Se non si può vincere bene, che almeno si vinca. I risultati restano, le squadre spettacolari e le parole durano ventiquattr'ore.

In questa frase è racchiusa la filosofia calcistica di Giovanni Trapattoni. “Giuan”, come lo chiamava Nereo Rocco, oggi compie ottant’anni e potrebbe raccontare per filo e per segno, lo ha già fatto benissimo nel libro di Bruno Longhi ma siamo sicuri che ci sia tanto altro, fatti, aneddoti e situazioni di uno sport che ha visto cambiare nel suo percorso prima da calciatore e poi da allenatore: il Trap è sempre stato un personaggio genuino e il suo lavoro, certosino all’inverosimile, è stato apprezzato ovunque è andato. Da ‘uomo Milan’, con cui ha vinto tutto nei panni di mediano al servizio della squadra, è diventato simbolo dell’epopea più vincente della Juventus di Gianni Agnelli e Boniperti oltre che emblema dell’Inter dei record.

Non si è mai tirato indietro nell’assumersi le responsabilità e l’unico rimpianto di un uomo che nella sua carriera, come nella vita, ha sempre guardato avanti è il Mondiale del 2002 con la Nazionale: qualche giorno fa a Crosetti su Repubblica ha dichiarato “vorrei rigiocare solo Italia-Corea” e i motivi sono abbastanza evidenti. Non ha mai sentito troppo sua la Coppa dei Campioni 1984-1985 vinta all’Heysel e avrebbe voluto vincerne un’altra per provare a cancellare quel terribile ricordo ma un’altra possibilità non è arrivata. Le esperienze in Germania, Portogallo, Austria e Irlanda gli hanno regalato una dimensione ancora più internazionale e hanno fatto storia le sue sfuriate oltre alle sue divertenti frasi.

Giovanni da Cusano, quelli di Milanino erano “eleganti e avevano scarpe robuste”, ha coltivato il suo sogno da quando il padre gli impediva di pensare al calcio come una professione e si è fatto voler bene in tutti gli angoli d’Italia e d’Europa grazie al suo pragmatismo e alla sua voglia di non lasciare mai nulla al caso. Alla nuova generazione che vive e segue il calcio il Trap è stato dipinto come un tecnico difensivista ma se si vanno a conteggiare i goal che i difensori che sono andati in goal sotto le sue gestioni probabilmente ci si accorgerà che probabilmente non era proprio così: attentissimo a non subire, questo sì, ma quando c’era da ‘mettere il carico’ era lì pronto a sguinzagliare le sue bocche da fuoco.

Da poco è sbarcato sui social grazie al nipote e così, come nel calcio, ha adattato l’utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici al suo modo di essere: nessun fronzolo, messaggi sintetici e che vanno dritti al punto. Stile Trapattoni, appunto. Qualche giorno fa ha dichiarato “[…] ho già avuto tantissimo, diciamo che è come se i due tempi regolamentari si fossero chiusi. Ora inizia il golden goal e sicuramente non sono uno che si arrende”. Di questo ne siamo certi tutti caro Trap e finché non sentirai il fischio che ti invita a tornare a casa per cena, o ci sarà qualcuno da correggere dalla panchina con lo stesso gesto, la partita non è mai finita.