"Che ci fa il Frosinone in Serie A? Non ci dovrebbero nemmeno arrivare". A parlare così non è il presidente della Lazio, Claudio Lotito, che nel 2016 manifestava così al telefono tutte le proprie perplessità nei confronti di un prodotto (il massimo campionato italiano) difficile da vendere se gli interpreti sul palcoscenico sono realtà piccole, poco competitive e altrettanto abbienti. A parlare così è il numero uno del Napoli, Aurelio De Laurentiis, che in una lunga intervista al New York Times spiega la sua idea di calcio, indica quale potrebbe essere una suddivisione equa dei premi a seconda del piazzamento e soprattutto lancia l'anatema contro quelle società che – per capacità economiche, bacino d'utenza e orizzonte limitato – toglierebbero appeal alla Serie A.

Cento milioni a chi arriva primo – dice il patron dei partenopei -, cinquanta se chiudi secondo e così via… ma se finisci ultimo perché non puoi competere devi pagare una multa mica ricevere denaro? La retrocessione è un fallimento e non si dovrebbero ricevere soldi.

La favola del calcio è roba da libri di scuola, da romanzo popolare, da cuentos de futbol che mal si conciliano con un movimento foraggiato dalla torta dei diritti televisivi e dalla divisione che ogni anno mette d'accordo i presidenti. Tutti, o quasi… perché De Laurentiis ha un'idea molto chiara.

Club come il Frosinone non attirano fan, né interessi, né emittenti nel campionato – ha aggiunto -. Che ci fanno in Serie A? Ci arrivano, non cercano di essere competitivi e poi retrocedono. Allora dico che se non possono competere e finiscono ultimi dovrebbero pagare una multa e non ricevere del denaro. La promozione e la retrocessione sono la più grande idiozia nel calcio. La Uefa ha imposto alle società le regole del fair play finanziario. I club dovrebbero essere autosufficienti. Se non possono sopravvivere finanziariamente, se non hanno la capacità du auto-alimentarsi, allora dovrebbero essere espulsi