Il simbolo di un calcio che non c’è più. L’unico trofeo internazionale nel palmarès del Torino. Nel 1991 la Mitropa Cup, la più antica delle competizioni europee per club, trasformata negli anni Ottanta in un torneo tra le vincitrici dei campionati di seconda divisione della Mittleuropa, ha già quel gusto un po’ amaro di cose perdute. In finale, il Torino sfida il Pisa di Romeo Anconetani, che alla metà degli anni ’80 ha cercato di ridare lustro alla coppa, ma dopo le polemiche per il rigore che ha cambiato la storia della finale, annuncia: “Ora non parteciperemo più”. Anticipa solo di poco, però, che l’anno successivo, con la cinquantesima edizione e la finale dello Zaccheria di Foggia vinta dal Banja Luka sul Vasustas Budapest, manda definitivamente la Mitropa Cup nel cassetto dei ricordi di un calcio sanguigno, genuino, lontano dal glamour e dai miliardi.

Breve storia – L’idea della manifestazione viene, a Venezia, a Hugo Meisl, l’allenatore del Wunderteam austriaco di Sindelar. Diventato segretario generale della Osterreich Fussball Association, inventa questa competizione per squadre dell’Europa centrale con la formula del Challenge Cup, che si gioca già dal 1897 tra le formazioni dell’Impero Austro-Ungarico, con gare di andata e ritorno ed eventuale replay in caso di parità. Dal 1927, fino al dopoguerra, è il regno di nobili oggi decadute: Ferencvaros, SpartaPraga, Stella Rossa, Rapid Vienna, Bologna, la prima italiana e la più presente nell’albo d’oro (1934, 1942, 1961). Con la nascita della Coppa dei Campioni, e lo spostamento della geografia del pallone, portano la Mitropa Cup a scendere di livello e considerazione, fino alla rivoluzione concettuale degli anni ’80. Niente quinte o seste classificate, niente torneo di consolazione, ma un palcoscenico di confronto ad alto livello tra le vincitrici dei campionati di seconda divisione, una Coppa dei Campioni di serie B. Sono gli anni della vittoria del Milan, che però la nasconde dal palmares ufficiale, e del Pisa di Anconetani che il 17 novembre 1985 conquista il primo trofeo internazionale contro il Sigma Olomuc, gol in finale di un Colantuono dalla chioma folta e dalla meteora di classe sopraffina im Kieft. E si ripete il 30 maggio 1988 con il 3-0 agli ungheresi del Vaci Izzo (gol di Cecconi, Sclosa e Bernazzani).

Verso l’ultima finale italiana – Nettamente retrocessa in B alla fine della stagione 1990-91, il Pisa riesce comunque a battere il Bohemians Praga all’esordio in Mitropa Cup. Nel secondo, e decisivo, incontro del girone ha bisogno di superare con tre reti di scarto il Rad Belgrado: i nerazzurri, sotto 0-1, rimontano con il gol di Ferrante, la doppietta di Ferrante e il 4-1 di Chamot, intuizione di Anconetani sul mercato sudamericano come Dunga, ct del Brasile che "ha scaricato" Neymar in Copa America, e Simeone, che porta i toscani in finale. Il regolamento della manifestazione, morbido e flessibile, consente alle squadre di tesserare giocatori in prestito da altre formazioni, anche straniere. Così il Torino aggiunge alla rosa Amarildo, attaccante del Cesena, riporta in granata Venturin, ceduto in prestito al Napoli in quella stagione, e soprattutto Junior, un salto indietro nel tempo, un’operazione nostalgia per una tifoseria ancora affascinata dall’eleganza e dalla serietà del brasiliano, che ha lasciò la squadra nel 1987 per incomprensioni, diciamo così, con Gigi Radice. Il tecnico iniziava a sostituirlo spesso, soprattutto in trasferta, e Junior lo viveva come un affronto. «Non sono un assistente sociale» sbottò a un certo punto Radice. «Io avrò bisogno di un assistente sociale ma lui di uno psichiatra» replicò, segnando la fine del rapporto con i granata. "Non è finita male, poteva finire meglio, ma sono sempre rimasto legato a questa squadra, con Nizzola e Zaccarelli ho ricordato i bei tempi l'altra sera a cena. Un eventuale mio ritorno definitivo qui? Non si può mai dire che non berrò più quest'acqua" spiega Junior, che debutta dalla seconda partita, dopo l’1-0 al Vorwaerts Steyr firmato Policano. Con la solita maglia numero 5, per 70’ Junior ha diretto le operazioni contro il Veszprem, in una partita tutt’altro che serena. Al 47’ il Toro firma il gol vittoria: Vegh respinge una conclusione ravvicinata di Bruno, Venturin ci riprova sulla respinta e la spaccata dello stopper Csik fa il resto. Agli ungheresi saltano i nervi: viene espulso prima il massaggiatore, poi Rugovics (66′). Ma la superiorità numerica dura solo 6’, fino al rosso a Bruno per una brutta entrata su due avversari in un colpo solo. «"uesta felice rimpatriata è la dimostrazione che la classe non è acqua — ha ammonito Mondonico riferendosi ai meno temprati dei suoi — e dovrebbe far riflettere qualcuno".

La finale – Il 4 giugno 1991, Torino e Pisa disputano l’ultima finale italiana, e la penultima in assoluto, nella storia della Mitropa Cup. I toscani, abbattuti dalla retrocessione che pochi mesi dopo suggerirà ad Anconetani la proposta-boutade di fusione con gli acerrimi rivali del Livorno, non affondano, aspettano in attesa dell’occasione giusta per il colpo a sorpresa. Il Torino, un po’ affaticato dalle partite precedenti, viaggia a ritmi ridotti. Fusi dà sicurezza alla difesa, capitan Romano, che ha già vinto la coppa nove anni prima col Milan, aggiunge sostanza al centrocampo attraversato dai lampi di classe di Junior. Non brillano però, in avanti, Amarildo e Martin Vazquez, l’ex Real Madrid, flop del mercato granata di quella stagione. La partita si trascina con poche emozioni fino all’85’. È proprio Junior a “lisciare” e liberare Polidori che vanifica l’uscita di Di Fusco, ottimo contro gli austriaci. Due minuti dopo, anche il più ottimista dei tifosi granata abituato a una storia di sofferenze e rimonte, perde la speranza: entrataccia su Taccola e rosso a Policano. Ma “il Mondo”, che un anno dopo avrebbe battuto il Real e alzato la sedia nel cielo di Amsterdam, prepara qui le sue magie, al Delle Alpi. Romano calibra un lancio millimetrico per il nuovo entrato Brunetti. Il contatto con Fiorentini per l’arbitro è da rigore. Dal dischetto trasforma Martin Vazquez e fa arrabbiare molti. Fa infuriare Anconetani: “È un insulto allo sport. E' l'ultima volta che iscrivo la mia squadra in una manifestazione riportata da me agli onori del mondo” dirà. Fa arrabbiare i tifosi granata che stanno guardando la partita in tv: non per colpa sua, ovvio, ma della Rai che ha previsto la diretta solo per i tempi regolamentari e non trasmetterà i supplementari, i 30’ migliori della partita.

L’epilogo – Di Fusco salva due volte su Marini e Ferrante e si prende i meritati applausi. Quando non ci arriva lui, ci pensa Annoni a salvare, sempre sull’attaccante che poi legherà al Torino le migliori stagioni della carriera (127 gol in granata dal 1996 e il record di marcature un una sola stagione di serie B, poi migliorato da Luca Toni). Ma dal torpore di una prestazione anonima, si scuote Amarildo. Prima disegna un pallonetto appena alto poi, a un minuto dai rigori, avvia un’azione memorabile: tocco per Junior che libera l’ex Ascoli Carillo per il 2-1. La sofferenza paga. Il Torino si porta a casa un anticipo di Europa, prima di quell’avventura in Coppa Uefa della stagione successiva che nessuno potrà mai dimenticare. “Sono felice” commenterà Mondonico. “Tutti dicono di non tenerci a vincere, poi però si dannano l'anima per riuscirci”. Che si chiamino Ajax o Veszprom fa lo stesso.