per me avere la possibilità di parlare qui oggi. Signore e Signori, siamo nel 2013 e il razzismo è ancora tra noi e rappresenta ancora un problema.

Il razzismo non è solo un argomento da History Channel o qualche cosa che si riferisce alle storie dei tempi passati o che semplicemente accade in territori lontani dal nostro. Il razzismo è reale ed esiste qui e ora. Il razzismo si trova nelle strade, sul posto di lavoro e anche negli stadi di calcio. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui non volevo neanche affrontare il problema. Ho cercato di ignorare il razzismo, come se fosse un mal di testa che sai andrà via prima o poi, basta aspettare. Ma quella era una illusione. Il razzismo non va via da solo. Se non lo fronteggiamo, dilagherà. Abbiamo il dovere di fronteggiare il razzismo e combatterlo. Il concetto di “un po’ razzista” non esiste. Non esistono quantità tollerabili di razzismo. Il razzismo è assolutamente inaccettabile e insostenibile indipendentemente dal luogo o dalla forma in cui si manifesta. Il razzismo, inoltre, va ben al di là del bianco contro nero. Ci sono molti altri tipi di razzismo che arrivano da persone di diverse nazionalità e colori.

Il grande problema con il razzismo è che non esiste un vaccino per combatterlo. Non ci sono antibiotici da prendere. E’ come un virus altamente pericoloso e infettivo, che viene rafforzato dalla nostra indifferenza e staticità. Quando ho giocato con la Nazionale Ghanese ho imparato a combattere la malaria. Vaccinare le persone non è sufficiente. Bisogna anche prosciugare gli stagni dove le zanzare portatrici della malattia proliferano. Penso che la malaria e il razzismo abbiano molto in comune. Gli stadi di calcio possono essere i luoghi dove persone con differenti culture etniche si riuniscono per sostenere la propria squadra del cuore o possono simbolicamente essere anche uno stagno pericolosissimo dove le persone sane vengono infettate dal virus del razzismo. Non possiamo permettere che il razzismo si diffonda proprio davanti ai nostri occhi. Gli stadi di calcio, come tanti altri luoghi, sono pieni di giovani. Se non prosciughiamo gli stagni, tanti di loro che oggi sono sani, potrebbero prendere una delle malattie più pericolose dei giorni nostri. Noi, che siamo costantemente sotto gli occhi dell’opinione pubblica abbiamo molte più reponsabilità. Non possiamo permetterci di essere indifferenti o passivi.

Tanti sportivi, uomini e donne come me e i miei compagni di squadra dell’AC Milan, tanti artisti dello spettacolo e del mondo della musica e dell’informazione hanno opportunità uniche e quindi una speciale responsabilità. Noi abbiamo la possibilità di parlare e raggiungere il cuore di una parte della popolazione a cui le discussioni a livello politico non potranno mai arrivare. La storia ci dimostra quanto importanti siano stati i contributi di famosi atleti. Mi permetto di dire che il fatto che il Presidente degli Stati Uniti di America condivida il mio stesso colore della pelle non solo ha a che fare con Martin Luther King, ma anche con Mohammad Ali.

Uno dei momenti più intensi e commoventi della mia vita finora è stato quando ho incontrato Nelson Mandela durante il Campionato del Mondo in Sud Africa nel 2010. Che uomo incredibile, sia nella finezza di mente sia nella caratura di spirito! La sua vita mi ha dimostrato che fare valere la propria voce contro il razzismo è meno pericoloso che la muta impassibilità. Nondimeno, è tanto importante e necessario opporsi al razzismo oggi come lo è stato nel passato. Dobbiamo ispirarci alle persone che hanno messo le proprie vite a rischio per la causa Sono convinto che commetteremmo un fatale e pericolosissimo errore se credessimo che si possa combattere il razzismo ignorandolo e sperando che scompaia da solo come un brutto mal di testa.

Questo non succederà. In qualsiasi momento le nostre strade si incorceranno con quella del razzismo il nostro dovere è quello di alzarci e agire, esporci e prevenirlo quando possible, prosciugare gli stagni da cui ha avuto origine e da cui è proliferato.

Grazie per il vostro ascolto.