"Sei un dirigente senza potere e io non voglio fare questa fine. Per questo me ne vado". Le parole di Daniele De Rossi ronzano nella testa (e nel cuore) di Francesco Totti che con l'addio del ‘fratello di campo' adesso è un po' più solo. Non c'è stato alcun tatto nei confronti dell'uomo che per 18 anni ha vestito, nel bene e nel male, la maglia giallorossa: DDR è stato messo da parte come si fa con le bomboniere che non vuoi buttare ma nemmeno vuoi tenere più sott'occhio. Da un momento all'altro gli hanno comunicato che il contratto non gli sarebbe stato rinnovato e che, al massimo, per lui c'era un posto dietro la scrivania. Nulla di più.

Nemmeno la presenza dell'ex capitano in seno alla dirigenza è servita a garantirgli almeno una exit-strategy degna di un giocatore che per la maglia ha dato tutto. Ecco perché, indicando in Franco Baldini – consigliere molto ascoltato dal presidente, James Pallotta – la responsabilità del suo addio (tesi rilanciata da Il Messaggero) De Rossi non ha usato giri di parole per definire la situazione attuale: onore a Totti, che ci mette la faccia, ma le decisioni le prendono altri, che ci mettono i soldi. All'ex calciatore il ruolo di testimonial, dirigente ‘di campo' che scende nell'agone quando c'è da alzare la voce in materia di polemiche arbitrali ma nient'altro che faccia riferimento alle scelte da fare nella stanza dei bottoni

Fino a quando questo connubio potrà continuare? Fino a quando l'ex ‘dieci' accetterà questo ruolo di sponsor, uomo immagine? Resterà ancora nella Roma, provando a fare proseliti, oppure sceglierà – come il suo amico – di andare via? Decisione difficilissima da prendere, soprattutto se il sentimento (il legame con la sua gente e la maglia giallorossa che resta molto forte) combatte con la ragione. Quella vocina che in cuor suo gli suggerisce di lasciare adesso oppure taccia per sempre.