Vi ricordate di Bruce Grobbellaar? Oggi ha 61 anni e non fa più il portiere del Liverpool da un pezzo. Coreografico quando si piantava tra i pali e provava a impressionare gli avversari. Felino per la reattività dei movimenti e l'intuito nell'intercettare la traiettoria della palla. Suggestivo abbastanza da suggestionare (mai gioco di parole fu più adatto a descrivere l'estro del calciatore) gli avversari quando intorno a sé aveva uno stadio intero che gli fischiava contro e stava col fiato sospeso.

I tifosi della Roma ne sanno qualcosa… quel nome lo hanno scolpito nella memoria e ogni tanto vien fuori a ricordare una delle serate poco magiche dei giallorossi: stadio Olimpico, finale di Coppa dei Campioni (più tardi ci sarebbe stato il cambio di denominazione in Champions e una pioggia di soldi l'avrebbe resa dorata). E in quella notte del 1984 che l'estremo difensore diventa protagonista e si gioca tutto alla sua maniera: sfotte, provoca gli avversari, cerca d'innervosirli (e ci riesce) al momento della battuta… e così dal dischetto il Trofeo finisce nelle mani degli inglesi mentre il portiere sorride di gusto dietro i baffi e fa capriole. L'amara luce – quella del portiere che alza la testa e la toglie dalle mani che gli coprono gli occhi – non è toccata a lui.

Bruce Grobbelaar ha conosciuto altri dolori che lo hanno segnato fin dentro l'anima. E sarà per questo che ha sempre affrontato la carriera di calciatore e di portiere un po' istrione nell'interpretazione del ruolo: ha visto in faccia la morte e le ha sorriso di rimando, avrebbe potuto mai spaventarlo la faccia corrucciata e il ghigno di un attaccante? No. E basta leggere cosa ha raccontato nel libro ‘A life in a jungle' per capire come nel suo passato abbia convissuto con l'orrore. L'orrore di uccidere o essere ucciso. L'orrore della guerra e il suo corredo accessorio che Grobbelaar, originario dello Zimbabwe, ha conosciuto quando col Servizio Nazionale ha partecipato alla guerra civile tra il 1964 e il 1979.

Volete sapere cosa si prova a uccidere un uomo? Io ricordo tutto come fosse ieri, ricordo ogni cosa… – ha ammesso Grobbelaar nell'intervista al Mail On Sunday -. Mi sembra di vedere ancora i suoi occhi. Lo guardai, sentii il cuore che mi batteva così forte nelle orecchie, ma dovetti premere il grilletto e far partire il colpo. Non provai nulla in quel momento, solo il sollievo per aver sparato prima che lo facesse lui.