Sansovino. Sangiovannese. Pescara. Arezzo. Avellino. Verona. Perugia. Grosseto. Alessandria. Sorrento – che lo esonerò – poi Empoli, il grande salto a Napoli, il Chelsea e la vittoria in Europa League. Dalla provincia toscana alla conquista della Coppa, negli occhi di Maurizio Sarri che solleva il trofeo conquistato a Baku c'è tutta la storia dell'uomo e dell'allenatore che ha proposto molto più di un modello di calcio: ha scritto una favola, ha regalato una visione, ha sfondato il muro di diffidenza nei suoi confronti con la forza dei risultati, ha messo a tacere chi lo definiva un perdente da circo equestre. Ha vinto, come non gli era mai riuscito finora, al di là dei confini patrii più di Allegri e dello stesso Conte che lo hanno preceduto alla Juventus. Sì, perché la prossima tappa sembra già scritta: sarà Torino, entrando nel Palazzo della ‘vecchia signora' dalla porta principale e portando con sé quel bagaglio tecnico acquisito in dieci anni di gavetta.

A Londra hanno deciso da tempo di liberarsi di lui. Poco avvezzi al Sarri-ball e ai suoi interpreti [poco fisici e troppo dediti al palleggio] i Blues si apprestano a mettere alla porta il tecnico che al primo anno in Premier ha chiuso al terzo posto, ottenuto la qualificazione alla Champions e messo in bacheca un trofeo. Mica male per un debuttante al quale avevano già fatto il funerale…

In tuta, barba incolta, coi pensieri avvolti in una nuvola di fumo, la sigaretta sempre tra le dita e il taccuino nell'altra mano, voce roca, fende l'aria con le braccia e disegna schemi, posizioni in campo, il drone e la difesa, detta i tempi e il ritmo perché nell'abc del calcio di Maurizio Sarri tutto deve funzionare in maniera perfetta. Non sarà mai politicamente corretto, né riuscirà a fare proprio l'atteggiamento da dandy che tanto piace agli inglesi. Ogni tanto gli scappa una parolaccia, qualche ‘frocio' e un dito medio di troppo. Poco british, molto vero.

A Napoli riuscì a creare una sintonia tale tra squadra e popolo di tifosi da meritare i gradi di ‘comandante': con lui il sogno di [ri]vincere lo scudetto dopo oltre 30 anni sembrò possibile. Fino alla fine era il motto della Juve, fino al Palazzo quello urlato dai partenopei, decisi a strappare al nemico sportivo di sempre titolo e leadership. Adesso, dopo aver perso in albergo a Firenze la coccarda tricolore per colpa di quel che successe a San Siro, sta per dire sì al club che avrebbe disarcionato se fosse riuscito a portare a compimento la rivoluzione. Fino al Palazzo c'è (quasi) arrivato ma nell'immaginario della folla passare da ‘comandante' a Masaniello è questione di sfumature e di copione da interpretare. E al dio degli inglesi non credere mai.