“Sarai, sarai… e poi? E poi tutto passa”. Agostino Di Bartolomei ha letto questa massima per anni, tutte le settimane. È una frase di San Filippo Neri, scolpita su una targa nell'androne che porta al campo dell'oratorio dove Ago, il ragazzino di Tormarancia voluto da tutte le squadre per i tornei di quartiere, inizia a giocare a calcio. "Niente parole… solo un posto in fondo al cuore. Ciao Ago" Agostino #DiBartolomei 8/5/1955 – 30/5/1994 #ASRoma", così il club giallorosso ha voluto ricordarlo a 21 anni dalla sua scomparsa.

Ricorrenze – Quando Di Bartolomei è nato, l'8 aprile del 1955, il Messaggero riporta il suicidio di Istvan Matè, un ballerino che aveva fatto anche il massaggiatore della Roma, e forse è un segno del destino. Son passati ventuno anni dal suo, di suicidio, dal colpo di pistola al cuore che si è sparato una mattina di sole, sul balcone di "Villa Egnatia" la casa a due passi dalla spiaggia a San Marco di Castellabate, in Cilento, dove era andato a vivere con la moglie Marisa e i figli Gianmarco (avuto dalla donna durante il primo matrimonio) e Luca, 11 anni. È il 30 maggio 1994, una data che forse è casuale e forse no. Son passati esattamente 10 anni da Roma-Liverpool, il giorno in cui qualcosa si è spezzato per sempre fra Ago e la sua Roma, il giorno di un sogno infranto, la sconfitta più dura nella partita più importante, la partita che vale una vita intera. A vent'anni dalla morte, la Roma lo ricordò con un'amichevole tra tra gli Esordienti della Roma (2002) e i 2001 del Cinecittà Bettini, che fa parte dell’Academy giallorossa. Una partita tra bambini che sognano di emulare i campioni di oggi sul campo di Trigoria, dedicato a Di Bartolomei. Ma come tutte le celebrazioni e le ricorrenze di questo tipo, come la maglia autografata della Salernitana, è comunque un ricordo tardivo.

L'incontro con Liedholm – I bambini avranno negli occhi la stessa speranza del piccolo Agostino, brillante mediano di spinta all'Omi, una delle tante piccole squadre satellite della Roma. Nell'estate del 1968 lo nota un osservatore del Milan, ma Agostino dice no, non vuole emigrare a Milano a 13 anni. Così si mette contro la società che avrebbe avuto tutto da guadagnare dalla sua cessione. “Mi sentivo un fenomeno da baraccone” dirà, “chiusi col calcio”. Sedici anni dopo sarà lui a chiamare il Milan per chiedere di giocare. Milano, e il Milan, sono comunque nel suo destino di romano e romanista, ragazzo serio, giovane nato vecchio, capitano e leader della Primavera giallorossa che vince lo scudetto nella doppia finale contro il Milan. A Milano, Di Bartolomei esordisce in serie A, il 22 aprile 1973, con la maglia numero 11. Finisce 0-0, e DiBa gioca al posto del capitano Cordova, che all'andata avrebbe voluto venire alle mani con gli avversari e l'arbitro, “reo” di aver assegnato un rigore più che dubbio ai nerazzurri a un minuto dalla fine.

Il suo primo gol in serie A, all'Olimpico contro il Bologna, coincide con la prima vittoria nella stagione 1973-74 della Roma di Scopigno, il filosofo dello scudetto del Cagliari che nella capitale durerà solo qualche giornata. Al suo posto arriverà Nils Liedholm, un incontro che cambierà la vita di entrambi. Il giovane Agostino passa anche un anno al Vicenza. È l'estate del 1975 e il Lanerossi, appena retrocesso in serie B, punta sui giovani. Qui Di Bartolomei ritroverebbe Scopigno, ma c'è un problema di contratto. Papà Franco si è accordato con la Roma per un ingaggio da 30 milioni. Ma i biancorossi non vogliono dargli più di 16 milioni. Sarà Anzalone, presidente della Roma, a pagare la differenza. Il presidente del Vicenza è Giuseppe Farina: nove anni dopo anche loro due si ritroveranno.

Minacce e pistole – E' proprio dopo una partita contro il Vicenza che per la prima volta legge sui giornali la critica che si porterà dietro per tutta la vita. “Se corresse un po' di più, sarebbe veramente perfetto”. Non sarà scattante, ma pensa più veloce di tutti e i suoi lanci sono impeccabili. Legge il gioco come nessuno, e poi è micidiale dalla distanza e su calcio di punizione. Nino, è un capitano vero, che non si abbatte per le critiche, anche forti, della stampa e dei tifosi, che arrivano anche a minacciarlo. È in questo periodo, dopo le prime minacce, che comincia a girare con la pistola nel borsello. Non è l'unico alla Roma, e a Roma. I primi a girare armati, sono i calciatori della Lazio dello scudetto. Nei ritiri spuntano Berette, Winchester, carabine e al posto delle partite si spara ai barattoli sul retro degli alberghi. I romanisti, racconta Carlo Petrini, all'epoca compagno di squadra di Di Bartolomei, non vogliono essere da meno e anche nelle camere dei giallorossi spuntano pistole sui comodini come fossero dei soprammobili. Per Di Bartolomei, comunque, che colleziona orologi antichi e quadri di valore, l'esigenza di difesa è più marcata della goliardia.

I rigori – E' soprattutto in campo, però, che DiBa si costruisce la fama di tiratore infallibile. Nino non ha paura di tirare un calcio di rigore. Li tira forti e sotto la traversa, praticamente da fermo. Anche se, nella finale di Coppa Italia 1980 contro il Torino, prende una rincorsa lunga, e lo sbaglia. Sbaglierà anche l'anno dopo, sempre in finale, sempre contro il Torino. La Roma vincerà comunque la coppa in entrambe le occasioni. Tra i granata, è sempre decisivo l'errore di Ciccio Graziani. Nel 1981, il rigore della vittoria lo segna Falcao. Si riveleranno segnali premonitori.

L'anno dello scudetto – Nell'estate del 1982, Ago deve guardare da casa l'amico Bruno Conti alzare la Coppa del Mondo. “Marazico” è anche il miglior giocatore del Mundial. Si festeggia anche in casa Di Bartolomei, comunque. Il giorno di Italia-Argentina, infatti, nasce il figlio Luca. È un estate di cambiamenti, per lui. Liedholm gli chiede di cambiare ruolo. Vuole farlo giocare da libero, accanto al nuovo arrivato Pietro Wierchowod. Il capitano accetta, deve dare l'esempio, ma non è convinto. E le perplessità aumentano alla terza di campionato, in casa della Sampdoria: Brady lancia Mancini che lo brucia e segna. La Samp vince 1-0 e la lentezza di Di Bartolomei è di nuovo al centro dell'attenzione. La Roma, però, gioca un calcio che piace, Pruzzo segna con continuità, le magie di Conti e Falcao fanno il resto. A Torino, i giallorossi si fanno rimontare dalla Juve ma chiudono il girone d'andata in testa alla classifica.

Al ritorno, il rendimento è praticamente. Ancelotti, Pruzzo, Di Bartolomei fanno volare la Roma che all'Olimpico è praticamente imbattibile, spettacolare il 5-2 contro il Napoli di Pesaola, ancorato alle vecchie tattiche, fino al ritorno con la rivale di sempre, la Juve. Falcao fa sognare la Roma, che a pochi minuti dalla fine ha 7 punti di vantaggio sulla seconda. Ma i bianconeri rimontano: punizione di Platini e gol di Brio in fuorigioco. A fine partita il vantaggio è ridotto a 3 punti e le polemiche sui favori arbitrali ai bianconeri, una costante negli scontri diretti almeno dal gol di Turone, esplodono. La Roma, dopo due sconfitte in casa, vive la settimana più difficile della stagione. Di Bartolomei e Falcao trascinano i compagni in allenamento.

Sono proprio loro a firmare i gol della vittoria: Liedholm dirà sempre che quella è stata la partita della verità per lo scudetto. La festa è pronta. Dopo il 2-0 sul rassegnato Catanzaro, con il sesto gol stagionale di Ago, e il pareggio di Milano con l'Inter, è l'Avellino a subire due reti all'Olimpico, firmate ancora Di Bartolomei e Falcao “Arriverete in porto?” gli chiede Galeazzi. “In porto ci arriveremo di sicuro, l'importante è arrivarci col vessillo”. Intanto la Roma è uscita dalla Coppa Uefa, battuta in semifinale dal Benfica di Eriksson, ma la priorità è il campionato, è quel tricolore che diventa realtà dopo l'1-1 contro il Genoa, la squadra dove è cresciuto Pruzzo e dove per un anno ha giocato in prestito Conti. La Roma, commenta il presidente Dino Viola con una frase scolpita nella storia, è uscita dalla prigionia del sogno.

La Coppa Campioni – Ma c'è un altro sogno da inseguire, la Coppa dei Campioni, anche perché la finale si giocherà proprio all'Olimpico. Il primo marcatore giallorosso nella storia della competizione, il 14 settembre 1983, è un comprimario, Francesco Vincenzi da Bagnolo Mella, che ha aperto il 3-0 al Goteborg. Dopo gli svedesi, la Roma elimina il CSKA Sofia e nei quarti la Dinamo Berlino, costruendo ancora una volta la qualificazione con il 3-0 in casa. La semifinale con il Dundee è una di quelle entrate nella storia. Dopo lo 0-2 in Scozia, al ritorno la Roma ribalta il risultato davanti a un Olimpico impazzito grazie alla doppietta di Pruzzo e al rigore di capitan Agostino. Riccardo Viola, figlio di Dino, confesserà che il padre ha pagato 100 milioni all'arbitro del match, il francese Vautrot.

Il piano gli sarebbe stato proposto da Spartaco Landini che dice di poter arrivare all'arbitro attraverso un intermediario, un certo Paolo, che per qualcuno sarebbe Paolo Bergamo, che però nega e svela. “Iniziai delle ricerche a titolo personale, chiamai il direttore sportivo della Roma, Landini, che mi raccontò la verità: si fece dare 100 milioni da Viola e organizzò una truffa con la connivenza di Paolo Cominato, ex giocatore della Roma e a quel tempo osservatore per il Bari, il quale millantava amicizia con Vautrot” che, secondo Bergamo, non ha mai ricevuto quei soldi. Il resto è storia. È il balletto di Grobbelaar, è l'infortunio di Cerezo, è la colica di Pruzzo, che tolgono alla Roma due potenziali rigoristi.

E' il compimento di un disegno triste: Di Bartolomei segna, i campioni del mondo Conti e Graziani no, Falcao nemmeno tira e il Liverpool alza la coppa più ambita. Di Bartolomei deve accontentarsi, un paio di settimane dopo, di alzare nel cielo dell'Olimpico la Coppa Italia. Ha la faccia triste. È la sua ultima partita con la maglia della Roma. Qualcosa si è rotto dopo il Liverpool. Leggenda parla di una lite con Falcao, di cui però Ago non ha mai parlato, nemmeno con i familiari. Il capitano silenzioso, dopo 308 partite, di cui 146 con la fascia, una in più del “rivale” Cordova, e 66 gol, lascia Roma, dove arriverà Eriksson, fautore di un calcio veloce in cui non c'è spazio per Ago, e va al Milan del presidente Farina, lo stesso che a Vicenza non voleva pagargli tutto lo stipendio.

Addio e rivincite – I tifosi giallorossi non gli perdonano l'esultanza più vibrante e sentita del solito per il gol che dà ai rossoneri di Liedholm la vittoria contro la Roma a San Siro nella sua prima volta da avversario della sua squadra del cuore. Al ritorno la tensione è enorme, e Di Bartolomei viene quasi aggredito da Graziani dopo un contrasto, considerato fin troppo duro, su Bruno Conti. La sua esperienza al Milan finisce il 3 maggio 1987. Ago, che in qualche foto “casual” ricorda tanto Luigi Tenco, lascia la serie A nel giorno del suicidio di Dalida, la fidanzata del cantautore genovese che, secondo una versione ufficiale con più di qualche ombra, si è tolto la vita perché a Sanremo era stata esclusa la sua canzone, che sarebbe la perfetta colonna sonora di quel 3 maggio 1987, “Ciao amore ciao”.

L'inizio della fine – L'emigrante Di Bartolomei accetta di trasferirsi in un paesino del Cilento per stare più vicino alla famiglia: i genitori della moglie Marisa, infatti, sono di quelle parti. Dopo un anno al Cesena, chiude la carriera alla Salernitana, in serie C. Nel primo anno, la stagione 1988-89, trova un allenatore che assurdamente lo tiene in panchina e gli preferisce il modesto Da Costa. L'anno dopo, con un allenatore diverso, Giancarlo Ansaloni, Di Bartolomei realizza l'ultima impresa della sua carriera, riportare la Salernitana in serie B dopo 24 anni. Suo il gol vittoria nella partita più importante della stagione, la trasferta a Brindisi alla penultima giornata. Un giornalista, durante il giro di campo dopo l'ultima partita, il pareggio in casa con il Taranto già promosso, gli chiede: “Allora, è fatta?” mentre sta guidando il giro di campo. La risposta di Di Bartolomei, all'ultima partita in carriera, è spiazzante: “Eh…”. Chiude così la carriera di calciatore, dopo 17 anni.

Baratro – Appese le scarpette al chiodo, Di Bartolomei sarà chiamato per un programma educativo sul calcio su una tv locale campana e come opinionista in Rai per Italia '90. Si scontra con la burocrazia per aprire un centro sportivo per bambini, dove invita più volte Liedholm, che non ci andrà mai, fonda anche una compagnia di assicurazioni che accumula diverse decine di milioni di debiti. Ma è nel calcio che vorrebbe tornare. Quel calcio che gli ha fatto un monumento e l'ha dimenticato troppo in fretta, si aspetta una chiamata dalla Roma, ma non vuole abbassarsi a chiedere apertamente un posto. La scelta di Agnolin come direttore sportivo gli deve essere apparso come un ulteriore tradimento della sua squadra del cuore.

Così, un altro 30 maggio, dopo aver festeggiato la sera prima il compleanno del padre, Di Bartolomei esce sul balcone fra le palme e le bouganville, e si spara. A posteriori, assume connotati sinistri la conversazione con l'amico Mezzanotti, raccontata nel bel libro L'ultima partita, che Giovanni Bianconi e Andrea Salerno hanno dedicato a Di Bartolomei. I due stanno commentando in macchina il suicidio di Raul Gardini. “Ha sbagliato a spararsi alla testa” dice Ago, “meglio mirare al cuore, solo così hai la certezza di morire all'istante”. Il capitano silenzioso non ha lasciato lettere d'addio. Vengono ritrovati solo dei foglietti con la sua grafia minuta nella tasca della giacca: “Il mio grande errore è stato quello di aver cercato di essere indipendente da tutto, di non aver saputo dire no su tutto alla mia famiglia”. Ago se n'è andato, e ha lasciato una domanda, la domanda che tormenta il figlio Luca, come scrive nella prefazione al libro di Bianconi e Salerno. “Non ci puoi aver pensato davvero, (…) non voglio crederci che il quell'attimo estraneo all'intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio”.