Un volto scavato, con due baffi da uomo. Ha quasi trent'anni Emmerich Tarabocchia quando inizia la sua penultima stagione da professionista. È un portiere per vocazione, ha attraversato l'Italia, ha visto il sole che batte sui campi di pallone del calcio di provincia. Ha conosciuto la solitudine e le valigie di una vita in viaggio. Nell'estate del 1974 arriva a Lecce. Sta per iniziare una stagione indimenticabile. Sta per diventare il portiere dei record. Non prenderà gol per 1791, per venti partite di fila. “Buffon è il Messi dei portieri” ha detto, “ma la mia imbattibilità è durata di più”. Un recod ufficiale, il suo, ma con l'asterisco. Un record che la passione trabordante, a volte anche scorretta, del calcio di provincia ha reso ancora più difficile, forse impossibile, da battere.

La storia – “Un portiere è un istinto, una vocazione, non te la puoi far venire. È un ruolo particolare, di responsabilità” ha detto in un'intervista recente per calcio in soffitta. È italiano, quel nome che suona un po' tedesco è solo un vezzo del padre, che la guerra l'ha combattuta per l'Italia. Si sente ormai ligure, Emmerich, che però è nato e cresciuto a Sansego, l'isolotto di sabbia arenaria nell'arcipelago del Quarnaro, nel golfo di Fiume, sulle cui origini si interrogava già l'abate Fortis nel suo “Saggio di Osservazioni sull'isola di Cherso e Osero” del 1774. È una comunità chiusa. Tarabocchia è uno dei soli dieci cognomi dei Sansegoti, insieme a Bussanich, Hroncich, Mattessich, Mircovich, Morin, Lister, Piccinich o Piccini, Sutora e Scrivanich.

Il Genoa e Petrini – In Italia, la famiglia si stabilisce a Santa Margherita Ligure. “"Giocavo con la Sanmargheritese. Un giorno mi allenavo e mi ha intravisto l'allora ds delle giovanili del Genoa, mi ha detto dai vieni a provare per il Genoa. Poi è venuto Sarosi, ha detto prova, ed è andata avanti". Nel 1965 vince il torneo di Viareggio col Genoa. È un'edizione rimasta nella storia. I Grifoni battono all'esordio la Stella Rossa di Belgrado, eliminano la Fiorentina, che ha in attacco Chiarugi, il Milan, e in finale devono sfidare la Juventus. E sono scintille a centrocampo fra Aldo Agroppi e Beppe Furino in mezzo al campo. Il 1 marzo la partita è sospesa sullo 0-0 per impraticabilità del campo, al 2′ della ripresa. Si rigioca due giorni dopo, ma 120 minuti non bastano a rompere l'equilibrio: alla fine dei supplementari è 2-2. Non bastano nemmeno i rigori: 6-6. L'arbitro De Marchi decide allora per il sorteggio e la moneta (testa) favorisce i rossoblù. In quel Genoa, insieme a Emmerich, gioca anche Carlo Petrini che anni dopo, nel Fango del dio pallone, racconterà come Emmerich sia svenuto durante un allenamento dopo essersi allontanato negli spogliatoi per bere qualcosa. Nell'intervista per Calcio in soffitta, però, Tarabocchia smentisce. “Qualcosa mi hanno dato, ero euforico, sì, ma non sono svenuto”.

Una scommessa… coi baffi – Quella parentesi in prima squadra al Genoa, nel 1966-67, è breve. Dopo un anno passa al Rapallo Ruentes, in Serie C. Nell'estate del 1968 inizia la sua rivoluzione, il suo viaggio verso sud. Quattro anni a Potenza, due a Sorrento, prima di arrivare al Lecce, in C. In panchina c'è un simbolo del calcio pugliese, Nicola Chiricallo, il primo barese nella storia a segnare una doppietta a San Siro, che ha in squadra un centravanti dal gran fisico ma dai piedi non proprio educati. È una di quelle riserve che vede poco il campo, ma a ottobre passa alla Juventus, dove capiscono che il suo ruolo è un altro. Si chiama Sergio Brio. All'ottava giornata di quella stagione 1974-75, il Lecce perde proprio a Bari (1-0 deciso da Troja a 7′ dalla fine) e “Chiricallino”, come lo chiamavano quando giocava in biancorosso negli anni '50 per distinguerlo dal fratello maggiore Giovanni, esce dal Della Vittoria esibendo le corna. La settimana successiva, i giallorossi pareggiano 0-0 in casa contro il Benevento. Un risultato che passa quasi inosservato. Poi, si va a Reggio Calabria, e un tifoso promette a Emmerich, appassionato di caccia, un fucile in caso di vittoria. Tarabocchia decide di fare una piccola scommessa con Michele Lorusso e Beppe Materazzi: finché non prendiamo gol, non mi taglio i baffi.

L'asterisco Barletta – Dallo 0-0 col Benevento, il Lecce non ha concesso reti per 14 partite di fila. Il 23 febbraio 1975, i giallorossi si preparano a un altro derby in trasferta, a Barletta. Dopo 10′ Loseto, difensore grintoso e nipote del tecnico Chiricallo, beffa Tarabocchia. L'autogol fissa a 1278 i minuti di imbattibilità di Tarabocchia, che accoglie solo con un gesto di stizza appena accennato le scuse del compagno di squadra. Il Barletta allunga anche sul 2-0 grazie al rigore di Pellegrini, ma il Lecce rimonta e con Montenegro nel finale centra il 2-2. PI tifosi invadono il campo e devono rientrare tutti negli spogliatoi. “Prima di uscire dal campo in effetti ho fischiato” confessa. Cosa, non lo spiega. Non ancora. “C'è stato solo qualche scalmanato che ha saltato il recinto ed è stato fermato in tempo” si lamenta Milillo, difensore del Barletta, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno la mattina dopo. “Per me abbiamo vinto noi. Anche perché il gol è stato segnato a tempo scaduto”. L'arbitro Lapi, in effetti, prima di uscire dal campo ha fischiato. Ma cosa? Per il giudice sportivo, non la fine della partita. Il Barletta si vede inflitto lo 0-2 a tavolino. L'autogol di Loseto e il rigore di Pellegrini per le statistiche non sono mai esistiti. La striscia di Emmerich si allunga. I baffi crescono ancora di più.

La fine di un sogno – Tarabocchia supera anche il record di Antonio Gridelli, rimasto imbattuto al Sorrento per 1537 minuti nella stagione 1970-71 in C, dallo 0-1 a Pescara all'undicesima giornata allo 0-1 a Enna alla ventottesima. Tarabocchia, che un anno dopo avrebbe preso il posto proprio di Gridelli a Sorrento, continua a non prendere gol fino alla gara di ritorno a Benevento. Per oltre un'ora il Lecce tiene bene il campo. Il pubblico osserva in campo e tiene le orecchie attaccate alle radioline per Juve-Napoli. Poi, al 73′, esplode per il pareggio di Juliano a Torino. Intanto, in campo, Fichera crossa per Cascella che supera Tarabocchia. “Nessun rancore” dirà a fine partita abbracciando l'avversario, “prima o poi l'imbattibilità doveva finire e sono lieto che sia toccato al mio amico Cascella”. Il Lecce, però, protesta per tre minuti. I giocatori sostengono che Fichera abbia commesso fallo su Montenegro prima di crossare, che il guardalinee ha anche sbandierato. Ma l'arbitro Chiappari, che otto minuti annullerà il pareggio del Lecce per un fuorigioco millimetrico di Del Barba, dopo è irremovibile. Espelle Montenegro e convalida il gol. La striscia del portiere imbattibile si ferma a 1791 minuti. “Alla mia imbattibilità e al conseguenziale record” spiega a caldo all'inviato della Gazzetta del Mezzogiorno, “non ho mai dato molta importanza perché a me interessava difendere bene la porta e conseguire risultati positivi per la mia squadra che incominciava a nutrire sogni di primato. Il mio record è il successo dell'intera squadra”. Sulla faccia scavata compare un sorriso e spariscono i baffi.